giovedì, Settembre 16

Renzi, rinunciare a Palazzo Chigi forse non basta Per ora è riuscito a raccogliere poco più che frattaglie: Giuliano Pisapia e i radicali di Emma Bonino, e poi?

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Al di là delle tante chiacchiere che si fanno in queste ore (e che sono nulla più che tentativi di lasciare il cerino acceso nelle altrui dita), la situazione è questa: il Segretario del PD Renzi, ancora una volta, come sempre, punta su sé stesso; al netto di tutte le promesse e le assicurazioni, come in passato, è convinto di poter ancora giocare la partita con la tattica di sempre, riassumibile nell’espressione: one man show.
Cinque sconfitte consecutive e secche, ancora non lo hanno convinto che questo suo modo di fare. Già all’indomani della cocente sconfitta in Sicilia ha detto che non ci pensa neppure ‘a mollare’. Non è frase di circostanza. Ne è davvero convinto. In altre occasioni, questa sua caparbietà tipica del Capricorno testone, gli potrebbe perfino fare onore. In questo caso è il contrario.
Non cambia non solo perché non vuole; soprattutto perché non sa cambiare. Nel suo repertorio c’è solo uno spartito. Altro non sa suonare. Forse si avvede, coglie il diffuso malessere che serpeggia nel suo partito. Non sa, tuttavia, come venirne a capo.
Gli chiedono il minimo sindacale, una maggiore collegialità nella gestione del partito. E’ una lingua che non sa parlare, c’è poco da fare. Gli hanno fatto comprendere che non è più il caso di pretendere che si ritenga, per il solo fatto d’essere Segretario, automaticamente il candidato per palazzo Chigi. Questo, gioco-forza, sembra averlo compreso; i ‘suoi’, infatti, da giorni si affannano ad assicurare che Paolo Gentiloni, nel caso la coalizione di centro-sinistra dovesse spuntarla, può continuare a essere il Presidente del Consiglio; ma non è detto. Può essere, in fin dei conti, solo melina. In quanto a spregiudicatezza e capacità di rimangiarsi la parola data, Renzi ha pochi rivali. Lo ha ben dimostrato con il ‘stai sereno’ rivolto a Enrico Letta, e con le dimissioni mai date dopo la sconfitta referendaria. Anche per questo il Ministro della Giustizia (e oppositore interno di Renzi) Andrea Orlando ha cura di fissare i paletti: «Non è per nulla scontato che sia il segretario il candidato premier della coalizione di centrosinistra che sta prendendo forma. Con questa legge elettorale ormai non c’è un automatismo. La coalizione di centrosinistra deve essere costruita sulla base del programma. Sul candidato premier, ci saranno modi e tempi per discutere».

Ad ogni modo anche l’assicurazione di faresoloil Segretario del PD potrebbe non bastare agli avversari interni e agli antagonisti di Renzi. Tutti, da Dario Franceschini a Romano Prodi, da Giuliano Pisapia a Gianni Cuperlo, sostengono la necessità di recuperare a sinistra, ricucire con gli scissionisti di Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema; ‘l’obbligo’ di essere inclusivi.
Renzi al contrario, per metodo, scelta, vocazione si sarebbe tentati di dire antropologica, costituiva, è divisiva. Attorno al suo vagheggiato rassemblement per ora è riuscito a raccogliere poco più che frattaglie: un ipotetico Pisapia di cui non si capisce bene quale possa essere il credito elettorale, e che comunque chiede sostanziose garanzie; i radicali di Emma Bonino, peraltro esigui come consenso elettorale e comunque ancora da ammansire; e poi?
Renzi deve dimostrare
(ai suoi innanzitutto) di essere capace di fare quello che è riuscito a Silvio Berlusconi con il centro-destra e gli ha consentito di vincere in Sicilia e contenere il populismo pentastellato. Per quanto strillino il leghista Matteo Salvini e Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, il leader è Berlusconi: che con pazienza tesse, cuce, media. Renzi non è certo la persona che può fare altrettanto nel centro-sinistra. Il ‘mediatore’ Piero Fassino sembra consapevole che la sua è una sorta dimission impossible‘: «Sono ben consapevole delle difficoltà della sinistra e delle ragioni per cui una parte del nostro popolo si è allontanato. Ma so anche, come Bersani sa, che dalla nostra gente sale una forte domanda di unità, a cui nessuno può e deve sottrarsi. Per questo parlo della necessità di aprire ‘una nuova stagione del centrosinistra’ e a questo obiettivo è finalizzato il mio impegno».
Poi, il consueto mantra: «Un nuovo centrosinistra aperto, largo, inclusivo, che al centro del suo programma e della sua azione metta il lavoro, la protezione sociale, l’ambiente, la cura delle persone, il diritto alla salute, la frontiera dei diritti. E primi atti in questa nuova direzione possono essere assunti già nella legge di bilancio in corso di esame e con l’approvazione entro la legislatura dello ius soli e della legge sul fine vita. Sono i temi che, anche con il contributo prezioso di Prodi, abbiamo messo al centro del confronto positivo avviato con Pisapia, Bonino e gli altri rappresentanti delle forze politiche di centrosinistra. Sono temi su cui da Bersani e da MDP può venire un contributo concreto su cui mi auguro possa svilupparsi al più presto un confronto vero e rigoroso a cui sono del tutto disponibile».

Un ‘tutti insieme appassionatamente’, più facile da dire che da realizzare. «Penso sinceramente che Renzi sia un nome del passato, non del futuro, basta con l’arroganza», dice Roberto Speranza, coordinatore di MDP, durante i lavori dell’’assemblea del partito a Roma. Ancora più netto Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana: delinea con i confini del perimetro: «Alternativa ai poli esistenti, al M5s, alle destre. Il PD rimetta al centro i diritti delle persone, del lavoro, la marginalità che è cresciuta in questo Paese. Sì a chi ci chiede un incontro, lo facciamo. Ma a Fassino e Prodi, vogliamo dire che il tempo è scaduto perché non ci sono ragioni politiche e culturali. Noi contro la destra lavoriamo a una prospettiva incompatibile con questo PD».
Se queste sono le posizioni, diventa un po’ patetico il rinnovato appello di Pisapia: «Ci ripensino. Evitiamo di regalare il nostro Paese a chi l’ha già rovinato tante volte. Il mio è un richiamo affettuoso e gentile di amicizia, non polemico, a chi si ritiene più a sinistra di noi: si trovi un modo per fare non dico tutto, ma almeno un pezzo di percorso insieme per evitare una vittoria dei 5 Stelle, dei populisti e delle destre».
La replica, a stretto giro di posta, arriva da Bersani:, che per una volta rinuncia alle sue fantasmagoriche metafore, e va al sodo: «Secondo me sottovalutano la situazione e il perché un pezzo di popolo se ne è andato. Io lascio aperta la porta, però bisogna leggere la legge elettorale: non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento. Non dò per scontato nulla, ma non vedo nel PD una sincera riflessione su nulla». Traduzione: nessuna coalizione per le urne, di tutto il resto se ne riparla dopo il voto.

Alla fine della fiera, il nodo resta Renzi. In quanto tale, quello che incarna, quello che rappresenta. E, per paradosso, gli avversari palesi sono anche quelli in fin dei conti meno temibili. Come sempre il segretario del PD dovrà guardarsi dalla corte di fedeli che lui stesso ha costituito (e che non necessariamente gli sono, o saranno, leali). Anche per lui si annunciano, fatali, Idi a marzo; senza neppure avere la consolazione di essere stato un Cesare vincitore dei Galli di Vercingetorige (men che meno, autore di Commentarii de bello Gallico o di Commentarii de bello civile).

Renzi per primo rende impossibile ogni trattativa. Divisivo com’è, è lui l’obiettivo, c’è chi lo dice in modo esplicito; altri pazienti attendono, e nel frattempo tramano. Il nodo comunque è lui. La probabile sesta (e definitiva) sconfitta sarà anche la finale. Ma ora cosa volete che vi dica Prodi? Spaccatevi, rompetevi le corna l’un l’altro, marciate divisi per morire uno alla volta? E’ evidente che non può che auspicare unità. Lui per primo consapevole cheunitàè cosa ben diversa daunione‘; e che senzaunione‘, l’unità dei singoli produce sempre non feconde sommatorie, ma singole mediocrità. Non per caso, occhiuto, dopo aver dato la sua formale benedizione agli aneliti unitari si accinge a un lungo viaggio negli Stati Uniti. Renzi, bye bye, sembra dire sornione, con la sua paciosa parlata emiliana.

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