lunedì, Ottobre 18

Repubblica Centrafricana nel caos

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La Repubblica Centrafricana potrebbe essere un nuovo Ruanda, una nuova Sierra Leone o forse entrambe le cose. Gli scontri che imperversano nel Paese in queste settimane sono i più gravi da quando le milizie Seleka hanno lasciato il potere nel gennaio 2014. Il Paese non riesce dunque a lasciarsi alle spalle le ferite della guerra civile che da due anni coinvolge vari gruppi in contrapposizione, ma principalmente riguarda proprio la coalizione di ribelli Seleka, a prevalenza musulmana, e le formazioni anti-Balaka, perlopiù cristiane.

Più di 5mila persone sono morte e più di 1 milione sono invece quelle rifugiate oltre confine, 450mila quelle sfollate all’interno del Paese. Secondo l’Unicef, nel 2014 in Centrafrica ogni giorno è stato ferito o ucciso in media almeno un minore, mentre sono 10.000 i ‘bambini-soldato’ reclutati con la forza dai gruppi armati. Drammatico il bilancio del 2015: soltanto nei primi sei mesi, gli scontri fra bande hanno causato l’uccisione di 26 bambini e il ferimento di altri 110.

La recrudescenza delle violenze ha avuto avvio lo scorso 27 settembre, dopo il brutale omicidio di un tassista musulmano nel quartiere a maggioranza musulmana denominato PK-5, attribuito ai ribelli anti-Balaka, centinaia di persone hanno bloccato le strade della capitale. Nelle ore successive sono scoppiate rappresaglie contro i cristiani e sarebbero avvenute esecuzioni sommarie, con roghi di abitazioni. Ciò ha scatenato la reazione della popolazione cristiana e in particolare degli stessi anti-Balaka. La popolazione ha iniziato a erigere barricate con copertoni incendiati e tronchi d’albero per bloccare le principali arterie stradali. Si sono poi registrati ulteriori saccheggi a negozi e case anche ai danni di edifici di organizzazioni umanitarie. Il Governo di transizione, guidato dal Primo Ministro Mahamat Kamoun, ha condannato gli scontri e imposto un coprifuoco notturno assieme ai peacekeeper della missione Onu Minusca nel Paese e con il sostegno dei militari francesi della missione Sangaris. Ma questa misura non è servita perché è stato violato ripetutamente.

Il giorno dopo, 28 settembre, i caschi blu sono dovuti intervenire per disperdere la folla che marciava verso il palazzo presidenziale per chiedere le dimissioni della Presidente ad interim Catherine Samba-Panza, uccidendo tre manifestanti. I responsabili della missione Onu sono stati accusati di aver aperto il fuoco contro il corteo dopo alcuni racconti di testimoni confermati anche da fonti ospedaliere alla stampa estera, ma i vertici della missione hanno risposto smentendo categoricamente ogni coinvolgimento, dichiarando di non aver mai ordinato di aprire il fuoco. La Presidente, in quel momento impegnata all’Assemblea Generale dell’Onu, ha fatto ritorno in patria solo due giorni dopo. In poco tempo il bilancio degli scontri parlava già di decine di morti, centinaia di feriti, decine di case e chiese date alle fiamme, un comando di polizia assaltato e circa seicento prigionieri (in gran parte anti-Balaka) in fuga dal carcere di Ngaragba.

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