giovedì, Ottobre 28

Renzi lo spregiudicato nemico di sé stesso field_506ffb1d3dbe2

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 Matteo-Renzi

 

All’interno del Partito Democratico si vivono giorni di forte tensione dopo le dimissioni dell’oramai ex Presidente del partito, Gianni Cuperlo, arrivate dopo il feroce scontro che ha interessato lo stesso  Cuperlo e il Segretario Matteo Renzi. Dimissioni che seguono quelle di Stefano Fassina dal Governo, e anticipano ore di scontri tra i rappresentanti delle diverse aree del PD –ieri lo scontro tra il Ministro (bersaniano) Flavio Zanonato, e la renziana Debora Serracchiani.
Il nodo della discordia è sempre lo stesso: il Segretario Matteo Renzi, e la sua concezione di partito. Cuperlo ha dato le dimissioni causa l’atteggiamento di Renzi dopo la votazione sulla legge elettorale: il prendere o lasciare senza possibilità di proporre modifiche ha scatenato la reazione di Cuperlo, che ‘allarmato dall’idea di partito’ del leader Renzi ha deciso di rassegnare le proprie dimissioni.

Tutto ciò provoca una forte scossa per il Partito Democratico. Una decisione, quella di Cuperlo, insieme agli altri malumori, su cui pesa fortissima l’ombra della scissione. Da una parte ci sono il Segretario e i suoi uomini, quelli del cambiamento, della ‘rottamazione’, c’è Renzi che ha incontrato Silvio Berlusconi e ha messo a punto con lui l’ossatura di quella che può diventare la nuova legge elettorale, e dall’altra ci sono quelli che vogliono difendere la ‘storia’ del partito.

La figura di Renzi appare oggi quella certa di un uomo carismatico, comunicatore, leader di un partito, i cui gruppi dirigenti per storia, linguaggio, stile non potrebbero essergli più estranei. Lo diventa suo malgrado, poiché la ‘forma-partito’ gli sta stretta come una camicia di forza. Per queste ragioni il pericolo di creare attorno a sé un vuoto è alto e questo andrebbe a peggiorare la situazione del suo stesso partito.
Tutto ciò spinge a riflettere su quelli che saranno i nuovi scenari politici per quanto riguarda la strutturapartito’, continuerà a prevalere una concezione di partito come azienda a guida carismatica (come lo è stato fino agli ultimi vent’anni) con una base demagogica autoritaria, o è possibile auspicare nuovi orizzonti? Abbiamo cercato di fare il punto con Oreste Massari, Professore ordinario di Scienza Politica presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza.

 

Professore Massari, siamo davanti a una liquefazione del sistema politico ormai da alcuni anni. Ritiene che siamo giunti al definitivo punto di svolta della crisi o siamo in una fase di transizione?
E’ difficile definire il sistema politico italiano. Di certo il sistema partitico si sta sempre più destrutturando. Quando si parla di punto di svolta della crisi di solito si intende punto di svolta positivo. Ma in questo caso è tutto da vedere. La novità di Renzi è tutta da valutare. Di certo la proposta di legge elettorale la considero il primo vero e grave passo falso di Renzi. Non ha assolutamente tenuto conto della sentenza della Corte. Quindi aspettiamo prima di dire che abbiamo svoltato. Quando si svolta, si può anche andare a sbattere. Quanto alla transizione, se questa transizione dura da vent’anni ed è infinita, allora non di transizione si tratta, ma di condizione di anormalità oramai normalizzatasi.

Quello che in queste ore si è consumato nel partito democratico è solo uno scontro tra ‘uomini’, ‘caratteri’, ‘correnti’, oppure alla radice vi è una trasformazione della struttura ‘partito’ come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi?
No, non è solo scontro di uomini e di caratteri. Ovviamente c’è anche questo. Ma al fondo c’è il cambiamento profondo della natura del partito democratico. Il partito democratico era già fallito prima ancora di Renzi. La ‘fusione a freddo’, o ‘l’amalgama mal riuscito’ (secondo il giudizio di D’Alema), con la persistenza numerosa  di correnti, anime e aree ecc. aveva paralizzato qualsiasi  capacità decisionale e di elaborazione culturale  del partito. La leadership di Walter Veltroni non era riuscita a rianimare il partito, anzi lo aveva reso ancor più ‘leggero’. Ma anche l’inversione di rotta -verso un partito strutturato- di Pierluigi Bersani, è stato un tentativo fallito, sia per la modestia della leadership, sia per la povertà dell’innovazione (o restaurazione) sia per la persistente autoreferenzialità del gruppo dirigente. Comunque sia, il PD conservava ancora una parvenza di ‘comunità’. Renzi sta spazzando via questo residuo, e lo sta facendo grazie agli strumenti che lo stesso partito gli ha offerto su un piatto d’argento: le primarie aperte agli elettori anche per la carica di Segretario. Lo statuto approvato dal PD nel 2007 all’insegna della democrazia diretta e a scapito di quella rappresentativa e deliberativa, era già uno statuto ‘renziano’. Il PD ha fatto l’apprendista stregone: ha evocato esso stesso gli spiriti distruttivi del partito come comunità. Ma di questo è responsabile l’intero vecchio gruppo dirigente. Chi è mal di sé stesso…

Come immagina il futuro del Pd?
Non come quello che abbiamo conosciuto finora.  Anche se non lo si ammette, l’ombra della scissione incombe. Le distanze tra Renzi e una certa cultura post-comunista sono enormi. Renzi è certamente un innovatore, ma è anche terribilmente un dissacratore e un caso di spregiudicatezza assoluta. La gran parte dei suoi avversari interni sono troppo legati al passato, troppo conservatori, troppo carichi del fardello dei fallimenti e degli immobilismi del passato. Sono posizioni destinate a scontrarsi sempre più, anche se va messo in conto l’allineamento opportunistico a Renzi di molti vecchi e giovani dirigenti.

La struttura ‘partito’ in Italia quale ritiene sarà nel futuro prossimo? Più che ‘community’ una sorta di ‘azienda’ a guida carismatica?
Bersani parlava di ‘ditta’, il che proiettava un’immagine burocratica sul partito che immaginava. Per ora non vedo segni di una ricostruzione dei partiti come ‘community’. Prima di ricostruire qualcosa, forse la politica italiana deve bere fino in fondo l’amaro calice del veleno della destrutturazione, causato da vent’anni di idee sbagliate o mal interpretate, a cominciare dall’idee stesse di democrazia maggioritaria, di bipolarismo, di sistema elettorale, di partiti, di leadership etc.

E poi c’è lo scontro tra quarantenni diversi, Enrico Letta e Renzi. È solo una guerra tra Firenze e Pisa o qualcos’altro di più profondo?
Fosse solo lo scontro tra Firenze e Pisa…. Anche se entrambi sono cattolici, di provenienza democristiana, giovani, Renzi e Letta interpretano ruoli  e prefigurano comportamenti differenti in ragione dei loro diversi percorsi di carriera. Letta è stato portato alla presidenza del Governo dall’establishment politico e istituzionale, Renzi è stato sollevato al ruolo di Segretario da una poderosa spinta dal basso. Le loro constituencies differiscono, sicchè le loro rispettive logiche dell’agire politico non possono che essere differenti. Il che non escluderebbe un accordo, se Renzi -che è il più forte al momento- lo volesse.

Carl Smith quando parle a del ‘politico’ lo fa a partire da uno schema polemico che oppone amico a nemico. Chi pensa sia davvero il nemico di Renzi?   
Per riprendere l’opposizione di Carl, il vero nemico di Renzi è Renzi stesso. Se non riesce a governare la sua ambizione e a controllare il pericolo di arroganza, è perduto. In Italia è facile cadere dalle stelle alle stalle.

La nuova legge elettorale così come la vediamo nella bozza di queste ore, è destinata a incidere su come saranno i partiti del futuro del nostro Paese?
La nuova legge elettorale salverebbe solo tre partiti, PD, FI e M5S. Le soglie dell’8 e del 5% sono troppo alte, e la soglia del 35% per il premio è troppo bassa. E poi continuano le liste bloccate. Questa proposta è un grosso scivolone per Renzi e per i suoi consiglieri.  Caldaroli ha esclamato «Ma questa sembra la mia legge». Non credo che questa proposta possa sopravvivere al vaglio della critica e dei passaggi parlamentari. E se lo facesse prevedo un altro disastro.

Se la struttura ‘partito’ sarà sempre più ‘azienda’ e sempre meno ‘community’,  se la legge elettorale lascierà  fuori dal Parlamento le forze minori, se il nuovo sistema di finanziamento dei partiti renderà difficile per le piccole forze finanziare la loro attività, non vi è il rischio che la vita democratica come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi cambi e come cambierà?
Sì, il rischio è di passare da una democrazia rappresentativa e dei partiti, a una sorta di democrazia semplificatrice al massimo, cavalcata dal demagogo di turno. Ancora non si operato passaggio del tutto, ma il pericolo incombe e occorre esercitare un grande senso di controllo critico in ognuno di noi.

 

 

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