sabato, Aprile 10

‘Renzi nominato dai Poteri Forti’ Matteo Renzi a Palazzo Chigi per volontà di Marchionne. Lo afferma la leader Cgil Susanna Camusso

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Un’intervista rilasciata a ‘Repubblica’ dal segretario Cgil Susanna Camusso sulle presunte origini del potere di Matteo Renzi innalza il livello dello scontro tra i due Pd, quello ‘di Piazza’ e quello ‘di Leopolda’. Intanto, a Roma la polizia carica gli operai della Ast di Terni. Fiumi di sangue e di polemiche, con Maurizio Landini che denuncia la responsabilità del governo. Giunto alla ventesima bocciatura, Luciano Violante rinuncia ufficialmente alla corsa per la Corte Costituzionale. Beppe Grillo accusa di eversione Giorgio Napolitano all’indomani della deposizione nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Il Senato dà il via libera al ddl sulla diffamazione : niente carcere per i giornalisti, diritto all’oblio e sanzioni pecuniarie per le testate on-line. Per Sel e M5S una legge intimidatoria verso i giornalisti. Polemiche furiose per la pensione d’oro che intascherà l’ex Cisl Raffaele Bonanni.

«Renzi è a Palazzo Chigi per volere dei poteri forti». In questo modo Susanna Camusso, ancora furente per lo sprezzante tono con cui il premier ha rottamato il dialogo e il concetto stesso di trattativa con i sindacati, ha deciso di ripartire all’attacco dell’Esecutivo. Lo ha fatto con una intervista rilasciata questa mattina a ‘Repubblica’ in cui la sindacalista ritornata ‘tutta Rossa’ (non  è stato così durante la riforma Treu-Biagi che ha introdotto il precariato e quella Fornero su pensioni e articolo 18) riprende una frase pronunciata da Sergio Marchionne il 2 ottobre scorso. «Togliere i rottami dai binari. L’abbiamo messo là per quella ragione lì», aveva detto l’Ad di Fca facendo riferimento a Renzi. «Quella dichiarazione non è mai stata smentita», attacca oggi la Camusso, «questo spiega l’attenzione del governo nei confronti dei grandi soggetti portatori di interessi particolari». Touché, direbbero i francesi. Il numero uno Cgil buca, infatti, il ventre molle del renzismo che ha il coraggio di definirsi ‘di sinistra’, ma intanto «non ha alcuna disponibilità a confrontarsi con chi, come i sindacati, rappresenta interessi generali non corporativi». La denuncia camussiana (intesa come Susanna e non Albert) di un governo che «copia le proposte delle grandi imprese di Confindustria», scatena una crisi di nervi nell’eurodeputata Pina Picierno che, non avendo altri argomenti, fornisce una risposta da terza elementare: «Potrei ricordare che la Camusso è eletta con tessere false o che la piazza è stata riempita con pullman pagati, ma non lo farò». Parole imbarazzanti, e critiche a pioggia, che hanno costretto la ‘leopoldina’ renziana a inserire una immediata retromarcia.

Mentre Camusso e Picierno se le davano mediaticamente di santa ragione, chi le manganellate le prendeva sul serio erano gli operai dell’acciaieria Ast di Terni, giunti a Roma in occasione dell’incontro al ministero dello Sviluppo economico tra il ministro Federica Guidi e l’Ad ThyssenKrupp Lucia Morselli. I ‘caschi gialli’ vorrebbero opporsi al licenziamento di 537 di loro ma, in cambio, ottengono dalle Istituzioni solo una risposta violenta. Il leader della Fiom Maurizio Landini, presente in strada al fianco degli operai, testimonia: «Siamo partiti in corteo e ci hanno menato. Ero davanti a prenderle anche io. Non siamo delinquenti, non si mena chi è in piazza a difendere i lavoratori». E telefona da sotto il ministero alla Guidi per chiedere un incontro urgente con la presidenza del Consiglio ed il capo della polizia. Tutto praticamente in diretta tv. A cavalcare ‘l’onda rossa’ ci pensano subito gli antirenziani Stefano Fassina («gravissimo»), Nichi Vendola («non finisce qui») e Susanna Camusso che visita i feriti in ospedale e chiede al governo di rispondere oggi in parlamento. Sel annuncia una mozione di sfiducia contro il ministro dell’Interno Angelino Alfano che al più presto riferirà alla Camera. Ma il profluvio di reazioni negative alla ‘mattanza di operai’ è praticamente infinito, anche da parte dei renziani, evidentemente messi in difficoltà politica dalla foga incontrollata dei celerini.

Dopo venti bocciature consecutive, Luciano Violante rinuncia alla candidatura alla Corte Costituzionale ma, naturalmente, lo fa senza un minimo di ‘classe istituzionale’. Al ‘professionista della politica’ del Pd è concesso di usufruire della prima pagina del ‘Corriere della Sera’ per pubblicare una lettera indirizzata ai «Signori e Signore del Parlamento» in cui denuncia una «deriva che offende l’autorevolezza delle istituzioni e la dignità delle persone» che non è rappresentata, come si potrebbe pensare, dalla pretesa del Violante di turno di rimanere attaccato ad una poltrona ma, secondo il ‘piccolo Visinsky’, da «una vita parlamentare frenata da ribellismi e forzature» (contro la sua elezione ndr). Con il sofferto passo indietro dell’uomo del Colle, e il rinvio dell’ennesima votazione prevista per domani, si aprono adesso scenari di ‘trattativa’ con il M5S che però denuncia sul blog di Beppe Grillo il tentativo di Renzi di contattare un «nostro parlamentare per individuare i nomi in segreto e scambiarsi le poltrone».

Proprio dal blog di Grillo parte un attacco a gamba tesa alla deposizione rilasciata ieri al Quirinale da Giorgio Napolitano nel processo alla trattativa Stato-mafia. Secondo i pentastellati aver fatto distruggere le telefonate con Nicola Mancino rappresenta «già di per sé un’ammissione di colpevolezza» da parte di Napolitano che viene anche accusato di essersi messo «in una situazione di massima sicurezza» facendosi rieleggere al Quirinale. In pratica, un’accusa di eversione. E, in effetti, la tensione di incappare in qualche contraddizione è stata talmente forte da togliere la voce al presidente che oggi si è presentato praticamente afono all’incontro ufficiale con il presidente polacco Bronislaw Komorowski. Anche i giornali tradizionalmente ‘amici del Colle’ non possono negare l’evidenza: «‘Le bombe del 1993 erano un ultimatum’. Telefoni muti, sospetto golpe», questo il titolo dell’articolo apparso questa mattina sulla versione on-line del ‘Corriere della Sera’. Dello stesso tono anche l’apertura di ‘Repubblica’, «‘La mafia voleva ricattare lo Stato’, la verità del Colle sull’estate delle bombe». E così via per quasi tutti gli altri media mainstream ‘negazionisti’ che, fino a ieri, si erano spesi per sottolineare l’inutilità e lo sgarbo istituzionale rappresentati dall’audizione quirinalizia di Re Giorgio da parte dei magistrati di Palermo.

Oggi, messi di fronte alla decisiva deposizione del Capo dello Stato (riferita de relato dagli avvocati presenti all’udienza, tra i quali quello di Totò Riina, Luca Cianferoni) sulla conoscenza da parte delle Istituzioni della matrice corleonese delle bombe, i media di Regime non possono che rendere pubblica la conferma data dall’allora presidente della Camera ai sospetti di un ricatto contro lo Stato, un «aut aut» messo in atto a suon di tritolo dall’ala stragista di Cosa Nostra. E, insieme a questa certezza, il dubbio espresso dal presidente del Consiglio di allora, Carlo Azeglio Ciampi, di trovarsi di fronte ad un tentativo di golpe (P2 compresa) in quei drammatici giorni di luglio 1993. La preziosa testimonianza di Napolitano diventa però Oscura (come la sala del Quirinale che ha ospitato lo storico interrogatorio) quando il presidente glissa sugli ‘indicibili accordi’ adombrati dal defunto consigliere del Colle Loris D’Ambrosio. Possibile che Napolitano non abbia avuto almeno la curiosità di approfondire la questione con il suo fidato collaboratore? Secondo Marco Travaglio del ‘Fatto Quotidiano’ su questo punto la risposta del presidente è stata «evasiva».

 

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