mercoledì, Aprile 14

Renzi promette niente tasse. Ma …

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All’ordine del giorno il ‘Documento di Economia e Finanza 2015’, e (ma non è detto) la nomina del nuovo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in sostituzione di Graziano Delrio, dirottato al Ministero delle Infrastrutture. Il Consiglio dei Ministri fissato per oggi di questo è chiamato a discutere; meglio: ratificare, perché Matteo Renzi, come sua consolidata abitudine, mostra di ascoltare tutti, poi fa regolarmente di testa sua. Spesso avendo già deciso prima ancora di ascoltare. Quello che intende fare lo ha già anticipato, nelle sue grandi linee: «Non ci saranno nuove imposte», annuncia, promessa che nelle intenzioni dei ‘consiglieri’ dovrebbe in qualche modo rassicurato un elettorato, secondo i sondaggi demoscopici, sempre più smarrito, confuso e incerto. Niente tasse; e al tempo stesso far ripartire lacrescita’.

Che alla vigilia di elezioni regionali che saranno comunque un test politico non si promettano nuove tasse (in un Paese dove secondo l’ufficio studi della Confcommercio l’imposizione fiscale è arrivata a quota 53,2 per cento, un record mondiale), è il minimo. Quanto alla ripresa, si vedrà. Fatto è che per far quadrare un po’ i conti si parla insistentemente di nuovi tagli agli enti locali. Palazzo Chigi sembra intenzionato a rimettere in discussione la tassazione sulla casa, introducendo quella che viene definita ‘Local tax’, dovrebbe unificare IMU e Tasi. La cosa inquieta parecchio Sindaci ed amministratori locali. Il Sindaco di Torino (e Presidente dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani) Piero Fassino chiede un incontro urgente con Renzi: «In modo che si possa avere un confronto aperto e che si possiamo avanzare le nostre proposte». Fassino ricorda che negli ultimi sei anni ai Comuni è stato chiesto uno sforzo finanziario proporzionalmente superiore rispetto a quello chiesto ad altri livelli istituzionali, «uno sforzo molto più elevato ai Comuni che alle amministrazioni centrali»; e ricorda che «troppo spesso si dimentica che quando si parla di spesa dei Comuni si parla di asili nido, di scuole materne, di assistenza domiciliare agli anziani, di trasporto pubblico locale, di difesa del suolo, di politiche culturali. I soldi i Comuni li spendono così, e guardare a noi come centri di spesa parassitaria è un errore a cui bisognerà, prima o poi, porre rimedio».
Non è la sola contestazione. «Renzi dice che nel DEF non c’è aumento della pressione fiscale, ma per quel che riguarda gli enti locali si usa di nuovo la scure dei tagli lineari», accusa il capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà della Camera, Arturo Scotto: «Le amministrazioni di Roma, Napoli, Firenze e Torino saranno costrette a mettere altre tasse per garantire i servizi pubblici locali e non far ricadere sui cittadini le politiche sbagliate del governo. Tutto per consentire a Renzi di fare propaganda e dichiarare a reti unificate che la nave va».

Per la poltrona di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, circolano con insistenza tre nomi, tutti targati PD, ovviamente: il vice Ministro dello Sviluppo Economico Claudio De Vincenti; la vice Presidente del Senato Valeria Fedeli; il vice capogruppo alla Camera Ettore Rosato.

Ci sono poi una quantità di altri nodi da sciogliere, appuntamenti e scadenze che rischiano di trasformare questa primavera in un vero e proprio percorso a ostacoli. Le elezioni in sette importanti regioni, certo; ma non solo.
Alla Commissione Affari costituzionali della Camera approda l’esame della legge elettorale, siamo arrivati alla terza lettura, in vista della definitiva approvazione definitiva. Renzi conferma la più volte dichiarata indisponibilità ad accogliere le richieste di ulteriori modifiche avanzate dalla minoranza interna del PD. Per quelle strane alchimie tipiche della politica italiana, la minoranza del PD ostile all’Italicum si trova a essere maggioranza in Commissione; il Governo paradossalmente potrebbe trovarsi in minoranza, e questo nonostante la Direzione del partito abbia dato, l’altro giorno, il via libera alla riforma. Dal punto di vista pratico, nessuna conseguenza, dal punto di vista politico elemento aggiuntivo di frizione e tensione; da sommare ai mal di pancia dei Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, che si è visto sottrarre l’importante Ministero delle Infrastrutture dopo ‘l’incidente’ Lupi, e non ha avuto nulla di significativo in cambio. L’esito delle elezioni regionali potrebbe avere, inoltre, pesanti conseguenze sul partito di Alfano; insomma, l’unica certezza è che certezze non ce ne sono.

Sul versante opposto, il centro-destra di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, più che di crisi si deve parlare di sfascio. Nonostante il raggiunto l’accordo con la Lega, Forza Italia è sempre più spaccata. Il gruppo che fa capo a Raffaele Fitto è a un passo dall’uscita; probabile, ma non sicura la riconferma dell’azzurro Stefano Caldoro alla guida della Regione Campania; e in Veneto il Presidente uscente del Carroccio, Luca Zaia, deve comunque fare i conti con la concorrenza del Sindaco di Verona, Flavio Tosi, espulso dalla Lega e appoggiato dall’NCD.

Altro ‘nodo’: la giustizia, anche queste fonte di tensioni tra PD e NCD. Alfano vuole modificare la riforma della prescrizione già approvata dalla Camera ed ora all’esame del Senato; in particolare chiede un intervento sulla disciplina delle intercettazioni. Il Ministro della Giustizia Andrea Orlando risponde picche, esclude il varo di un provvedimento ad hoc.

Ferme al Senato le riforme istituzionali, dopo le modifiche apportate dalla Camera. Anche qui la minoranza interna del PD chiede, con scarso successo, cambiamenti; il ‘nodo’, però, potrebbe intrecciarsi con quello della legge elettorale. Per non parlare di un altro paio di questioni destinate inevitabilmente a creare tensione: la riforma della scuola e quella della Rai. Due disegni di legge che, oltre al merito, impegneranno le Camere in una vera e propria corsa contro il tempo.

Ci sono poi un paio di provvedimenti d’urgenza che attendono il via libera del Parlamento, entrambi parcheggiati al Senato: le norme antiterrorismo, già approvate dalla Camera; e l’election day per Comunali e Regionali. Sempre a palazzo Madama si attende il primo sì per uno dei provvedimenti fiori all’occhiello del Governo: la riforma della Pubblica amministrazione, all’esame dell’Aula.

Si parlava di sondaggi: il PD perde consensi, ne guadagnano Movimento Cinque Stelle e Lega Nord. Il PD si conferma il primo posto, attestandosi al 35,7 per cento, con un calo dello 0,9. Il movimento di Beppe Grillo tocca il 21,3 per cento, la Lega salviniana il 13,7, sopra Forza Italia: 13,5. Non si può lamentare troppo il PD, che nonostante scandali, difficoltà e velenose polemiche interne, continua a essere ritenuto il più affidabile. Tuttavia, rispetto alle elezioni europee, si registra un calo pari al 5,1 per cento.
A destra, la fotografia che emerge è quella di un gioco al massacro: caos in Forza Italia, nessuna credibilità in partitini come Fratelli d’Italia; va bene solo alla Lega, il cui leader Salvini si vede premiato da una forte esposizione mediatica che gli viene concessa, a prescindere dai meriti e dalla consistenza della proposta. Il far leva sulla ‘pancia’ dell’elettorato ancora una volta paga. Un dato da spiegare o quantomeno studiare: un buon 16 per cento di elettorato PD boccia l’operato del Governo, ma il Presidente del Consiglio può ancora contare su un consenso intorno al 41 per cento, il doppio di quello che raccolgono Salvini e Maurizio Landini (21 per cento), e Berlusconi (20 per cento). Come si diceva un tempo, grande la confusione sotto il cielo; ma le cose non vanno affatto bene.

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