martedì, Maggio 18

Reportage dalla Guadalupa field_506ffb1d3dbe2

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Un “brigantino”  italiano attracca al porto di Pointe-à-Pitre nella Guadalupa, Antille francesi. Si chiama “Leopoldo”. E’ salpato da Meta di Sorrento.

Il suo capitano, Leopoldo Petrelluzzi, 30 anni, è il fratello maggiore del mio bisnonno, Giuseppe Petrelluzzi, entrambi capitani sulle navi del padre Ferdinando, armatore di Meta di Sorrento.

Accadeva il 14 febbraio 1896, il giorno di San Valentino. 

Un brigantino alla Guadalupa

Quando attraccò all’Isola Farfalla (così gli abitanti della Guadalupa chiamano affettuosamente la loro isola che ha effettivamente la forma di una farfalla), il capitano Leopoldo Petrelluzzi non sapeva che ci sarebbe rimasto per tutta la vita.

Come Cristoforo Colombo, che quattrocento anni prima aveva ‘scoperto’ la Guadalupa nel suo secondo viaggio alle “Indie orientali”, il capitano di Meta di Sorrento rimase affascinato dalla sua bellezza. Spiagge immacolate a perdita d’occhio, mare dalle tonalità tra l’azzurro e lo smeraldo, una vegetazione tropicale rigogliosa e una grande ricchezza di acque e sorgenti come nelle montagne della penisola sorrentina e perfino un vulcano, la Soufrière, dalla forma vagamente simile a quella del suo amato Vesuvio.

Ma fu l’incontro con la giovane Laurence Collin de la Roncière, che abitava con la famiglia in una delle isole nella rada del porto di Pointe-à Pitre, a convincere il capitano metese a restare. Riportò il “Leopoldo” in Italia e poco dopo tornò alla Guadalupa per sposare Laurence. Nel 1898 acquistò l’isola accanto a quella della sua amata, che sulle carte nautiche attuali porta il nome di “isola Petrelluzzi”. Su quell’isoletta – chiamata anche “Isola delle Foglie” – era nato nel 1887 il poeta Alexis Leger (in arte Saint John Perse), gloria letteraria francese e Premio Nobel per la letteratura nel 1960. Fu lì che ebbe inizio l’avventura caraibica di Leopoldo Petrelluzzi, come ricordano i suoi numerosi discendenti (se ne contano circa 300) molti dei quali ancora abitano alla Guadalupa. 

L’antefatto

Dopo l’unificazione d’Italia, nella seconda metà dell’800, la bandiera tricolore italiana inizia a sventolare sulle navi di mezzo mondo. Entrano in attività nuovi armatori navali italiani, che cominciano a competere con le agguerrite compagnie estere, inglesi, tedesche, francesi, olandesi, scandinave non solo per il trasporto di persone ma anche per le merci.

Ma già nella prima metà dell’800 la marina mercantile del Regno delle Due Sicilie  si era imposta in tutto il Mediterraneo come una delle più attive, già in quel periodo gli armatori napoletani controllavano oltre un terzo della flotta mercantile delle Due Sicilie. Le navi erano a vela, molte costruite appositamente per le traversate transatlantiche.

Dopo l’unificazione molte località marinare si attrezzano per far fronte alla richiesta di noli marittimi nel mondo e l’industria cantieristica del sud d’Italia, avviata dai Borboni, in particolare da re Carlo III, riprende vigore anche sotto il Regno d’Italia, a tutto vantaggio dell’economia, specie nella  penisola sorrentina, dove i cantieri navali di Castellammare di Stabia, Vico Equense, Meta e Piano di Sorrento danno vita a un indotto fenomenale per la produzione di utensili, vele e cordami e attrezzature di bordo.  Per non parlare delle decine di migliaia di marinai della zona imbarcati sulle navi italiane che solcavano il mondo, molti dei quali usciti da scuole navali sorte in loco, la cui fama è ancora oggi immutata e oggetto di orgoglio per la popolazione locale.

Nel 1866 i cantieri navali di Alimuri a Meta di Sorrento disponevano di 8 bacini di carenaggio che davano lavoro a centinaia di operai. Anche dai cantieri di Castellammare di Stabia escono brigantini e golette che partono poi per le rotte del nord Europa, del Baltico, per quelle delle Americhe e delle Antille, fino alla Cina e all’Australia per trasportare prodotti italiani di ogni genere. Gli equipaggi mediterranei, favoriti dalla forte domanda di noli per il trasporto di derrate alimentari e di materie prime verso le aree industrializzate, grazie ad una gestione di tipo familiare, sono in grado di prestare i loro servizi a prezzi concorrenziali e con notevoli profitti. I bastimenti realizzati nel golfo di Napoli si distinguono a tal punto che a partire dal 1867 vengono registrati nella classe di merito superiore del Bureau Veritas, il Registro navale pubblicato a Parigi. Dai cantieri di Procida, Alimuri, Piano di Sorrento,  Castellammare di Stabia e da quello di Equa (Vico Equense), in un ventennio vengono varate centinaia di grosse imbarcazioni (tra le 300 e le 500 tonnellate), molte  delle quali gestite dai casati armatoriali della costiera sorrentina.

E’ da uno di questi casati che nasce la storia che qui racconto.

La storia, oggi

La storia del brigantino alla Guadalupa è rimasta nel “lessico familiare” degli armatori sorrentini. Viene citata nel piccolo museo navale “Mario Maresca”,  allestito in una dimora settecentesca di Meta di Sorrento, con reperti e documenti sulla marina mercantile locale dal 1820 alla prima guerra mondiale in un territorio segnato da attività marittime e da una tradizione marinara secolare.

Un dipinto che raffigura il “Leopoldo” in difficoltà nel mare in tempesta appare anche  tra gli “ex voto” in mostra al Santuario della Madonna del Lauro “patrona dei marinai” a Meta di Sorrento. Era stato donato alla basilica dallo stesso Leopoldo Petrelluzzi scampato ad un tifone incontrato nel corso di una traversata da Marsiglia a New York. Aveva 26 anni e solo da un anno era al comando del “brigantino” che portava il suo nome. Nel libro di bordo è lo stesso Leopoldo a descrivere i momenti terribili in cui l’imbarcazione, sballottata dai flutti, rischiava di affondare. Era il 30 settembre 1891. Nel documento viene descritto lo sforzo immane compiuto da capitano e marinai per mantenere il brigantino a galla e superare la sfida delle onde, con la promessa che il giovane capitano aveva fatto alla “sua” Madonna del Lauro per ringraziarla di aver salvato la nave.

Uno dei suoi nipoti, Claude Petrelluzzi, anche lui capitano di nave, ha raccontato in una lettera questa esperienza del nonno Leopoldo spiegando come nei momenti difficili che un capitano si trova ad affrontare “viene spontaneo il ricorso all’aiuto divino e la preghiera emerge con forza e umiltà, che si sia credenti o meno”.  Il “Leopoldo” ha poi cambiato nome, diventato “Augusta” sotto bandiera tedesca. E fu affondato al largo di Tunisi durante la seconda guerra mondiale.

La famiglia della Guadalupa

Le difficoltà degli spostamenti e le due guerre mondiali hanno reso sempre più sporadici i contatti tra la famiglia della Guadalupa e quella di Meta.

Finalmente, un messaggio da me inviato su Facebook ha aiutato a ritrovare il bandolo della matassa. Una volta stabilito il primo contatto, è stato possibile ricostruire un pezzo di storia familiare insieme ai discendenti del capitano del brigantino, specialmente con Gérard Petrelluzzi, che dalla Guadalupa ha subito risposto al “messaggio in bottiglia” da me lanciato nel “mare” di internet.

E’ stato anche lui attivo in marina e ha diretto a lungo l’agenzia marittima avviata dall’antenato di Meta di Sorrento. Come hanno fatto e continuano a fare molti altri dei suoi cugini e parenti che hanno dedicato la loro vita al mare sia come capitani, sia come agenti, sia coinvolti nell’attività di import export attraverso l’industria marittima.

E’  iniziata così una corrispondenza e la vicenda che avevo sentito raccontare in famiglia da bambina come fosse una leggenda esotica è diventata una storia vera che mi ha permesso di dare un volto alle persone dai nomi familiari, riscoprire nei loro tratti particolari noti e collegare la località in costiera sorrentina in cui sono nata con l’isola caraibica che affascinò il capitano del  brigantino “Leopoldo” di Meta di Sorrento qando approdò nel Nuovo Mondo.

Insieme ai miei figli Dario e Giulio ho incontrato il mese scorso Gérard Petrelluzzi, i suoi fratelli Serge, Bruno, Maurice, e la sorella Cathy, la loro splendida mamma ottantenne Mireille,  e numerosi altri cugini residenti nell’isola molti dei quali, come Philippe e Gregory Petrelluzzi, suo figlio, continuano a mantenere viva la tradizione marinara familiare. 

E’ stata una insolita riunione di famiglia inserita in un pezzo di storia dimenticata di un’Italia orgogliosa delle sue tradizioni marinare quando le navi che partivano dalla penisola sorrentina solcavano i mari di  mezzo mondo e quando il “made in Italy” era ben più che una semplice etichetta commerciale.  

E’ stato stupefacente osservare come tra i  discendenti di Leopoldo resti ancora molto viva l’immagine della terra da cui egli era partito, quella Meta di Sorrento da dove era iniziata l’avventura del “brigantino” che portava il suo nome. E capire come l’immagine di Meta di Sorrento, che solo pochi di loro hanno visitato, resti però quella di un luogo magico legato a un passato glorioso che nessuno riuscirà mai a cancellare.  Sono tutti orgogliosi di questa provenienza anche se per molti di loro Meta è solo una foto in cartolina. Sono però fieri della tradizione marinara di questo paese, dell’immagine di competenza marinara e savoir faire partenopeo che Meta ha saputo diffondere nel mondo.  E fieri di abitare in un luogo come la Guadalupa, di aver dato a questa isola meravigliosa il loro contributo di lavoro e di esperienze. Nelle foto d’epoca che decorano l’agenzia marittima Petrelluzzi si vede il “Leopoldo” attraccato alla banchina di Pointe-à-Pitre che formicola di marinai che si muovono intorno alla merce da caricare, tra cui barilotti di rum per rifornire presumibilmente le cucine dei produttori di babà partenopei.  E sacchi di zucchero di canna e di caffé, oltre a spezie varie usate all’epoca per curare e cucinare.  

La Guadalupa tra le due guerre mondiali

Sullo zucchero è basata anche la rinascita della Guadalupa, colonia francese all’inizio del secolo scorso, e attualmente territorio francese d’oltremare e come tale parte dell’Unione europea, quando la prima guerra mondiale aveva trasformato in campi di battaglia le terre francesi adibite alla produzione di barbabietole. Con la canna di Guadalupa e Martinica la Francia riuscì a rifornirsi dello zucchero di cui aveva bisogno, favorendo così la rinascita economica di questi territori  d’oltremare francesi. Fino allo scoppio della seconda guerra mondiale quando anche le Antille francesi subirono perdite e attraversarono un periodo di grande difficoltà.  Attualmente le due isole fanno parte dell’amministrazione francese e come tali usano l’euro come valuta corrente.

Da uno stralcio di lettera scritta dalla moglie di Leopoldo Petrelluzzi a mia nonna Laura Petrelluzzi Salvati il 18 maggio 1939 (e ritrovata tra le carte di famiglia) emerge la preoccupazione per il futuro e un grande desiderio di pace. ‘Perché – si chiede Lorenza Petrelluzzi nata La Roncière, la donna che aveva indotto il giovane capitano Leopoldo a stabilirsi in Guadalupa –   i governi devono continuare a scontrarsi  obbligandoci a vivere separati? Perché questa paura del domani che ci divora e distrugge i nostri progetti? La Pace! Com’è bella questa parola e come la desidero dal profondo del mio cuore. E allora potrei senza timore lasciare la mia isoletta per venire da voi, incontrarvi un’ultima volta, rivedervi per dirvi tutto il mio affetto’. E ammette che ‘dopo la morte di Leopoldo non ho più nessuno con cui parlare di voi (i parenti italiani, ndr), i miei figli vi conoscono appena’. Ma alla cognata italiana Lorenza chiede di ‘non dimenticarmi. Vogliatemi bene come io vi voglio bene’.

 

Una storia quella che ho raccontato fatta di legami che gli oceani non sono riusciti a interrompere. I contatti possono riprendere anche tra le generazioni successive, se il ricordo continua. Perché l’emigrazione serve a gettare ponti, a ricreare legami, a trasmettere tradizioni e costumi che si rinnovano nelle generazioni future nonostante lontananza. E a rilanciare attività e lavoro.

 

Non solo un paradiso turistico

Attualmente la Guadalupa è un centro turistico di grande bellezza, adatto a ogni tipo di gusti: mare, montagna, cure termali, sport marini,  natura incontaminata, alberghi di gran lusso e turistici (come “La Creole Beach Hotel” a Le Goset dove ho alloggiato), immersioni tra foreste di coralli ad accarezzare le tartarughe e uscite in barca a vela o in jet-ski, o evoluzioni mozzafiato in wind e kite-surfing. E una cucina variegata che ha saputo assorbire il meglio di quella europea e vanta una vasta gamma di prodotti locali, dalla frutta alla verdura, dal pesce freschissimo alla carne saporita.

Il turismo, insieme ai trasporti marittimi e commerciali, è una delle principali attività dell’isola, o meglio delle isole dato che la “farfalla” Guadalupa è circondata da una corona di altre isole minori ciascuna con le sue caratteristiche. Come Marie-Galante, l’isola dai cento mulini, dove il tempo sembra essersi fermato all’epoca dei carri trainati dai buoi e dove il profumo di rum sembra aleggiare su tutto il territorio dove si coltiva la canna da zucchero.

E al rum è dedicata una delle più importanti attività agonistiche transatlantiche che collega la Francia alla Guadalupa. Si svolge ogni quattro anni e collega il porto bretone di Saint Malo a Pointe-à-Pitre. L’avvio della sua decima edizione sarà il 2 novembre 2014. Possono parteciparvi imbarcazioni e velieri di ogni tipo.  (www.routedurhum.com).

 

Il rilancio dell’attività turistica ha significato per le Antille francesi – e per tutti i Caraibi in cui sono incastonati i due territori francesi d’oltremare di Guadalupa e Martinica – anche l’apertura di nuove iniziative come il design e la moda.

 Da una sfilata di moda organizzata a Pointe-à-Pitre a cui ho assistito il 4  luglio scorso è emerso un pò di tutto questo: il tessuto madras, cotone stampato tipico della tradizione dell’India ispirato ai motivi dei tartan scozzesi, è stato usato dalla stilista Lorela Nadège Descombes insieme ai designers locali di “Cap Color Mode” e di “Les jours bleus” per comporre fantasmagorici abiti ricchi di volants e sciarpe ricamate ma anche semplici due pezzi o abitini quadrettati dai colori solari che mettono allegria solo a guardarli addosso a modelle dalla pelle ambrata. Una esplosione di colori e di fantasia emersa dalla tradizione ma proiettata anche verso un futuro di nuovi scambi, di nuovi mercati, di nuove proposte. L’immigrazione indiana alla Guadalupa mescolata alle tradizioni locali ha permesso di ricreare nuovi gusti e nuovi stili che si sono amalgamati con quelli degli abitanti tradizionali, uniti alla genialità locale, con un pizzico di gusto italiano e di “savoir-faire” francese.  

 

A conferma del fatto che una storia di emigrazione come quella che ho raccontato è diventata una storia di integrazione, con i discendenti del capitano del brigantino di Meta di Sorrento diventati tessuto vivo di una società lontana ma in fondo molto simile a quella da cui egli era partito nel 1896. Quasi centoventi anni fa.

 

 

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