martedì, Maggio 18

Renzi non cade nella trappola image

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Matteo Renzi non accetta lezioni sulle strategie da seguire da chi, pur essendo stato al governo per due anni, non è stato in grado di far approvare nemmeno una legge elettorale (per non parlare delle riforme). È questo il messaggio principale che il sindaco ci tiene a trasmettere alla prima direzione nazionale del Pd da segretario. Negli ultimi mesi, dice, «il Pd può elencare solo una serie di fallimenti» ed è «tempo di portare a casa dei risultati».

Non c’è nemmeno bisogno di tradurre dal politichese. Renzi esce dall’angolo in cui cercavano di metterlo Enrico Letta, Angelino Alfano e una parte del suo partito. Lo volevano costringere ad accettare il modello elettorale proposto dal Ncd e cioè il doppio turno di coalizione (con ballottaggio tra le prime due forze se nessuna raggiunge la maggioranza assoluta: chi vince ottiene il 60% dei seggi e il restante 40% è diviso in maniera proporzionale tra chi perde).

Ma Renzi in direzione ha mandato il banco all’aria rilanciando su un sistema elettorale che preveda il premio di maggioranza (modello spagnolo o Mattarellum corretto) perché unico sistema che consente di governare. Anche Renzi, al pari di tutti i partiti, tira la giacca della sentenza della Corte dalla sua parte: «La sentenza della Corte è uno straordinario assist per noi perché i dubbi sulla possibilità del premio di maggioranza sono venuti meno». 

Quella di Renzi contro Alfano e Letta somiglia a una partita a poker con continui bluff, semibluff e rilanci. Con la mossa di oggi, Renzi sfida nuovamente Alfano per vedere fino a che punto sono vere le sue minacce di elezioni anticipate. Anche per Scelta Civica la sopravvivenza politica dipende da una legge elettorale in senso proporzionale e per questo è schierata con Alfano e con i filo-governativi del Pd.

A minare il percorso di Renzi si sono aggiunti anche alcuni deputati bersaniani (quelli certi di non essere ricandidati alle prossime elezioni e quindi che non hanno nulla da perdere) con due mosse. Prima tirando in ballo, con Alfredo D’Attorre, «l’inopportunità» di un incontro con Berlusconi per il rischio di «resuscitarlo politicamente» (dimenticando che, prima di Renzi, il Pd  governato con Berlusconi per due volte) e successivamente presentando, a firma Michele Nicoletti e Simone Valiante, una proposta di legge molto simile al doppio turno. Una mossa chiaramente ostile nei confronti del segretario Pd accompagnata perfino da una nota vagamente sarcastica nei suoi confronti: «Abbiamo convenuto – sostengono i deputati – che non è più il momento di tatticismi, ma di dare un contributo serio e virtuoso alla buona opera del nostro segretario nella ricerca della quadratura su un fronte comune almeno nel nostro partito».

Fra Renzi e Alfano, dopo la legge elettorale, è in arrivo la resa dei conti anche sul caso De Girolamo. Il gip ha definito «fuorilegge» le riunioni del direttorio in cui si impartivano gli ordini su come gestire la Asl di Benevento. Il M5S ha presentato una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro che però non è stata ancora calendarizzata.

Oltre al M5S, voteranno a favore Pd e Scelta Civica. «Quando un ministro crea imbarazzo al governo di cui fa parte, dovrebbe valutare l’opportunità di dimettersi» è la posizione tranchant di Stefania Giannini, segretario del partito di Mario Monti. Berlusconi, dal canto suo, non ha ancora preso una posizione ufficiale perchè la decisione va ben oltre il fatto politico in sè. Il voto sulla decadenza brucia ancora ma è anche vero che Nunzia De Girolamo è, fra gli alfaniani, quella rimasta più vicina al Cavaliere. Inoltre è probabile che Berlusconi terrà conto dei sondaggi perché le elezioni europee si avvicinano e Forza Italia non può permettersi di perdere nemmeno un voto.

 

 

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