mercoledì, Aprile 14

Renzi: tra nuove promesse e Verdini L’iniziativa di Verdini premia gli interessi delle tre parti in causa: Verdini, Berlusconi, Renzi

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Da dove cominciare? Matteo Salvini, il leader Lega, si esibisce in una quantità di selfie, impegnato in un tour politico-vacanziero tra il lago di Iseo e Milano Marittima. Il repertorio è quello di sempre: accreditarsi come l’italiano medio, con i problemi dell’italiano medio, che parla la lingua dell’italiano medio, e ha le soluzioni dell’italiano medio. Troppo caldo per le felpe multi-messaggio, ora è il tempo del petto nudo e pantaloncini, appena appena arrossato dal sole di Romagna. Peccato che al di là di rabbiose e vaghe parole d’ordine, quando si va al dunque, non ci sia nulla; come la bufala spacciata con un tweet su prossima tassa sui condizionatori; si è dimenticato di aggiungere che la cosa riguarda i sistemi di climatizzazione che superano i 12 Kw, quelli per raffreddare ambienti come aziende, centri commerciali, uffici, ospedali, ecc. E’ una direttiva della Comunità Europea, che impegna gli Stati membri a promuovere l’efficienza energetica nel comparto edilizio, ed equipara i condizionatori agli impianti di riscaldamento. Direttiva, per volerla dire tutta, votata anche dalla Lega. Lasciamo perdere. Magari un giorno ci si arriverà davvero a tassare l’aria, condizionata o no che sia, per ora è una bufala e basta.

Sono altri, i problemi di questo Paese (e anche del Governo dell’altro Matteo, Renzi). Il Presidente del Consiglio si concede una trasferta in Medio Oriente. Al Premier israeliano Benjamin Netanyahu Renzi assicura che l’Italia veglierà che siano rispettati gli accordi di Vienna a proposito del nucleare iraniano. Netanyahu replica a muso duro che quell’accordo «rimane un errore storico. Non fa altro che consentire all’Iran di continuare a produrre armi atomiche, cosicché in quindici anni arriverà ad avere un tale arsenale da rappresentare una minaccia, non per Israele soltanto, ma per il mondo intero». Uno dei consiglieri di Netanyahu, off the records, ne riassume poi il pensiero: l’Italia a differenza degli altri Paesi si è chiamata fuori dai negoziati, anche il Ministro degli Esteri europeo, l’italiana Federica Mongherini, non ha giocato alcun ruolo significativo. Dunque… Poi, certo, accogliendo Renzi nella sua residenza di Gerusalemme, Netanyahu dice: «Buonasera Matteo», in italiano. Ma è quello che pensa in ebraico, che conta.

Successivamente Renzi incontra a Betlemme il sempre meno ascoltato Presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, e gli dice: «L’Italia persegue la soluzione di due popoli, due Stati». E si ammetterà che è un salto di qualità, un qualcosa cui nessuno aveva prima pensato. «La pace ha bisogno dell’impegno di tutti»; e anche questo merita di essere trascritto negli annali.

Dopo le questioni internazionali, ecco i problemi ‘casalinghi’; negli ormai abituali 140 caratteri che i tweet concedono, Renzi fa sapere che «fa male» vedere i siti archeologici di Pompei inaccessibili per assemblee sindacali improvvise e migliaia di turisti lasciati cuocere sotto il sole; e «fa male» vedere rovinate le vacanze «a migliaia di concittadini» per gli scioperi nei trasporti, aerei, treni o metropolitane che siano.

Sì, fa male. Ne vogliamo parlare? Tra i diritti di un lavoratore, rientra certamente quello di sciopero; ma esistono anche le cosiddette mansioni di ‘interesse pubblico’.

Il problema non è se l’inquilino di palazzo Chigi ‘stia male’. Il problema è che cosa ha fatto e che cosa fa, che cosa ha intenzione di fare per non fare star male noi, titolari di interessi collettivi, ostaggi di interessi privati. Queste cose non si risolvono con un tweet; si risolvono con provvedimenti legislativi, con azione di Governo, con leggi del Parlamento… Con qualcosa di più concreto dei sorrisi di Maria Elena Boschi o di Marianna Madia o le espressioni truci di Luca Lotti.

Nel frattempo, si allunga il catalogo delle promesse. Ora sono spalmate nell’arco di tre anni: nel 2016 verrà abolita l’ICI sulla prima casa. Nel 2017 diminuirà finalmente l’IRAP; nel 2018 diminuirà l’IRPEF. Miliardo più, miliardo meno si tratta di un minor gettito che oscillerà sui 25 miliardi (qualcuno ipotizza anche più, azzarda 40 miliardi, ma noi ci teniamo sulla cifra più bassa). Come e da chi verranno rimpiazzate quelle minori entrate? Si scaricherà tutto sulle spalle di Comuni e Regioni? Se è così, reagiranno in due soli modi possibili: aumenteranno le tasse locali; taglieranno ulteriormente i servizi; forse faranno entrambe le cose. Dice: l’abolizione dell’ICI sarà coperta dalla spending review, che significa tagli e risparmi della Pubblica Amministrazione; dice che così risparmieremo spese superflue per dieci miliardi. Cioè? Quando? Come? Perché spending review non è un bancomat, inserisci un pezzo di plastica ed escono banconote. Significa magari riorganizzare, progettare, rimodulare, vincere resistenze corporative, interessi consolidati, poteri reali. Significa che vanno smantellati ospedali, tribunali, prefetture, servizi pubblici, e che vanno riorganizzati. Siamo tornati al tempo quando si prometteva il varo di una riforma al mese? Per ora questo Paese è stato salvato dall’accorta azione del Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi e del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

Si procederà finalmente alla vendita di beni pubblici? Anche qui: o si procede a una svendita (per fare esempi concreti, del tipo che se ne fecero subito dopo la guerra, e che in parte vennero sventate da personaggi come Ernesto Rossi ed Enrico Mattei), oppure ci vorrà tempo, pazienza e competenza.

La riduzione dell’IRAP è sacrosanta; e già sarebbe un ottimo risultato sgravare le imprese di almeno una decina di miliardi; scordiamoci, tuttavia che gli effetti siano immediati, sia per quel che riguarda gli investimenti che per quel che riguarda l’occupazione. Anche qui, ci vorrà tempo, pazienza e competenza. Niente si può dire per quel che riguarda l’IRPEF, dal momento che al di là della promessa, nel 2018, non c’è altro. E sul vago e sul nulla non si può discutere.

 

C’è poi la politica di tutti i giorni, quella politicante, e al tempo stesso ‘reale’, fatta di scambi, compromessi, spartizioni, posizioni di potere da acquisire.

Facciamo, qui un passo indietro. Conviene andare a rileggere un editoriale che all’epoca fece scalpore: quello dell’allora Direttore de ‘Il Corriere della SeraFerruccio De Bortoli, pubblicato in prima pagina il 24 settembre 2014. «Renzi non mi convince», confessava fin dalle prime righe De Bortoli; e non lo convinceva per come gestisce il potere: «Se vorrà veramente cambiare verso a questo Paese dovrà guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso. Una personalità egocentrica è irrinunciabile per un leader. Quella del Presidente del Consiglio è ipertrofica… La muscolarità tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità degli slogan. Un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un buon decreto. Circondarsi di forze giovanili è un grande merito. Lo è meno se la fedeltà (diversa dalla lealtà) fa premio sulla preparazione, sulla conoscenza dei dossier…». Staffilate, ma bazzecole rispetto a quello che si scolpiva qualche riga dopo: «…qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo Presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi. Un consiglio: quando si specchia al mattino, indossando una camicia bianca, pensi che dietro di lui c’è un Paese…».

Cos’è accaduto, da allora: il Patto del Nazareno è venuto meno. Sergio Mattarella non è stato eletto Presidente della Repubblica in virtù di quel patto. E chi quel patto ha fortissimamente voluto e ne aveva fatto scopo e missione (Denis Verdini) ha lasciato Forza Italia e ufficializzato la rottura con Silvio Berlusconi, che almeno a parole assicura di essere irriducibile avversario di Renzi. «Meglio soli che mal accompagnati», liquida ora Berlusconi la defezione del suo ex plenipotenziario. Giuliano Ferrara si lancia in un’analisi al solito originale, a sentir lui Verdini dovrebbe essere ringraziato: «Senza di lui non ci sarebbe il Governo Renzi, staremmo ancora ad armeggiare con il cacciavite di Enrico Letta, e Berlusconi sarebbe da tempo nelle mani di Salvini senza aver nemmeno provato a esercitare con il famoso connubio del Nazareno, il suo lascito migliore».

Al di là del ‘bla-bla’, la settimana politico-parlamentare che si apre oggi è la penultima prima della chiusura estiva delle Camere e a suo modo decisiva per leggere in prospettiva il destino della legislatura. Il ‘casoVerdini avrà conseguenze politiche. La formazione di un gruppo autonomo di verdiniani fuoriusciti da Forza Italia creerà inevitabilmente sconvolgimenti nel quadro politico.

All’operazione Verdini non è estraneo il fido sottosegretario Luca Lotti, che a pieno titolo fa parte del cosiddetto ‘Giglio magico’, renziano. Lo stesso Verdini non nasconde ripetuti contatti, pranzi e cene con Lotti, mai smentiti. Fino all’ultimo Verdini ha cercato di convincere Berlusconi a atteggiamenti più accomodanti verso Renzi, cercando di convincerlo che la cosa più opportuna era quella di arrivare alla fine della legislatura condizionando il Governo soprattutto sul fronte delle riforme.

C’è chi è convinto che la nonchalance di Berlusconi non sia solo un atteggiamento ‘dovuto’. Nel Partito Democratico, la ‘sinistra’ che contesta Renzi cita la famosa frase di Laocoonte nell’‘Eneide’: «Timeo Danaos et dona ferentis». Il ragionamento, in parole povere, è questo: la costituzione di un nuovo gruppo di fuoriusciti dalla destra potrebbe essere utile nel gioco delle tattiche politiche, perché mette in pericolo la tenuta del PD. Per Berlusconi due piccioni con una fava: togliersi dai piedi Verdini divenuto ormai troppo ingombrante; e produrre nel PD una sorta di implosione. Sul piano dei numeri, ragiona Berlusconi, si tratta appena di otto deputati e di una decina di senatori. Alla Camera è esclusa la possibilità di formare un gruppo autonomo, ne servono almeno venti; diversa la situazione al Senato: dieci sono sufficienti. Un gruppo d’appoggio al Governo al Senato necessario proprio per effetto dei numeri risicati della maggioranza; ma al tempo stesso in grado di condizionare e influire. L’iniziativa di Verdini premia gli interessi delle tre parti in causa: lo stesso Verdini che pensa a un do ut des nei confronti di Renzi con la mediazione di Lotti, in cui il sostegno alle riforme viene ripagato con un occhio di riguardo verso eventuali precipitazioni giudiziarie; Berlusconi potrà tuonare da tutti i pulpiti che il PD di Renzi alimenta il trasformismo; Palazzo Chigi che potrà decostruire la fronda interna, e usare la stampella verdiniana per quel che resta della legislatura.

Per parafrasare Humphrey Bogart in un celebre film: «E’ la politica, bellezza! La politica! E tu con ci puoi far niente! Niente!».

 

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