mercoledì, Giugno 23

Renzi: rimpasto e cronoprogramma

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Sullo sfondo (ma fino a un certo punto), la questione delle banche. Diciamo che finora abbiamo quasi scherzato. Perché tutta la bufera che si è scatenata sul capo del Ministro Maria Elena Boschi e le quattro banche commissariate «sta mettendo in ombra i veri problemi». Chi lo dice? Una vecchia volpe della politica della prima Repubblica, l’andreottiano Paolo Cirino Pomicino. Ormai fuori dalla quotidiana gestione del potere, Cirino Pomicino continua a seguire quello che accade con grande attenzione e acume, frutto della sua indubbia esperienza e di uno spiritaccio partenopeo che gli consente di dire, con il sorriso tra le labbra, quelle verità che molti preferirebbero ignorare. Il decreto del Governo, sostiene, era un atto dovuto perché senza di esso sarebbero finiti in braghe di tela non solo gli azionisti ma tutti gli altri obbligazionisti e i depositanti al di sopra dei centomila euro, e migliaia di posti di lavoro. In una lettera a ‘Il Corriere della Sera‘, scrive: «La responsabilità del Governo non sta in questo decreto quanto nel fatto di aver lasciato marcire per molti mesi e in alcuni casi per anni situazioni di grave sofferenza nei quattro istituti. Mai come in questi casi se il Governo, e per esso il Ministro del Tesoro, si fosse mosso già alla meta del 2014, il naturale provvedimento sarebbe stato il salvataggio di queste banche nazionalizzandole anche in via transitoria».

Vale la pena di ascoltarlo, Cirino Pomicino: rimprovera al Governo di aver lasciato marcire il tutto «mentre lasciava passare la disciplina della Unione bancaria senza capire per tempo gli effetti che questastrananormativa avrebbe prodotto in un sistema come il nostro. Infatti mentre il resto d’Europa negli ultimi anni ha speso oltre tremila miliardi di euro tra ricapitalizzazione, crediti e garanzie per nazionalizzare o salvare banche inglesi, francesi, lussemburghesi, olandesi e tedesche, noi abbiamo offerto alle banche i famosi Tremonti bond con tassi di interesse altissimi, tanto che solo pochissimi istituti ne hanno acquistati».

Non solo: «Mentre in Francia, Germania, Gran Bretagna e nei Paesi nordici, il pubblico ora è largamente presente nel sistema bancario, noi abbiamo percorso una direzione inversa. Abbiamo chiesto alle grandi fondazioni di ridurre la loro presenza nelle banche senza sollecitare i grandi fondi pensioni o la Cassa depositi e prestiti a sostituirle lasciando così che diventassero prede dei grandi fondi di investimento e dei fondi sovrani dimenticando che il nostro capitalismo non ha la vocazione di investire nella governance degli istituti di credito. Insomma abbiamo lasciato passare una disciplina per cui lo Stato non può più intervenire, mentre lo possono fare i fondi sovrani di altri Paesi perdendo l’occasione di intervenire per tempo su istituti già fortemente in dissesto».

In sostanza, dice Cirino Pomicino, «quando si incolpa l’Europa per ogni cosa, si dimentica che il legislatore europeo è anche il nostro Governo attraverso il Consiglio, e nel caso specifico addirittura alla presidenza della Commissione Affari Economici e monetari c’è un italiano, il democratico Gualtieri. Il nostro Presidente del Consiglio sembra se ne sia accorto finalmente e avuto subito uno scontro con la Merkel. Ora è ancora possibile porre rimedio, in particolare sia attuando il pilastro delle garanzie europee, sia a favore del sistema delle popolari nelle cui compagini azionarie può entrare la Cassa depositi e prestiti, favorendo riaggregazioni e recuperando così quel ruolo pubblico perduto in un settore vitale del Paese almeno per qualche tempo come hanno già fatto molti grandi Paesi. Discutere su Boschi è perder tempo e perdere tempo a chi più sa più spiace».

Le banche, comunque, non sono le sole ‘spine’ nell’agenda del Governo: a fine gennaio il Senato voterà il ddl sulle unioni civili, sul quale c’è un grande dissenso PD e Area Popolare. E’ un passaggio delicato: rischia di favorire nuove uscite dal partito di Alfano e dalla stessa maggioranza, che al Senato conta su un margine molto esiguo: lo ha dimostrato il passaggio della legge di stabilità approvata con 162 voti, uno solo in più della maggioranza assoluta. Le unioni civili e la riforma della cittadinanza (il cosiddetto ‘ius soli temperato’), possono accontentarsi della maggioranza relativa; per quella costituzionale però è necessario un quorum. Il testo è già passato alla Camera, approvato così come lo ha ricevuto dal Senato; dunque, in teoria, problemi non ce ne dovrebbero essere. Però non si può mai dire: potrebbe essere l’occasione attesa dai centristi o da altri per avanzare ulteriori pretese. L’iter, poi, prevede tre mesi di ‘riflessione’; e infine la ‘lettura’ definitiva, senza più possibilità di modifiche: i parlamentari dovranno dire un semplice ‘sì’ o ‘no’; che arriverà proprio nei giorni della campagna elettorale amministrativa, e mentre a Bruxelles si giocherà la partita sui risultati della legge di stabilità e le clausole per la flessibilità. Un bel test, per Renzi. Il primo; il secondo è costituito, in autunno, dal referendum confermativo della riforma costituzionale.

Più in generale: anche le ultime, recenti consultazioni europee dimostrano un dato già riscontrabile da tempo: non c’è solo una tradizionale frattura tra progressisti e conservatori, tra destra e sinistra; ora c’è anche un più trasversale fronte anti-europeo che influisce e gioca una sua autonoma partita. Accade nel Regno Unito, in Francia, in Spagna; e anche in Italia. Il Polo anti-Europa attraversa la società in modo orizzontale. Per questo Renzi insiste sul sistema elettorale incarnato dall’Italicum; lo ritiene un antidoto al caos parlamentare che si profila per la Spagna. Quello che immagina (e per cui lavora) è uno scenario a tre di partenza: centro-destra, PD, Movimento 5 Stelle. In ogni caso, una volta giunti al ballottaggio, lui risulterebbe comunque vincitore.
L’obiettivo, chiaro. La strada per raggiungerlo, definita. Resta ‘solo’ da convincere l’elettore…

 

 

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