sabato, Luglio 31

Repressione in Egitto field_506ffb1d3dbe2

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Bloccato in un clima politico sempre più polarizzato e dalla difficoltà nel riportare un clima di sicurezza nelle sue città, l’Egitto assiste paralizzato a una progressiva destabilizzazione cui sembra oggi difficile individuare un rimedio. L’approvazione della nuova Carta costituzionale tramite un plebiscito (uno spoglio ancora parziale mostra come il 97% dei votanti abbia detto Sì alla Carta) segnala un importante passo avanti sulla strada del consolidamento delle nuove istituzioni. Il percorso intrapreso dai vertici del nuovo Governo continua però a mostrarsi controverso e profondamente divisivo: le speranze che dopo l’allontanamento di Morsi sarebbero state ripristinate le elementari libertà democratiche sono state frustrate dall’operato del nuovo gabinetto.

Le difficoltà che l’Egitto sta trovando nel conciliare la propria transizione post-rivoluzionaria e il rispetto delle libertà democratiche sono messe in luce in maniera chiara dal protrarsi degli arresti e dell’imprigionamento di giornalisti e blogger. La repressione portata avanti sui mezzi di comunicazione non colpisce solo i giornalisti ritenuti vicini alla Fratellanza Musulmana e ai suoi leader, ma anche blogger e attivisti che fino a pochi mesi fa erano apertamente schierati contro il Governo Morsi e, tramite la loro attività, hanno contribuito alla sua caduta. Una legge che limita il diritto alla pubblica assemblea, approvata il 24 novembre scorso, restringe ulteriormente lo spazio per il dissenso nel nuovo Egitto.

L’arresto dei blogger Alaa Abdel Fattah e Ahmed Douma e degli attivisti Mohamed Adel e Ahmed Douma, persone fortemente impegnate nella lotta che nel 2011 ha portato alla caduta del Governo Mubarak, ha costituito un duro colpo per chi sperava che l’allontanamento del Governo Morsi avrebbe riportato il Paese sulla giusta strada nella sua transizione verso la democrazia. «Questi prominenti attivisti stanno affrontando un processo in un caso dalle motivazioni apparentemente politiche, basato su testimoni inaffidabili e su scarse prove» ha scritto in un comunicato Amnesty International. «Le autorità non devono fare ricorso a punizioni giudiziarie per eliminare il dissenso. Una condanna che non si basi su indagini indipendenti, imparziali e adeguate e prove attendibili è ingiusta».

Il 29 dicembre, quattro giornalisti di ‘al-Jazeera English’ sono stati arrestati, con l’accusa di aver tenuto degli incontri illegali con membri della Fratellanza Musulmana, preparando servizi e articoli pericolosi per la sicurezza nazionale. Mentre uno dei quattro, Mohammed Fawzy, è stato rilasciato, l’australiano Peter Greste e gli egiziani Mohammed Fahmy e Baher Mohammed sono attualmente tenuti in custodia, a distanza di venti giorni. Sul suo sito, ‘al-Jazeera’ richiede ancora oggi, inascoltata, «il rilascio immediato dei suoi giornalisti», sottolineando come l’arresto sia «un’azione pensata per indebolire e reprimere la libertà di stampa del network e dei suoi giornalisti».

Il 13 gennaio, un gruppo di rappresentanti della stampa internazionale ha emesso un comunicato in cui veniva richiesta la liberazione dei colleghi di al-Jazeera. «Siamo profondamente preoccupati nell’apprendere che i nostri colleghi, tutti e tre dei giornalisti rispettati, possono andare incontro ad accuse che comprendono quella di appartenere a un’organizzazione terroristica e di diffondere false notizie che possono mettere a rischio la sicurezza nazionale. […] L’arresto di questi giornalisti ha addensato una nube sulla libertà di stampa e di informazione in Egitto. Crediamo fortemente che proteggendo i diritti dei giornalisti e permettendo il libero flusso dell’informazione si possa arrivare a una migliore comprensione e si possano servire gli interessi di tutti gli egiziani del mondo».

Il rapporto tra al-Jazeera e la Fratellanza Musulmana è stato al centro di numerose attenzioni nel corso degli ultimi mesi, risultato di una relazione ambigua che ha destato a più riprese sospetti e fastidi in Egitto. Molti egiziani ritengono che l’emittente qatariota abbia appoggiato la crescita e l’espansione della Fratellanza nel corso degli ultimi anni – d’altronde il Qatar è stato un importante finanziatore dei Fratelli Musulmani e del Governo Morsi – ma l’emittente ha sempre negato con forza qualsiasi accusa di parzialità e sostegno. La recente decisione del Governo egiziano di classificare la Fratellanza Musulmana tra le organizzazioni terroristiche potrebbe avere gravi ripercussioni sul rapporto con il canale qatariota e con i suoi reporter.

«Come Organizzazione internazionale per la libertà di stampa, stiamo scrivendo per esprimere le nostre preoccupazioni per quanto riguarda il clima della libertà di stampa in Egitto» ha scritto Joel Simon, direttore esecutivo dell’Organizzazione Committee to Protect Journalists, in una lettera aperta al Presidente egiziano Adly Mansour. «Crediamo che a tutti i cittadini egiziani debba essere garantito il diritto alla libertà di parola. Eppure almeno sette giornalisti sono tenuti dietro le sbarre nel Paese oggi, impossibilitati a portare avanti il loro lavoro in un momento critico per la storia dell’Egitto. Condanniamo l’imprigionamento di giornalisti che vanno avanti e sollecitiamo il Governo egiziano affinchè li rilasci immediatamente».

La rigidità dell’attuale Governo e delle autorità sta allargando ulteriormente la frattura che divide l’Egitto al suo interno, creando un taglio che sarà difficilmente rimarginabile sul breve termine. Il protrarsi dell’attuale situazione sta continuando a esasperare una società civile esausta e desiderosa di costruire nuove norme di convivenza al proprio interno. L’Egitto sembra aver oggi la necessità di iniziare a porre le basi per una ricostruzione delle proprie istituzioni: non prendere atto di tale bisogno rischia di condurre in un vicolo cieco nell’arco di pochi mesi.

«Noi crediamo – conclude la propria lettera Joel Simon del CPJche il Governo egiziano debba proteggere i diritti e le libertà dei suoi cittadini, e noi chiediamo alle autorità di rilasciare tutti i giornalisti attualmente detenuti in Egitto. I giornalisti dovrebbero essere messi in condizione di lavorare liberamente e apertamente in ogni parte del mondo, senza dover temere alcuna rappresaglia».

 

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