mercoledì, novembre 14

Repubblica Centrafricana: Francia e Russia se la contendono a colpi di finanziamenti Parigi ha promosso finanziamenti per 24 milioni di euro e 1.400 armi per la RCA per riconnettersi alla regione dove già Putin stava avanzando

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La Francia concederà aiuti finanziari e armi alla Repubblica Centrafricana (RCA). Il 2 novembre scorso, infatti, il Ministro per l’Europa e gli Affari Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in visita ufficiale nella capitale, Bangui, ha annunciato i finanziamenti per un totale di 24 milioni di euro, che saranno concessi al Paese centroafricano. Di questi 24 milioni, 10 andranno a sostegno del bilancio diretto. Possono sembrare pochi, ma è lo stesso Ministro a chiarire come tale somma corrisponda «a due mesi di salari dei funzionari centrafricani», militari inclusi, precisa ‘Le Monde. I soldi serviranno, in particolare, per i pagamenti degli arretrati e delle pensioni salariali, per sviluppare i territori vicini al Camerun colpiti da grandi spostamenti di popolazione e a installare ponti per aprire e connettere diverse regioni. Inoltre, Parigi consegnerà 1.400 fucili mitragliatori alle Forze Armate dell’Africa Centrale (FACA) -le forze armate della RCA- armi che provengono da un sequestro di Kalashnikov fatto alcuni mesi fa dai francesi al largo della Somalia, nel Mar Rosso.

 

Perché la Repubblica Centrafricana necessita di tali aiuti?

La RCA non è solo, secondo l’HDI (Human Developement Index), il secondo Paese più povero al mondo -188° dietro solo al Niger- ma anche uno dei più martoriati e divisi da una guerra civile che vede in campo numerosi attori locali che si protrae ininterrottamente dal 2013.

Questo periodo di instabilità si protrae da 5 anni, ma è tutta la storia della RCA ad essere stata segnata da povertà, tensioni etniche, crisi politiche, corruzione e nepotismo che hanno portato periodicamente il Paese verso una lunga serie di conflitti armati.

Sin da quando è stata proclamata l’indipendenza dalla Francia, nel 1960, -quando cioè David Dacko prese il posto di Barthélemy Boganda, il capo di Governo della Repubblica Centrafricana eletto nel ’58 e assassinato un anno dopo, quando ancora il Paese era parte della Comunità Francese- la RCA si è scontrata con frequenti cambi al vertice attuati tramite colpi di Stato.

Tra il ’69 e fino al ’93, Jean-Bédel Bokassa,  André Kolingba sono tutti arrivati al potere grazie ad un golpe. Nel 1993, a seguito di elezioni monitorate dalla comunità internazionale, divenne Presidente della RCA, Ange-Félix Patassé -la cui partecipazione alle elezioni di sei anni prima era stata vietata- rimasto in carica fino al 2003, quando, a seguito di un ennesimo colpo di Stato, il generale François Bozizé assunse la guida del Paese, e risultò il vincitore delle elezioni del 2005.

Con il Governo Bozizé si formarono numerosi gruppi armati: l’ APRD (Armée populaire pour la restauration de la république et la démocratie), l’UFDR (Union des forces démocratiques pour le rassemblement), l’FPDC (Front démocratique du peuple centrafricain) e il CPJP (Convention des patriotes pour la justice et la paix). Inoltre, all’inizio del 2008, l’Esercito di Resistenza del Signore (LRA) dell’Uganda si è infiltrato nel sud-est della Repubblica Centrafricana. La presenza di tutti questi gruppi armati ha portato alla destabilizzazione di tutta la regione, con numerosi focolai di guerra sparsi per il Paese che vari tentativi di pace hanno cercato di sedare invano.

Nel dicembre 2012, diversi movimenti ribelli musulmani si organizzarono in un’alleanza, la Séléka, tra le cui file erano presenti combattenti ciadiani, combattenti dal Darfur, bracconieri armati e commercianti di diamanti. Il 22 marzo 2013, la Séléka prese la capitale e Michel Djotodia si proclamò Presidente. Sotto la Séléka vennero compiuti numerosi abusi e violenze e ciò portò alla costituzione di un gruppo cristiano violento, l’Anti-Balaka, che si opponeva a Djotodia e che riuniva anche alcuni militari delle ex forze armate disorganizzate e disperse della Repubblica Centrafricana, le FACA.

Una nuova ondata di violenza riesplose, provocando «la morte di migliaia di civili, la diffusa violenza sessuale e di genere e oltre 800.000 persone sfollate, nonché diverse centinaia di migliaia di persone in fuga verso i Paesi limitrofi», come si evince da un rapporto delle Nazioni Unite.

Il 13 settembre 2013, Michel Djotodia sciolse la Séléka, ma fu un atto più simbolico che concreto, dato che i miliziani continuarono ed esistere e furono ribattezzati ex-Séléka, così come sono conosciuti oggi.

Il 27 gennaio 2014, a seguito dell’estromissione dal potere dei membri ex-Séléka e alle dimissioni di Djotodia, fu nominato un Consiglio Nazionale di Transizione che, a sua volta, istituì un Governo Nazionale per la Transizione, guidato prima da  Alexandre-Ferdinand Nguendet e poi da Catherine Samba-Panza, la quale guidò il Paese -sempre stravolto dalle lotte interne e dalla violazioni dei diritti umani- alle elezioni del 2016, quando venne eletto l’attuale Presidente centroafricano Faustin-Archange Touadéra. Con l’elezione di Toudéra la comunità internazionale sperava di poter porre un freno ai gruppi armati e alla guerra civile che perdura ormai da anni nel Paese. La speranza, fino ad oggi, è stata disattesa – anche per l’enorme complessità della situazione socio-politica ed economica – e ancora vigono divisioni interne e lotte fratricide.

La RCA è ricca di risorse minerali e ambientali. Come spesso accade, sono proprio i Paesi più ricchi di risorse ad essere in situazioni così drammatiche. Oro, uranio e diamanti, infatti, sono abbondantemente presenti nel suolo centroafricano e ciò può far bene capire come la lotta per accaparrarseli non sia solo intestina, ma riguardi anche grandi potenze internazionali che, ovviamente, hanno i loro interessi a concedere i propri aiuti.

L’intervento della Francia  -che non ha giocato un ruolo di secondo piano dietro i numerosi colpi di Stato susseguitisi nel Paese, ma ha agito come vero e proprio deus ex machina si inserisce proprio in questo difficile contesto. Così, la Nazione transalpina prova a riallacciare i rapporti con l’ex colonia –conosciuta fino alla fine degli anni ’50 come Ubangi-Sciari o, in francese, Oubangui-Chari- tenendo così fede alle promesse fatte dallo stesso Le Drian.
Lo scorso settembre, infatti, il Ministro degli Esteri, presso la sede dell’Agenzia di Sviluppo francese (AFD), aveva esposto un programma tramite il quale lo 0,55% del PIL del Paese verrà destinato allo sviluppo delle aree sottosviluppate. «Entro il 2019», aveva annunciato Le Drian entrando nel merito del piano di aiuti, «la quota delle donazioni sarà quadruplicata, da 300 milioni a 1,3 miliardi di euro, e andrà a Paesi poveri e fragili». I finanziamenti accordati con la Repubblica Centrafricana, dunque, sembrano andare in questa direzione.

Non è da sottovalutare, però, che tali dichiarazioni erano arrivate a margine della conclusione del settimo FOCAC -il summit che, ogni tre anni, riunisce i vertici di oltre 50 Stati africani e della Repubblica Popolare Cinese-; la Cina ha previsto investimenti pari a 60 milioni di dollari, per il triennio 2019-2021, nel continente africano, così come già aveva fatto nel triennio precedente.

Nonostante abbia ritirato le sue truppe nel 2016, con la fine dell’‘Operazione Sangaris’ partita nel novembre 2013, la Francia rimane uno dei maggiori contribuenti per lo sviluppo della RCA e guarda con interesse alle politiche attuate dal Paese. Nel 2017, infatti, ha contribuito con circa 127 milioni di euro, pari a un terzo del bilancio dello Stato centroafricano.

La presenza militare francese è, ad oggi, esclusivamente inserita all’interno della missione di pace delle Nazioni Unite, nota come MINUSCA, attivata nel settembre 2014 e che attualmente vede dispiegati oltre 12.000 caschi blu in tutto il Paese.

«La Repubblica Centrafricana ha bisogno di partner, penso che non possa fare a meno dei partner e un partner storico come la Francia deve mantenere il suo posto», ha dichiarato Louis Magloire Keumayou, presidente delClub de l’Information Africaine’, che ha continuato il discorso dicendo che «negli ultimi anni [la Francia, ndr] ha semplicemente rallentato le cose, il che ha portato altri partner a subentrare, in particolare la Russia. E così se vuole riconquistare il suo posto sia nella difesa che nella sicurezza della Repubblica Centrafricana, spetta alla Francia fare sforzi perché il suo posto in prima fila nel continente africano è stato fortemente sfidato, penso che sia quello che la diplomazia francese ha capito e ora sta cercando di correggere in termini di influenza sulla Repubblica Centrafricana».

Diminuire l’influenza della Russia in terra centroafricana, così si spiega l’ultimo finanziamento francese e la visita del Ministro Le Drian.
L’entrata in scena di un altro competitor sulla scena centrafricana vuol dire, anche, mettere in pericolo la possibilità del pieno sfruttamento delle risorse minerarie di cui è ricco il Paese, specialmente l’uranio. Proprio in RCA la Francia era presente fino al 2012 con la multinazionale Areva, oggi Orano, un gigante del settore nucleare che, dal vicino Niger, esporta oltre il 30% dell’uranio destinato all’energia d’oltralpe. Nel febbraio 2016 WikiLeaks rilasciò una serie di documenti che indicavano l’atteggiamento negligente del gigante nucleare francese sulla sua operazione a Bakouma, a est del Paese, accusando la compagnia di non aver protetto i propri dipendenti contro le radiazioni di uranio e di rallentare la riabilitazione del sito dopo il suo ritiro dal Paese nel 2012.  Tutto iniziò nel 2007, quando Areva, provando a diversificare le sue fonti di approvvigionamento di uranio, acquistò per 1,8 miliardi di euro la società mineraria canadese Uramin, per sfruttare il giacimento di Bakouma. Giacimento che, però, non ha mai prodotto uranio, costringendo il gruppo a ritirarsi, arrecando così un bel danno di immagine alla società. Società che, colpita appunto da WikiLeaks nel 2016, ha quindi cambiato nome, ristrutturandosi in Orano. Come riporta ‘Le Monde Diplomatique’, nella Repubblica Centrafricana, tutti gli archivi relativi alla presenza di Uramin e Areva sul territorio sono misteriosamente scomparsi dopo che la milizia Seleka ha espulso Bozizé dal potere nel marzo 2013, con il tacito consenso della Francia, che incolpava il Presidente destituito di non aver rispettato precedenti accordi. Lo stesso Stato centroafricano non ha più una sola copia di un documento relativo ad Areva, il che rende difficile perseguire localmente il gruppo francese.

La Russia, dal canto suo, è presente in Africa con Rosatom, altro colosso mondiale dell’energia nucleare, che, nel 2017, ha firmato memorandum d’intesa sulla cooperazione negli usi pacifici dell’energia atomica con l’Uganda e l’Etiopia ed un contratto per un impianto idroelettrico su piccola scala con il Sud Africa. Ma sono molte altre le iniziative che Rosatom ha messo in atto in Africa e le visioni ed i progetti che ha per il continente che mostra nel sito apposito.

L’uranio centroafricano, quindi, da far sfruttare alle proprie multinazionali potrebbe essere il vero oggetto di contesa tra i due Paesi.

Oltre la Cina –ormai presenza concreta in Africa– dunque, anche la Russia sta tentando un riposizionamento.

La Russia, infatti, in quest’ultimo anno ha stretto forti legami con la Repubblica CentrAfricana. Nel marzo 2018, il Cremlino ha donato armi ed ha dispiegato nel Paese africano -su richiesta del Presidente Touadéra- 170 istruttori civili e 5 ufficiali, in modo da poter riordinare le FACA. Nonostante un embargo sulle armi imposto alla RCA nel 2013, la Russia ha potuto sfruttare una deroga concessagli dalle Nazioni Unite nel 2017. Per il riarmo delle forze armate si era già appellata la Samba-Panza nel 2014, conscia del fatto che gli apparati militari statali erano, e sono, in netta minoranza rispetto agli altri gruppi armati regionali e che il Governo controlla effettivamente solo la capitale Bangui e le zone adiacenti: «il 75% del territorio è al di fuori del controllo delle autorità centrali e delle forze di pace», riporta ‘Le Monde’.

Mosca, quindi, esentata dall’embargo, donò: 900 pistole Makarov, 5200 fucili AKM d’assalto, 140 armi di precisione, 840 Kalashnikov, 270 lanciarazzi e 20 armi antiaeree e munizioni varie.

Nonostante le ingenti donazioni di inizio anno, Vladimir Putin è pronto ad inviare ulteriori equipaggiamenti militari nella Repubblica Centrafricana e dispiegare altri 60 istruttori per addestrare le forze armate del Paese.

Il rapporto Russia-RCA non ha lasciato indifferente la Francia che, attraverso le parole del Ministro della Difesa francese, Florence Parly, ha lasciato trasparire una leggera preoccupazione mascherata da superbia. «La Russia ha affermato la sua presenza nella Repubblica Centrafricana negli ultimi mesi, è vero», ha confermato Parly, che ha poi espresso i suoi dubbi riguardo al fatto che «questa presenza e le azioni schierate da Mosca, come gli accordi negoziati a Khartoum alla fine di agosto, contribuiscono a stabilizzare il Paese».

Da Mosca hanno percepito un certo astio verso le politiche russe, così il Ministro degli Esteri, Sergej Viktorovič Lavrov, ha dichiarato: «riteniamo che questo tipo di posizione sia controproducente, in particolare nel contesto attuale, quando è urgentemente richiesta una cooperazione costruttiva tra tutti i giocatori internazionali e non concorrenza».

Le attività della Russia nella Repubblica Centrafricana fanno parte di una più ampia spinta per ristabilire l’influenza nell’Africa sub sahariana che è andata in calo dopo la Guerra Fredda.

Dopo gli anni ’50 l’URSS aveva stretto molti rapporti con gli Stati africani che, in quel periodo, stavano ottenendo l’indipendenza. Rapporti consolidati con una serie di accordi durante gli anni ‘80. A seguito dello sgretolamento del comunismo e dell’Unione Sovietica molti legami andarono perduti, ma Putin sta ritornando sulla scena africana prepotentemente. Ha firmato accordi di cooperazione militare con 19 Paesi dal 2015 e ha ampliato i rapporti diplomatici e commerciali.

In concomitanza con il primo blocco di finanziamenti e armi, il Ministro Lavrov, a marzo, ha svolto un tour in cinque Nazioni africane. Ad aprile l’Etiopia ha firmato un accordo con la Russia su energia nucleare, agricoltura e trasporti. A giugno, sempre Lavrov, ha partecipato ad un summit in Sud Africa e ha poi visitato il Rwanda, il cui Presidente Paul Kagame è anche, per quest’anno, leader dell’Unione Africana (UA). Accordi minerari sono stati firmati tra imprese russe e Sudan e altri progetti in Ciad e Zimbabwe, rispettivamente su energia e diamanti, sono sul tavolo pronti ad essere discussi.

L’agenda russa è stata, ed è, piena di impegni nel continente nero durante tutto l’arco di quest’anno. Saprà la Francia tenere il passo?

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