sabato, Ottobre 23

Renzi, un caso di astio collettivo? field_506ffb1d3dbe2

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A rileggere una sentenza di Marcel Proust, si rischierebbe di trovare una specie di soluzione: «Di solito si detesta chi ci assomiglia, e i nostri stessi difetti, visti dal di fuori, ci esasperano». E allora vediamola in sedicesimo, perché comunque stiamo parlando di ‘politica’ italiana, e cioè di una scena che, fuori del nostro cortiletto, non interessa quasi nessuno.

Matteo Renzi è probabilmente il leader nazionale che negli ultimi vent’anni ha suscitato più antipatia di ogni altro (e forse anche il suo contrario, si vedrà). Prima di lui Bettino Craxi e Silvio Berlusconi erano riusciti nell’impresa di coagulare una certa avversione popolare, ma essa si raccoglieva attorno ai cascami ideologici dell’anziano Pci. È storia nota, tale sommovimento negativo non ha dato alcun frutto, tranne che crescere e pascere quell’alta borghesia un po’ colta del Paese che, sul ‘martirologio’ dei due messia milanesi, costruirà le sue fortune. E siccome per affrontare alcuni argomenti, in Italia vengono richiesti documenti e permessi vidimati, vorrei chiarire che io, di Bettino e Silvio, non ho mai amato nemmeno un poro, e che non li ho applauditi neanche una volta. Che insomma, pur non vantando la formazione piccista di un Giuliano Ferrara né quella gruppettara di Mieli, Lerner e Liguori, ho laicamente detestato entrambi gli Unti, tanto per la carenza di stile che li accomunava, quanto per il loro ‘progetto’, che mai ha coinciso con il mio, di rappresentante di una classe media disprezzata e impoverita in ragione di una politica volutamente incompetente e a basso costo. E da borghese tradito, non sono nemmeno diventato prodiano, montiano o lettiano, i loro interessi continuando a divergere dai miei.

Giunti che siamo a Renzi, malamente sopravvissuti al disossamento di risorse e di risparmi nel nome di un’imprenditoria criminoide e di un sistema bancario usurando, riterrei più saggia la posizione di chi speri, dagli spalti, nel gol all’ultimo minuto, senza contestare prima del fischio finale, che tanto non servirebbe a nulla. Del pari so che non varrebbe sognare o attendere moltiplicazioni di pani, miracoli, risurrezioni! Per carità, d’altronde siamo l’Italia, una nazione destinata a una nobilissima resistenza gregaria, mica al primato. Invece assistiamo a un fuoco di fila contro il nuovo Presidente del Consiglio che non ha paragoni con il passato, perché risuona abbastanza trasversale. Proviamone un parziale elenco.

In buona compagnia coi leghisti del razzista Matteo Salvini, coi forzisti della fidanzata di Alessandro Sallusti e coi seguaci di grillipedia, Enrico Letta guida l’esercito dei detestanti, perché Matteo Renzi lo avrebbe dolosamente defenestrato. Eppure Letta – del cui cognome cominceremmo a essere un po‘ saturi… – non stava guidando un esecutivo memorabile… A occhio non combinavano più niente da mesi, e però Renzi avrebbe dovuto usargli la cortesia di suicidarsi con lui di lì a breve, mano nella mano, magari benedetti da Cuperlo all’incrocio tra Ariccia e Frattocchie. Non parliamo poi dell’ineducazione al momento del passaggio di campanella, della vanesia passerella in parlamento, del forzatissimo abbraccio con Bersani (noi, i puri, che il potere non ci ha intaccati… ma abbiate pietà!).

Si sa, c’è tutto un Pd di tradizione perdente che non ama Matteo Renzi. È la vecchia guardia, sono le ex riserve dei centralisti, i né carne né pesce, i vittoriosi senza saperlo, con il quotidiano aperto sulle pagine culturali, sullo yacht dei banchieri, con gli sprechi da feste del cinema, con tutto il loro progressivo distacco, non già dal popolo ma dalle persone normali… C’è tutta questa sgarbata élite di finta-sinistra, che non naviga quasi mai sotto gli 80.000 annui e che ha fondato la propria fortuna sul privilegio sociale e sui rapporti raccomandati, una castina alternativa alla ghenga berlusconiana che nel tempo ha saputo occupare gli spazi promessi ai suoi stessi protetti, alle generazioni successive, persino ai figli. Sessantenni senza pietà, che hanno vivacchiato di luce carpita più che riflessa, e che hanno dileggiato Renzi dal primo minuto, giudicandolo un irriverente, un irriguardoso, un irrispettoso di gerarchie fissate e imposte da loro medesimi, da una “tetrarchia” di post-comunisti che era riuscita nell’impresa di non risparmiarci l’avvento della più ignorante e volgare destra di governo che un paese mediamente civile abbia avuto a sopportare. Attorno a codesti depositari di uno sfascio economico, culturale, sociale ed etico, sono cresciute erbe cattivelle di differenti specie: vi sono i carneadi del gauchismo per caso, alla Civati, uno che sembra imitato da se stesso e che, se non fosse stato troppo bellino, oggi sarebbe un buon ricercatore universitario; vi è tutta la costellazione di fondaroli‘, finanziati da destra e da manca, a capo di accolite lobbistiche niente male; vi sono gli anziani che si credono perpetui, trasversali in Parlamento e nella vita civile, che guidano sino agli 85, siedono in tre cda al giorno, leggono e citano sempre le stesse minchiate, hanno fatto il 56, il 68 e il 77 senza nemmeno giocarseli e non provano il minimo senso di colpa per avere intasato gli ingressi di tutte le occasioni possibili e immaginabili; e vi sono i quarantenni livorosi, da sempre animati da un’ambizione assai male indirizzata, che in Matteo Renzi vedono il rivale, quello che non sa (come loro), che non merita (come loro), che non ha studiato abbastanza (come loro), che non rispetta gli altri (come loro).

Sono questi i personaggi evocati da Proust e appartengono a una genia riconoscibilissima: donne e uomini senza qualità, che impazzano tra le righe del net facendo le pulci alla minima contraddizione del bersaglio, esercitandosi in facezie e arguzie ispirate al più trito crozzismo zelighese. Costoro galleggiano in un liquido ad alta concentrazione di natanti, tutti condividendo le medesime boiate, come se la questioni fossero: Matteo Renzi è per caso uno stratega del calibro di Benjamin Disraeli? Possiede la lungimiranza politica di Helmut Schmidt? La cultura letteraria di François Mitterrand? Cioè loro non si curano mica delle ansie terra terra di un elettore che abbia superato l’adolescenza destra-sinistra, i miti delle barricate ‘coi mobili degli altri’ (Ennio Ennio perché non rinasci?) e le pruderie del populismo da cabaret… Ma figurati! Perché il sospetto è che i mestieranti del conflitto permanente (e soprattutto insipiente) temano di cambiare mestiere, o di trovare il loro primo mestiere, è uguale. Saltasse la quotidiana ginnastica del tanto peggio tanto meglio, dove affonderebbe la loro sapida penna al vetriolo?
Ora, Matteo Renzi non sarà un genio, ma quegli altri non sono né Montanelli, né Longanesi né Bocca. Dopo di che, se anche lui passasse via come ultima meteora e come sperano i menagrami dello zero assoluto, ci godremmo tutti assieme il primo Governo Vaffa della Repubblica italiana. Un monocolore al pesto.

 

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