domenica, Maggio 9

Renzi sfida sindacato e minoranza PD field_506ffb1d3dbe2

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Renzi da Fazio

La settimana politica si apre con due eventi tra loro collegati, e che inevitabilmente sono destinati a segnarla: da una parte la direzione del Partito Democratico; e le affermazioni del presidente del Consiglio, e segretario del PD Matteo Renzi a ‘Che tempo che fa’ di Fabio Fazio.

E’ la resa dei conti? Molti osservatori lo danno per sicuro. E’ la questione relativa all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che potrebbe essere l’equivalente di quel Gavrilo Princip, che uccidendo a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria e la moglie Sofia fornisce l’atteso casus belli che fa precipitare l’Europa in quella che poi diventa la prima Guerra mondiale. Evocazione fascinosa ed evocativa, parallelo ardito, certamente. Nella sua agenda, Renzi alla voce ‘avversari’, oltre ai ‘frondisti’ del suo partito, che un giorno minacciano la scissione, e il giorno successivo la sentiscono, ha inserito da qualche tempo un nuovo, e più temibile ‘nemico’: si chiama sindacato.

Ospite di Fazio, Renzi si muove come un caterpillar: lancia una bordata alla leader della CGIL Susanna Camusso e compagni: «L’unica azienda al di sopra dei quindici dipendenti che non ha l`articolo 18 sa qual è? È il sindacato, che poi ci viene a fare la lezione». Un colpo assestato sotto la cintura con la volontà e la determinazione di chi vuole colpire proprio in quel punto; ma che al tempo stesso non può essere smentita ed è da sempre un punto debole del sindacato. Come ha un suo fondamento la successiva affermazione: «L’articolo 18 tutela solo una piccolissima minoranza dei lavoratori italiani, noi vogliamo tutelarli tutti, specie quelli che sono stati costretti al precariato. Chi difende l’articolo 18 lo fa solo per una battaglia ideologica. È uno che si guarda allo specchio e dice ‘io sono di sinistra perché difendo l’articolo 18’ quando invece è soltanto un totem del passato».

Il sindacato, ovviamente, questo rospo non lo può ingoiare senza colpo ferire, e infatti da giorni rullano i tamburi di Guerra. Camusso e il leader della FIOM Maurizio Landini, che da sempre convivono in CGIL guardandosi in cagnesco, hanno trovato un collante proprio nella difesa dell’articolo 18, e minacciano scioperi generali a raffica. La minoranza del PD, capeggiata da Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, si spreca nel garantire che tutto desidera ma non una scissione della “ditta”; e che anzi lavora per una sintesi e una mediazione. Lo facciano perché ci credano, o perché sono consapevoli che la linea della rottura non paga, un fatto è certo: i D’Alema, i Bersani, i Cuperlo, i Civati sanno bene di non essere credibili come alternativa al renzismo, e dunque tireranno la corda, ma faranno di tutto per non spezzarla. Indicativo quanto anticipa Pierluigi Bersani: «Non voglio la rottura, voglio rispetto»; anche Pippo Civati mostra una serena consapevolezza: «Renzi può contare su una maggioranza bulgara, finisce ottanta a venti».  Dunque? Dunque l’esperienza racconta che non basta avere la maggioranza nel partito per poter cantare vittoria; e a dispetto dei sondaggi, si può perdere clamorosamente nel Paese. Lo sanno bene Walter Veltroni, lo stesso D’Alema, Romano Prodi, Bersani che nel partito trionfavano, per poi naufragare miserabilmente al governo e nel Paese.

Reduce dalla sei giorni negli Stati Uniti, Renzi ostenta ottimismo ventiquattro carati, e recupera tutto il suo tradizionale repertorio di rottamatore della vecchia politica a partire. A D’Alema che lo critica dalle colonne del ‘Corriere della Sera’ fa sapere: «Non devo far felice D’Alema, devo far felice quella mamma che ha un contratto precario e non ha diritto alla maternità».

Demagogia spalmata con abbondanza, si obietterà; ma demagogia destinata a far presa. «Una generazione di politici ci ha raccontato per anni cos’è di sinistra e cosa no. Capisco che parte della sinistra è affezionata alla memoria, ma la memoria senza speranza è un museo delle cere», infierisce Renzi, che a proposito di contratti annuncia: «In direzione Pd dirò che cancelliamo i co.co.pro e tutte quelle forme di collaborazione che hanno fatto del precariato la forma prevalente del lavoro». Un messaggio diretto arriva anche agli oppositori occulti: «Vedo più pensieri deboli che poteri forti. Possono mandarmi a casa domani mattina ma nessuno può pensare di telecomandarmi come una marionetta». Ma la ‘carne’ di tutto il dire e il fare di queste ore è costituita dalle possibili riforme che il presidente del Consiglio potrà portare in cascina con l’aiuto e il sostegno di Forza Italia e del suo leader Silvio Berlusconi:
«A Berlusconi dico che abbiamo un accordo sulle riforme e ora bisogna fare veloci. Forza Italia non deve continuare a girarci intorno. Renato Brunetta non può alzarsi ogni mattina e dire una cosa sua». Ce n’è anche per la Conferenza Episcolale italiana: «Io sono cattolico, quando i vescovi intervengono ho da imparare. Ma noto che in questi anni sono stati zitti mentre si consumava una catastrofe educativa». Il tono è simile a quello di Romano Prodi, quando alla vigilia del referendum sulla legge 40, replicò a un Camillo Ruini che propagandava la diserzione delle urne, che lui era ‘un cattolico adulto’, e sarebbe invece andato a votare. Prodi non ne uscì bene. Vero è che il cardinale Angelo Bagnasco non è Camillo Ruini, e in Vaticano oggi c’è papa Francesco, uno scenario, insomma, completamente diverso. Dunque Renzi si può permettere quello che a Prodi ha procurato qualche ustione. Fatto è che forti o deboli che siano, Renzi si trova davanti tanti poteri che lo guardano in cagnesco, e lo logorano.
I magistrati, per esempio, nei confronti dei quali il presidente del Consiglio riserva parole severe: «Ci facessero il piacere di lavorare di più, invece di lamentars, e sulla vicenda giudiziaria che coinvolge il padre: «Il giochino di parlare di giustizia a orologeria fa male a chi lo dice. Mio padre è un uomo per bene».

 

Alla fine la direzione del PD serve per rendere visibile quello che già si può cogliere da tempo senza troppi sforzi: due terzi del ‘parlamentino’ del PD sono schierati con Renzi, una maggioranza costituita dai renziani doc, dai renziani di seconda battuta, ai quali si aggiungono per l’occasione i cosiddetti ‘giovani turchi’ di Matteo Orfini e i popolari di Giuseppe Fioroni. Tutti gli altri, perplessi e mugugnanti. Niente, insomma, che non possa essere superato. I veri ostacoli, i veri problemi Renzi, li incontrerà al Senato, dove i numeri sono molto meno rassicuranti. La maggioranza renziana rischia seriamente di andare ‘sotto, e il coniglio nel cappello per uscire da questa situazione potrebbe essere il dover far ricorso, per l’ennesima volta, allo strumento del decreto, esplicitamente proposto da Angelino Alfano, compreso un eventuale voto di fiducia. Un ‘nuovo’ praticato con i ‘vecchi’ strumenti di sempre.

C’è tuttavia un inquietante campanello d’allarme, che dovrebbe dire qualcosa a Renzi e a tutto il PD, e questo segnale viene dall’Emilia Romagna: Stefano Bonaccini vince le primarie per la presidenza della Regione. Una vittoria netta al 60,9 per cento contro lo sfidante ex sindaco di Forlí Roberto Balzani; ma la vittoria netta non può nascondere il tracollo dell’affluenza, letteralmente precipitata, per la prima volta, anche in Emilia Romagna: segno di una disaffezione che da tempo poteva essere colta, ma che ora è esplosa. La culla della partecipazione questa volta porta ai gazebo sotto 58mila votanti, un calo di quasi l’85% rispetto alle primarie del dicembre scorso, quando l’Emilia Romagna portò alle urne 4O7mila votanti, proprio sotto la guida di Bonaccini.

Di questo, più proficuamente dovrebbero discutere, riflettere e ragionare Renzi, la direzione del PD, e su un altro versante, editorialisti e commentatori. E’ il segno di un ‘vuoto’ che potrebbe a breve essere colmato da un qualcosa di pericoloso per tutti. Ma in pochi sembrano esserne consapevoli.

 

 

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