giovedì, Giugno 24

Repubblica Centrafricana nel caos

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Si ritiene che ci sia qualche personalità interessata a soverchiare le autorità di transizione che potrebbe aver scatenato le rivolte per sobillare la popolazione, visibilmente frustrata nei confronti del Governo e delle Nazioni Unite. Su quest’ultimo punto, va ricordato che lo scorso anno i militari provenienti dal Ciad schierati con la missione africana Misca -poi confluita nei Caschi blu e ribattezzata Minusca- dopo il ferimento di un loro compagno aprirono il fuoco falciando decine di cristiani. Da allora il contingente Onu è accusato di proteggere i musulmani. In estate, invece, è esploso lo scandalo degli abusi sessuali sui minori compiuti da militari Onu e da alcuni soldati francesi della missione Sangaris.

Per quanto riguarda la Minusca, aveva dichiarato a metà settembre il sottosegretario generale delle Nazioni Unite Hervé Ladsous, ci sono state 63 segnalazioni di infrazioni delle regole, 15 delle quali riguardano episodi di sfruttamento sessuale. Sulla maggior parte di questi casi è già stata aperta un’indagine e 7 soldati sono stati rimpatriati, mentre a nove è stata sospesa la paga. Ladsous ha inoltre consegnato al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon una lista di 40 provvedimenti da prendere per affrontare il problema.

Il 20 ottobre sette caschi blu sono stati attaccati e sequestrati da un gruppo armato nella città di Boali, a un centinaio di chilometri dalla capitale Bangui. I militari sono stati poi liberati, ma disarmati e senza equipaggiamento. Sempre nella prefettura di Ombella Mpoko, dove si trova Boali, inoltre, una seconda postazione della Minusca è stata attaccata a colpi d’arma da fuoco da tre uomini non identificati. Un episodio, quest’ultimo, avvenuto alla vigilia dell’arrivo in Centrafrica di Stephen O’Brien, sottosegretario generale dell’Onu per gli Affari Umanitari.

Il giorno prima era stata sequestrata la Vicepresidente del Consiglio nazionale di transizione -il parlamento provvisorio centrafricano- Le’a Koyassoum Doumta, rapita per alcune ore da uomini armati appartenenti a una fazione dei gruppi armati Antibalaka. I due uomini della sua scorta sono stati disarmati, e Koyassoum Doumta e il suo seguito costretti a seguire i rapitori, una cinquantina secondo la ricostruzione della stessa vicepresidente. La donna ha poi raccontato di essere stata liberata dopo aver trattato personalmente con i miliziani, che le hanno consegnato una lista di rivendicazioni, tra le quali c’era la liberazione di alcuni detenuti. Richiesta formulata dallo stesso gruppo poche ore dopo, quando ad essere sequestrati sono stati sei gendarmi centrafricani, liberati in serata dopo una trattativa col governo.

Sulle strade, salvo isolati momenti di tregua, la violenza non si è mai fermata. Nell’ultima settimana di ottobre un nuovo episodio scatenante: l’uccisione di alcuni membri di una delegazione di esponenti della Seleka. Anche stavolta, nel quartiere di Fatima, vicino al PK5, sono state bruciate delle case e anche una chiesa protestante, prima che venissero respinti dai peacekeeper dell’Onu. A essere presi di mira sono stati anche operatori della Croce Rossa.

Mentre gli scontri erano in corso, è stato anche annunciato un rimpasto nel Governo di transizione: alla Difesa Marie-Noelle Koyara è stata sostituita dall’attivista per i diritti umani Joseph Bidoumi; il Generale Chrysostome Sambi ha preso invece il posto di Dominique Said Panguindji, ora responsabile della Giustizia.

Mercoledì 4 novembre un centinaio di parlamentari del Consiglio nazionale di transizione ha manifestato ieri contro le violenze che nelle ultime settimane sono tornate a infiammare la capitale Bangui, ma permane sempre lo stato d’emergenza.

Questi episodi restituiscono l’idea dell’atmosfera d’insicurezza nel Paese. Ed è in questo contesto che il Centrafrica è chiamato a due importanti appuntamenti: la visita del Papa, prevista per il 29 e 30 novembre, e il voto per le presidenziali e le legislative, che si terrà il 27 dicembre.

Papa Bergoglio compirà il suo primo viaggio apostolico in Africa facendo tappa in Kenya dal 25 al 27 novembre 2015, in Uganda dal 27 al 29 novembre e nella Repubblica Centrafricana appunto dal 29 al 30 novembre. Una delegazione vaticana è già sul posto e sta effettuando sopralluoghi in vista delle cerimonie che si svolgeranno in varie aree della capitale, compresa la grande moschea cittadina. Il Pontefice ha anche espresso il desiderio di aprire la prima Porta Santa dell’imminente Giubileo della Misericordia proprio a Bangui.

Per quanto riguarda l’appuntamento elettorale, dapprima in programma per il 18 ottobre e poi rinviate al 13 dicembre a causa delle violenze, dovrebbe tenersi il 27 dello stesso mese. L’autorità nazionale per le elezioni dovrà fare fronte a problemi logistici -legati soprattutto al censimento di rifugiati e sfollati interni- a carenze di fondi e alle dimissioni dei suoi due più importanti funzionari. Il 13 si svolgerà invece il referendum sulla nuova costituzione mentre eventuali ballottaggi si terranno il 31 gennaio. Le date, tuttavia, si dovranno ritenere ufficiali solo una volta promulgate per decreto dalla presidenza della repubblica, instabilità e la difficoltà nell’organizzazione del voto permettendo.

Sullo sfondo di un Paese in guerra, l’industria dei diamanti ha realizzato profitti per milioni di dollari, come già avvenuto negli anni ‘90 in Sierra Leone, nonostante un divieto d’esportazione nei confronti di Bangui sia in vigore dagli albori del conflitto, nel maggio 2013. Un divieto ignorato dalle autorità a causa del vuoto di potere seguito all’esplosione delle violenze. D’altra parte sia le milizie Seleka che le anti-Balaka hanno trovato nel commercio illegale di diamanti una ricca fonte di sostentamento.

Già prima del conflitto, il commercio legale di diamanti rappresentava la metà delle esportazioni del Paese. Ora il giro d’affari dei ‘diamanti di sangue’ potrebbe essere aumentato. Un rapporto di Amnesty International ha raccolto diverse prove sul fatto che, durante la guerra, Sodiam, la principale compagnia diamantifera nazionale, abbia acquistato fino a 60.000 carati di diamanti (per un valore di circa sette milioni di dollari) provenienti dalle zone in cui sono presenti le milizie anti-Balaka, malgrado i ripetuti comunicati ufficiali con cui l’azienda ha provato a smentire le accuse. La seconda compagnia del paese, Badica (già inserita nella lista nera dell’Onu), insieme alla sua partner belga Kardiam, avrebbe invece acquistato ed commerciato diamanti dalle zone sotto il controllo delle Seleka.

 

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