lunedì, Luglio 26

Renzi rilancia il Senato federale field_506ffb1d3dbe2

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Si torna a parlare di Senato delle Regioni e fine del bicameralismo. E ricominciano le sfide tra i partiti. A rilanciare la proposta, pochi giorni fa, è stato il segretario del Pd Matteo Renzi. Che ha lanciato la sfida al Movimento 5 Stelle, chiedendo a Grillo appoggio e collaborazione come segno di responsabilità. E intanto la Lega Nord, attraverso il suo segretario Matteo Salvini, rivendica la paternità della proposta, e si muove in contropiede depositando alla Camera una proposta di legge per la modifica della seconda parte della Costituzione.

“Conviene a tutti creare un sistema gestibile”, commenta Luca Antonini, professore ordinario in Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova. “Altrimenti rimaniamo nella solita palude, con governi in balia di ostruzionismo e assalti alla diligenza da parte di mille parlamentari. Conviene a tutti mettersi nell’ottica che bisogna fare la riforma”.

Antonini, circa un anno fa, è stato tra i promotori del ‘Manifesto per una revisione costituzionale’, una petizione elaborata insieme a Raffaele Bonanni (Cisl), Gaetano Quagliariello, prima che diventasse Ministro, Luciano Violante, Mauro Magatti, Stefano Zecchi e altri intellettuali (www.cambialitalia.it). “La nostra  proposta poi è entrata nell’agenda politica, durante il lavoro della Commissione dei Saggi per le riforma costituzionali”, ricorda Antonini. Obiettivo del Manifesto era quello di richiamare l’attenzione sulla necessità di un processo di revisione costituzionale, e creare un movimento d’opinione, raccogliendo adesioni anche nella società civile. “Un punto che noi indicavamo, proprio assieme al superamento dell’attuale bicameralismo paritario, è la Riforma del Titolo V della Costituzione. Va riformato il federalismo all’italiana, ingestibile per come è adesso, con la frammentazione eccessiva delle competenze. Tutto va semplificato e razionalizzato. Senza questo intervento costituzionale urgente, diventano difficilmente raggiungibili traguardi come la semplificazione burocratica”.

Dunque la proposta di un Senato federale non è una novità. “E neanche una boutade mediatica, ci stiamo lavorando con il Ministro Quagliariello”, continua Antonini. Che spiega le due ipotesi in campo. La prima è che si crei un Senato sul modello del Bundesrat tedesco, con la Camera delle Regioni che sia composta da delegati degli esecutivi regionali, come in Germania i governi dei Länder delegano i loro rappresentanti e questi vengono a far parte del Senato federale, costituito come Camera delle Autonomie con delegati dei governi regionali. In Italia questo modello potrebbe essere tradotto in termini simili, ma si dovrebbe dare una rappresentanza anche ai sindaci, vista la nostra tradizione municipalista. Da noi l’ordinamento dei Comuni dipende prevalentemente dallo Stato e non dalle regioni. Quindi serve spazio ai sindaci, che potrebbero essere eletti all’interno di un collegio nazionale di sindaci. Si può poi decidere se i sindaci possono essere eletti anche a prescindere dalle città capoluogo: in questo modo si darebbe spazio anche ai comuni di piccole dimensioni. Delegati regionali possono variare di numero a seconda della dimensione della Regione: quelle più popolose naturalmente avranno più rappresentanti rispetto alle altre. Si tratterebbe dunque di una Camera delle Autonomie a costo zero, visto che tutti avrebbero già l’indennità.

La seconda alternativa prevede invece l’ipotesi di un Senato come ente ancora di primo grado: dunque eletto direttamente dai cittadini. Però per stabilire un legame coi territori, si prevede che questa elezione avvenga contestualmente all’elezione per i consigli regionali. Una volta stabilito il numero di senatori di una determinata regione, si riduce di quel numero il numero dei consiglieri regionali. Così, se per esempio la Lombardia ha otto senatori, si riduce di otto il numero dei componenti del consiglio regionale. Le indennità in questo caso per il sistema pubblico sarebbero a costo zero, dovrebbero essere a carico delle regioni”.

Ma quale, fra le due alternative, potrebbe essere la migliore e più adatta? Forse il modello Bundesrat sarebbe più funzionale a favorire un accordo con le autonomie, perché si avrebbero dentro il Senato gli esecutivi sia delle regioni sia dei sindaci. La seconda ipotesi, invece, ha più agibilità politica. In altre parole, i senatori voterebbero di sicuro più volentieri la seconda: preferirebbero dunque il modello a elezione diretta, che sarebbe meno sconvolgente rispetto a quello a elezione indiretta. Certo è che in ogni caso il numero dei senatori verrebbe almeno dimezzato, per un totale di 100, massimo 150 componenti”.

Parliamo adesso delle funzioni: cosa cambierebbe? La fiducia al Governo la darebbe solo la Camera dei Deputati, e non più la Camera delle autonomie. Alcune leggi potrebbero essere bicamerali e chiamare in causa anche la Camera delle Autonomie, ma tutte le altre materie sarebbero esclusivamente competenza della Camera dei Deputati. Diventerebbero leggi monocamerali e solo la Camera dei Deputati darebbe la fiducia al Governo. Questo sarebbe un passaggio fondamentale per garantire più stabilità al Governo. Se il Senato non deve dare fiducia al Governo, il problema viene risolto alla radice”.

Oggi abbiamo un sistema elettorale diverso per Camera e Senato, che crea la situazione di instabilità attuale, perché rende possibile una certa maggioranza alla Camera e un’altra al Senato. La doppia fiducia alla Camera e al Senato è uno dei fattori di instabilità del nostro sistema”, spiega Antonini. “Per costituzione il Senato viene eletto a base regionale. Oggi questo crea problemi sul premio di maggioranza, che invece alla Camera dei Deputati viene dato a livello nazionale. E infatti adesso abbiamo alla Camera una forte maggioranza del Pd che invece non c’è in Senato. Il premio di maggioranza attuale è molto forte ed è stato addirittura dichiarato incostituzionale. Se guardiamo alla Germania, la Merkel ha governato otto anni e ha davanti altri quattro anni di governo stabile. Da noi i governi durano poco: e ciò dipende anche dal bicameralismo paritario e perfetto. Che è diventato ancora più assurdo quando c’è stato il grande decentramento legislativo della Riforma del titolo V. Sono state spostate a livello regionale tante materie, è mancato un coordinamento statale, e dunque siamo di fronte a un sistema imbrigliato in un insieme di veti incrociati. E la prova sono i ricorsi alla Corte Costituzionale: più di un migliaio, in dieci anni. Non c’è una legge statale che non venga impugnata dalla corte Costituzionale: questo rappresenta un danno gravissimo per la certezza del diritto. Se si supera il bicameralismo paritario e perfetto con una sola Camera, che dà la fiducia, il federalismo diventa gestibile e si garantisce stabilità al Governo. Per questo la riforma del cameralismo deve procedere di pari passo con la riforma della legge elettorale”.

 

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