sabato, Settembre 25

Renzi, l’apprendista stregone non piace più

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Forse, come dice Achille Campanile, vale per la moglie, che il mese d’agosto non si conosce. Ma ci si scordi che sia la politica a ignorarci, anche se molti lo vorrebbero. Anche in questi giorni di caldo umido e opprimente gli inquilini dei vari Palazzi del potere faranno del loro meglio perché noi ci si ricordi di loro. E non solo per il profluvio di dichiarazioni, promesse, assicurazioni con cui avranno cura di accompagnare le nostre giornate agostane. Quello sarebbe il meno. E che all’inondazione di dichiarazioni, promesse, assicurazioni, seguiranno fatti concreti. Non è vero che si tratta di ‘parole parole’, come canta Mina. Seguiranno, puntuali, i fatti. E saranno, facile profezia, ‘nuove’ per nulla ‘buone’.

Un buon termometro è sempre costituito dalla situazione economica. Non tanto le cifre e i dati che quotidianamente vengono sfornati da compiacenti e compiaciuti uffici studi e rilevazioni; quelli servono per far dire che la ripresa è appunto ‘ripresa’, che ‘non bisogna abbassare la guardia, ma il peggio è alle nostre spalle’ (e forse se riflettessero che è appunto dietro le nostre spalle eviterebbero l’espressione); e funambolici ragionamenti sul dare e l’avere sulla base di cifre da prefisso telefonico, a differenza di quel che accade in tutta Europa. E’ la ‘percezione’ della gente, quello che conta in realtà; il potere d’acquisto del singolo euro, e cioè quanti ne occorrono per acquistare un prodotto o un servizio, e quanti ne occorrevano due anni fa… Quello che a ognuno di noi resta in tasca ogni fine mese, soddisfatte le necessità primarie. Qui non si scappa, per fare i conti basta una penna a biro e un foglietto di carta, due colonne: entrate e uscite, e tirarne le somme. Alla fine tutto il resto è fuffa, solamente fuffa.

Si può, per esempio sbandierare fin che si vuole che l’indice Istat di fiducia dei consumatori a luglio segna una lieve ripresa; aprile, maggio e giugno hanno al contrario registrato una inevitabile flessione.

No: ancora non ci siamo. La conferma viene dai sondaggi che quotidianamente vengono recapitati sulla scrivania del Presidente del Consiglio; non ha caso Matteo Renzi in questi giorni sembra aver perso molta della sua iniziale baldanza; «è come un pulcino bagnato», sogghigna una vecchia volpe di Montecitorio, le cui prime frequenze giornaliere risalgono a più di quarant’anni fa, ormai fa parte dell’arredamenti del Palazzo.

I risultati di quei sondaggi dicono che la cifra del Paese continua a essere una perdurante sfiducia, una crescente preoccupazione, per l’oggi e il domani. Il 48 per cento degli interpellati si dice convinto che nel prossimo futuro non ci sarà alcun sostanziale miglioramento; il 26 per cento pensa che le cose siano destinate a peggiorare; chi guarda con un minimo di ottimismo il futuro è solo il 20 per cento.
Non solo: ben il 37 per cento dice che la notte è destinata non solo a durare, ma a farsi ancora più buia: il peggio deve ancora arrivare. Un 32 per cento sostiene che siamo all’apice della crisi; solo il 20 per cento dice che il peggio è stato superato.

Questapercezioneovviamente si riverbera in atteggiamento di consenso o dissenso verso l’Esecutivo, fiducia o sfiducia sulla sua azione di governo. Applaude alla politica di palazzo Chigi il 36 per cento degli interpellati. Il 60 per cento mostra il pollice verso. Sessanta per cento significa che non si tratta solo di elettorato di centro-destra o simpatizzanti del Movimento Cinque Stelle. Pesanti critiche vengono, crescenti, dall’elettorato che fino a ieri si riconosceva nel Partito Democratico o comunque fa riferimento ai partiti che sostengono in Parlamento l’attuale maggioranza. Oggi è il 36 per cento, a esprimere un giudizio favorevole. A marzo era il 40 per cento. Un calo di 4 punti in quattro mesi dovrebbe costituire un pesante campanello d’allarme per molti. Anche quando si chiede un giudizio sulla specifica figura del Presidente del Consiglio le cose non vanno meglio: 34 per cento concede il via libera; il 62 per cento esprime criticità e perplessità.
Giusto a titolo di curiosità: il Ministro dell’ Economia Piercarlo Padoan è gradito al 25 per cento; Dario Franceschini, al 24 per cento; Paolo Gentiloni al 23 per cento; Graziano Delrio e Beatrice Lorenzin al 22 per cento; Maria Elena Boschi è al 21 per cento.

Si parlava di sondaggi. Due in particolare procurano un maldipancia da ulcera perforante, a palazzo Chigi. Il Movimento di Beppe Grillo, nelle attuali intenzioni di voto, sopravanza il PD di Renzi di ben dieci punti. Secondo SWG, in caso di ballottaggio i grillini fanno strike: 54-55 per cento in ogniduello‘.
E per quel che riguarda il referendum confermativo delle proposte di revisione costituzionale proposte da Renzi? Ci pensa il sondaggio ‘Scenari Politici-Winpoll‘ commissionato da ‘Huffington Post‘: il NO è sul 54 per cento, il SI sul 43 per cento.
Proprio alla luce di questi risultati, sono in corso le grandi manovre. Pierluigi Bersani, leader della minoranza del PD, si affretta a dire che anche se il NO prevale, non per questo il Governo si deve dimettere; e si capisce: Bersani, Massimo D’Alema, Gianni Cuperlo non vogliono restare con in mano il cerino acceso, accusati cioè di aver creato le condizioni per una crisi politica difficilmente sbrogliabile senza far ricorso ad elezioni anticipate; del resto, puntano a una sostanziale modifica del sistema elettorale, e dunque il referendum costituisce un’arma puntata sulla tempia di Renzi. Legge elettorale, che a questo punto vuole cambiare anche Renzi, non fosse che se ora si trova in un vicolo cieco, è perché è lui che si è cacciato in quella situazione: ha modellato un sistema elettorale pensando di esserne lui il principale beneficiario; ora si rende conto che ad essere premiati sono soprattutto i grillini. Difficile sostenere che vuole cambiare qualcosa che lui stesso ha costruito. Per questo pensa bene di ripetere, come un mantra: è questione che deve risolvere il Parlamento. Sarebbe anche giusto, non fosse che proprio palazzo Chigi, a suo tempo, con ‘l’invenzione’ dell’emendamento canguro e il conseguente voto di fiducia, ha esautorato di fatto il Parlamento …

Anche sul fronte del centro-destra può venire ben poco, come aiuto per Renzi. Silvio Berlusconi appare molto più sensibile (a parte i suoi non pochi problemi di salute e di assestamento del personale impero) a un rassemblement di centro-destra moderato guidato di Stefano Parisi; e non per un caso il leader della Lega Matteo Salvini, che nonostante i poco brillanti risultati elettorali vuole ancora giocare la carte del populismo demagogico, si è messo subito di traverso. Del resto è l’unico modo per poter, alla fine, avere un posto al desco che Berlusconi sta allestendo.

Ricordate la ballata dell’’apprendista stregone’, l’incantesimo mal fatto e peggio ancora controllato che finisce con il provocare disastri in quantità? Ecco, Renzi è quel tipo di ‘apprendista’. Con la differenza che Wolfgang Goethe da quell’antica storia di Luciano di Samosata, ne ricava una bella e istruttiva opera. L’attuale inquilino di palazzo Chigi continua a spezzare scope, e in questo modo moltiplica i danni; al momento non si vede alcun ‘Maestro’ all’orizzonte, che sia in grado di rimediare ai disastri, e spezzare l’incantesimo. Piaccia o no, questa è la situazione, questi sono i fatti.

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