mercoledì, Maggio 12

Renzi: rimpasto e cronoprogramma

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Presto per parafrasare John Steinbeck: la luna non è ancora tramontata; ma di certo non è più quella di miele dei primi tempi. Anzi, un po’ di fiele è il pane quotidiano, per Matteo Renzi e la sua corte toscana.
I sondaggi sono compulsati con ansia febbrile, ad onta delle ostentate sicurezze; e se al momento non si intravedono alternative credibili all’orizzonte, i risultati non sono comunque confortanti; gli scricchiolii non mancano.
Euromedia Research, di solito attendibile, documenta le crescenti difficoltà del Partito Democratico: un altro 0,3 per cento in meno; ora è a quota 30,2 per cento. Un crescente calo: figlio, certamente, dello scandalo relativo alle banche; la pausa natalizia non è sufficiente a edulcorare malumori, sospetti, sfiducia. Il ‘chi sbaglia pagherà’ renziano ha il sapore della grida manzoniana. Finora, a pagare sono stati i risparmiatori, verità amara quanto incontestabile. A vantaggio di chi, questo malcontento e sfiducia? Cresce il ‘partito’ del tutti a casa: si divide equamente tra quanti non ne vogliono più sapere, e considerano tutta la classe politica egualmente meritevole di sfiducia; e chi invece si affida -nonostante le straordinarie sciocchezze che i loro esponenti riescono a inanellare- al Movimento 5 Stelle: non solo non perde consenso, cresce: un incremento che lo porta al 27,5 per cento; il movimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è il secondo partito italiano. Aumenta anche il gradimento verso la Lega Nord di Matteo Salvini: guadagna lo 0,1 per cento, si attesta al 16,1 per cento; queste cifre da sole danno il ‘segno’ dei tempi che ci tocca vivere. Gli altri: Forza Italia è all’11,9 per cento: un declino che appare ormai cronico, irreversibile. Ne guadagna il Fratelli d‘Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa: 4,9 per cento. E’ vero che in politica quasi sempre 1+1 fa quasi sempre 1; tuttavia, secondo i rilevamenti, se le varie formazioni della galassia del centro-destra riuscissero a comporre liste unitarie, riuscirebbero a rastrellare quasi il 33 per cento dei votanti. Il PD, anche con il ‘soccorso’ dei centristi di Area Popolare a malapena riuscirebbero a lambire il 32 per cento. La sinistra che non si riconosce nel PD raggranella un misero 5,7 per cento. In caso di ballottaggio, chissà quanto di quel voto, e di quello che fa capo al movimento di Grillo, si riverserebbe nelle liste del PD.
Insomma, non è detto che si ripetano, in Italia, quei ragionamenti che per esempio in Francia hanno portato molti degli elettori di sinistra a votare candidati di centro, pur di sbarrare la strada all’estrema destra di Marine Le Pen. Questa è la situazione, che inquieta i pensieri di Renzi e il suo giglio toscano.

Cosa dice il Presidente del Consiglio, a costo di ripeterlo come un mantra? «L’Italia non è più incagliata nelle secche, e la svolta in questo 2015 c’è stata». Tuttavia, lui per primo non si nasconde che ci sono ancora una quantità di nodi spinosissimi da sciogliere.

Al brindisi per gli auguri natalizi alla sede del partito, Renzi sillaba e soppesa le sue parole: «Alla ripresa ci saranno passaggi che riguardano il partito, sarà un momento di rilancio e di riorganizzazione». Chi deve intendere, ha certamente inteso. Al di là degli ‘affari’ di casa, per quel che riguarda il Governo? I primi trenta giorni del 2016 saranno decisivi: ci sono le presidenze della commissioni del Senato da rinnovare; e i nodi relativi alle riforme annunciate da condurre in porto. I momenti ‘pubblici’ saranno la Direzione del partito a metà gennaio, all’ordine del giorno le elezioni amministrative alle porte; e l’Assemblea Nazionale, convocata a metà febbraio.

Renzi assicura di voler dare vita a una ‘gestione condivisa’ del partito: che coinvolga i ‘bersaniani’, attraverso un rimescolamento dell’attuale Segreteria. Confermati i due vice-segretari, Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani, confermati gli altri ‘renziani’, e innesti di uomini di Pierluigi Bersani, Matteo Orfini, Gianni Cuperlo, Cesare Damiano; insomma, un po’ tutte le ‘anime’, della minoranza del PD. Si capisce: le elezioni amministrative anche se non andranno male, certamente non andranno bene. Cosicché le responsabilità saranno spalmate, se non ci sarà come finora ‘one man show’. Una generosità, insomma, interessata; pelosa. Ma del resto, a cominciare dai ‘bersaniani’, come fare a sottrarsi a questo ‘abbracciamoci’? Ecco dunque la ragione di questo gioco di alchimie ‘interne’.

Poi c’è la complessa, e complicata, la matassa del Governo. Il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano avanza pretese. In particolare la poltrona degli Affari Regionali; scalpita Dorina Bianchi; passiamo al Senato: la presidenza della Commissione Giustizia, attualmente affidata a Francesco Nitto Palma (Forza Italia) è in bilico: o un senatore del PD o uno di Alfano, Nico D’Ascola. Ci sono poi da nominare un vice-ministro agli Esteri, un vice-ministro allo Sviluppo con delega alle crisi industriali, un sotto-segretario alla Cultura; poltrone che andrebbero spalmate tra Nuovo Centro Destra, Scelta Civica, minoranza PD; c’è, infine, il gruppo che fa capo a Denis Verdini che ancora non ha calato le sue briscole, ma non mancherà di farlo. Un delicato gioco di domino, una ‘tessera’ sbagliata e tutto il quadro ne può essere pregiudicato e compromesso…

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