domenica, Settembre 19

Renzi, inizio poco 'renziano' image

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Matteo Renzi

I quasi due milioni di elettori (68%), e non solo loro, che hanno votato Matteo Renzi alle ultime primarie del Partito Democratico per issarlo al volante della sede del Nazareno, già strabuzzano gli occhi. E sperano che il ‘bel giorno’ questa volta non si veda dal mattino. Anche tu Matteo vuoi fare come tutti gli altri? Sembrano urlare al sindaco di Firenze che nel giro di qualche mese è diventato prima Segretario nazionale del Pd e poi Presidente del Consiglio dei Ministri.

O forse in Italia quando si deve prendere in mano il volante del Paese e una volta al comando, il copione è già scritto: bisogna fare così e basta. Bisogna diventare Premier con una manovra di Palazzo (esclusi Berlusconi e Prodi è sempre stato così), bisogna nominare ministri, vice ministri e sottosegretari secondo le indicazioni dei partiti al di là di morale, meriti e competenze e (questo è il boccone più amaro) bisogna subito aumentare le tasse a iniziare da quelle sulla casa e sul prezzo dei carburanti. Ma c’è un aggravante: Matteo Renzi è diventato Matteo Renzi dicendo che non avrebbe mai fatto tutto questo.

Ma andiamo con ordine. Tutto ha inizio quasi tre mesi fa, il giorno delle primarie dell’Immacolata, giorno in cui Renzi diventa Segretario Pd. Dal giorno, per più di due mesi, almeno una volta al giorno, Renzi incalza («Il governo deve fare e non dire») e rassicura («Il governo durerà») Enrico Letta, Presidente del Consiglio in carica. Per attualizzare le sue sortite, in perfetto stile Renzi conia addirittura un hashtag: #enricostaisereno. Delle rassicurazioni e della serenità è rimasto solo l’hashtag. Letta non ha fatto in tempo a rimettere piede in Italia al rientro dalla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Sochi che Renzi è salito al Quirinale per chiedere al Presidente Napolitano di favorire la staffetta tra lui e il ‘compagno’ Enrico. Staffetta da sancire ufficialmente dietro deliberazione della Direzione nazionale del Pd. Un disarcionamento con tutti i crismi. Con una manovra di Palazzo vecchio stile che riuscirà forse a far dimenticare quella con la quale Massimo D’Alema sostituì in corsa Romano Prodi (1998). Nulla a che vedere con il verbo ‘renziano’ insomma.

Poco ‘renziana’ anche la squadra dei ministri presentata dieci giorni fa. Quasi un Letta bis a detta di molti commentatori. Chi si aspettava Nicola Gratteri al dicastero di Grazia e Giustizia è rimasto deluso. Sembra che Napolitano gli abbia imposto il mite Andrea Orlando ex ministro dell’Ambiente del Governo Letta. La motivazione non ufficiale sembra sia stata che i magistrati in servizio non posso diventare ministri della giustizia, una regola non scritta ma sempre rispettata. Proprio Gratteri, più di ogni altro, avrebbe potuto ‘griffare’ in modo ‘renziano’ la compagine di governo.

Alcuni giorni fa la nomina di viceministri e sottosegretari. Coloro che speravano di vedere nomi come quello dell’economista Tito Boeri ci sono rimasti male. Due nomi su tutti, anche se in diversa misura e per diversi motivi, sono i più chiacchierati: Antonio Gentile, Senatore calabrese Ncd, Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, e Francesca Barracciu, eurodeputata sarda Pd, Sottosegretario alla Cultura.

Antonio Gentile, fedelissimo di Angelino Alfano (confermato al dicastero degli Interni anche nel Governo Renzi) e per questo coordinatore regionale del Nuovo Centro Destra in Calabria. Sembra che Gentile di recente abbia bloccato le rotative del quotidiano ‘L’Ora della Calabria’ al fine di impedirne l’uscita perché conteneva un articolo che riguardava il coinvolgimento del figlio in un’inchiesta sulle consulenze d’oro all’azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Fatto denunciato direttamente da Luciano Regolo, direttore responsabile del giornale, e naturalmente negato dall’interessato che ha subito adombrato a una ‘macchina del fango’ messa in moto ai suoi danni.

Diverso il ‘rumoreggiare’ attorno alla nomina di Francesca Barracciu ai Beni culturali. La sua nomina sembra il giusto mix tra un’operazione di compensazione politica e una manovra alla ‘promuovere per rimuovere’. Ma andiamo con ordine. Nel settembre scorso la Barracciu esce vincitrice dalle Primarie del Pd che dovevano indicare il candidato del centrosinistra alla carica di governatore della Sardegna. L’europarlamentare sarebbe potuta diventare il primo presidente donna del Palazzo di via Roma. Qualche giorno dopo però viene raggiunta da un avviso di garanzia a causa del suo presunto coinvolgimento nello scandalo sui fondi destinati ai gruppi consiliari. Avviso anticipato in diretta tv, durante la trasmissione Ballarò, dal direttore de ‘il Giornale’ Alessandro Sallusti direttamente all’interessata anch’essa ospite della trasmissione. A questo punto il Pd sardo non ha più ritenuto ‘presentabile’ la candidata uscita vincitrice dalle primarie e dopo sofferta gestazione ha partorito il nome di Francesco Pigliaru come sostituto, risultato poi vincitore alle elezioni del 16 febbraio nel duello con il governatore uscente Ugo Cappellacci. Il passo indietro della Barracciu è stato incoraggiato e ‘coordinato’ anche da Matteo Renzi, allora segretario Pd di fresca nomina. Dopo la vittoria di Pigliaru la stessa Barracciu ha subito avanzato la richiesta di un assessorato di peso (Bilancio e programmazione) ma si è subito scontrata con la posizione intransigente del nuovo governatore che ha detto chiaramente che non ci sarebbero stati indagati nella sua nuova squadra di governo.

Ecco perché il nuovo incarico ministeriale per l’eurodeputata Pd ha tutto il sapore da un lato di una compensazione (Sottosegretario al posto di Governatore) dall’altro di una promozione – rimozione (Sottosegretario al posto di Assessore regionale). Una tipica manovra politica all’italiana, molto poco ‘renziana’.

Ma sono ben altri i provvedimenti ‘indigeribili’ per i cittadini italiani rispetto alle manovre di Palazzo. I primi decreti governativi in materia fiscale per esempio. Come quelli annunciati dopo il varo del cosiddetto decreto ‘Salva Roma’ che dovrebbe contribuire a evitare il default (leggi fallimento) del Municipio della Città Eterna. Nella Capitale oltre all’Urbe sembrerebbero eterni anche i debiti che con la gestione di Ignazio Marino, sindaco di Roma dal giugno scorso, sono lievitati a più di 800 milioni di euro. Roma assieme a molte altre città italiane (Napoli, Palermo, Reggio Calabria e Alessandria giusto per citarne qualcuna) è in ‘rosso’ e a rischio crack da molto tempo. E molti si chiedono perché la cattiva amministrazione di alcuni debba essere pagata da tutti. Tra questi c’è la sensazione che molti di quelli che avevano una fetta di Bel Paese da amministrare, quella fetta se la siano mangiata.

Ebbene anche le soluzioni per ‘foraggiare’ il costoso decreto ‘Salva Roma’ sembrano alquanto tradizionali alla faccia dei proclami di Renzi secondo i quali non avrebbe affondato ulteriormente le mani nelle tasche dei contribuenti. Ma l’aver conferito una maggiore flessibilità ai sindaci nel poter aumentare l’aliquota della Tasi (imposta comunale sui servizi indivisibili) fino all’8 per mille sembra andare in tutt’altra direzione. Per non parlare dell’aumento delle accise sui carburanti scattati dal 1 marzo. Sono un ‘effetto collaterale’ del cosiddetto ‘Decreto Fare’ messo in campo dal Governo Letta ma il nuovo Premier non si è dimostrato certo reattivo nel tentare di sterilizzare gli aumenti con qualche provvedimento tampone.

Molti cittadini italiani, non solo quelli che hanno votato Matteo Renzi alle primarie, non ci vogliono credere che il ‘renzismo’ governativo sia questo. Ci ridono su quando sentono il nuovo Premier paragonato a Berlusconi da certi avversari politici, solo perché ha partecipato in passato alla ‘Ruota della fortuna’ di Mike Bongiorno e al programma di Maria De Filippi (l’aveva fatto anche Piero Fassino), e in Senato illustrando le dichiarazioni programmatiche lo avrebbe fatto con un discorso da talk show. Ma sono disposti a ridere meno se il film diretto dal Presidente del Consiglio (il più giovane tra tutti i suoi predecessori) dovesse continuare a ricordare quelli del passato. Con regia alla Enrico Letta o peggio ancora alla Mario Monti, per non citare quelli di democristiana memoria.

 

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