giovedì, Ottobre 28

Renzi: voglio una corrente tutta mia

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Poco male se un Matteo Salvini, ad imitazione di Beppe Grillo, galvanizza ed eccita la sua piazza a forza di ‘Renzi, Renzi, vaffa…’; anzi: se la destra diventa una coalizione che affratella estremisti di Casa Pound (è triste che un grande poeta, sia pure di opinioni discutibilissime sia finito con l’essere l’emblema di questi figuri), i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, e gli energumeni del francese Bloc Identitaire e del tedesco Pegidia, e se per di più non si perde occasione per scandire che ‘Berlusconi è politicamente morto’, è naturale che un elettore moderato corra nelle braccia di Matteo Renzi, o in ripiego, in quelle di Angelino Alfano. Così come, sul versante opposto a Renzi va benissimo che una sorta di asse tra Grillo e Antonio Di Pietro si stia cementando sulle recenti norme relative alla responsabilità civile dei magistrati.

Non ci vuole né ‘Il Principe’ di Niccolò Machiavelli, né ‘Il breviario dei politici’ del cardinale Giulio Mazzarino, per sapere che i voti di una maggioranza centrista non si conquista indossando i panni dell’estremista di destra o di sinistra; e che anzi, più ci si radicalizza in quelle posizioni, più si ottiene l’effetto opposto.

Più Grillo e i suoi amici si agitano, e lanciano invettive, più Renzi mette fieno nella sua cascina. Più il Matteo dell’eterna felpa strilla, più il Matteo dell’eterna camicia bianca cattura transfughi della destra moderata. Dunque il Presidente del Consiglio ha tutto l’interesse che Salvini abbia visibilità e spazio mediatico.

La vera insidia è un’altra.

Per esempio non ha minimamente messo in conto l’appello dello scrittore Roberto Saviano al boicottaggio delle primarie del Partito Democratico per la scelta del candidato Presidente della Regione Campania. “Non andate a votare”, dice Saviano. «Questo è il mio consiglio. I candidati sono espressione della politica del passato. Queste elezioni saranno determinate da voti di scambio. Pacchetti di voti sono pronti ad andare a uno o all’altro candidato in cambio di assessorati. Le primarie del PD avrebbero dovuto essere strumento di apertura e partecipazione, ma così non è stato. Non legittimiamole, non andate a votare».

Un sonoro ceffone a Renzi e al PD che sempre più si modella a sua immagine e somiglianza. L’ennesimo ‘caso’ che si somma a quelli della Liguria, di Roma, del Piemonte, dell’Emilia Romagna… E quello del PD è un malessere che serpeggia assai più di quanto non sia dato cogliere. Per esempio, l’assemblea dei parlamentari dell’altro giorno: sulla carta dovevano essere almeno quattrocento, che tanti sono, distribuiti tra Montecitorio e Palazzo Madama. Ce n’erano la metà, e all’inizio: perché mano a mano che si andava avanti, le poltrone si liberavano a ritmo sempre più veloce. Alla fine dei lavori, una cinquantina di volenterosi irriducibili.

Lo stato maggiore del Nazareno ripetere che sono le minoranze, ad aver disertato l’assise. Se è così significa che la minoranza non è tale; e che il Presidente del Consiglio-segretario del PD non può contare sulla maggioranza dei  gruppi parlamentari. Di solito se ne trae qualche conclusione…

E’ evidente che la ‘diserzione’ dei parlamentari è un qualcosa che va al di là rappresentanza delle opposizioni interne conosciute e palesi. E’ un preciso segnale inviato da coloro che non sono collegabili alle aree guidate da Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, o Pippo Civati. Pierluigi Bersani, pur affezionato alla ‘ditta’ che non abbandonerà mai per velleitarie avventure con Nichi Vendola o altri teorici di una fumosa italica Tsipras, lo dice chiaro e tondo che non avrebbe partecipato a una riunione organizzata per rafforzare Renzi in vista di alcuni difficili passaggi parlamentari, perché il ruolo di figurante non gli si addice. Ma, attenzione, ha cura di scandire: «Stiamo cambiando forma alla nostra democrazia e non sono cosucce da poco. Sarà ora di discutere seriamente, non per spot. Basta fare una discussione ordinata, il metodo Mattarella». Cuperlo è ancora più sferzante: «In tre minuti si riesce a risolvere un quiz non la riforma fiscale». Dello stesso tenore le prese di posizione di Francesco Boccia e Cesare Damiano.

Come reagiscono i renziani? Minimizzano. Per il vice-segretario Lorenzo Guerini si fanno «troppe polemiche» (chissà, forse c’è un manuale interno che prescrive quando le polemiche sono numericamente accettabili, e quando lo sono più); Maria Elena Boschi non crede «ci sia motivo per lamentarsi ma se uno preferisce non partecipare rispettiamo le sue scelte» (chissà, un giorno le presenze diventino obbligatorie, salvo giustificazione medica). Scuro in volto, Renzi, a conclusione del ‘dibattito’, convoca la segreteria: «Non ci sarà alcuna modifica per quanto  riguarda legge elettorale e le riforme istituzionali», dice ai suoi. Gli assenti se ne devono fare una ragione: «Ce ne ricorderemo il giorno che faremo le liste», sibila. Non è una minaccia; è una promessa.

Il tam tam del Nazareno riferisce che il Presidente del Consiglio vuole costituire al più presto una ‘sua’ corrente, un’area che si potrebbe definire ‘catto-renziana’. I più impegnati in questo progetto il sottosegretario Graziano Delrio, un fedelissimo come Matteo Richetti, (già pronto il suo ruolo: braccio operativo della corrente), e l’immancabile Guerini.

In queste ore numerosi parlamentari del PD hanno già ricevuto un documento programmatico, l’adesione è la premessa per ‘prenotare’ un posto da capolista quando entrerà in funzione l’Italicum. Tutti assicurano che si andrà alla naturale scadenza della legislatura; e del resto è ben vero che metà dei parlamentari sanno già che non saranno ricandidati, dunque faranno di tutto per assicurarsi il vitalizio, che viene concesso solo se la legislatura non viene interrotta a metà. Però prudentemente ci si prepara al peggio, e sono in corso una quantità di ‘movimenti’ e alleanze. E’ stato Otto Bismarck a dire che «la politica è l’arte del possibile, la scienza del relativo». Nei ‘palazzi’ del potere si comportano di conseguenza.

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