venerdì, Maggio 14

Renzi in partenza per Teheran con grattacapi field_506ffbaa4a8d4

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La palma del premio ‘la parola più veloce del pensiero’, questa settimana, va senz’altro al leader della Lega Matteo Salvini. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, interviene all’annuale Vinitaly di Verona; dice che «il destino dell’Italia è legato al superamento delle frontiere, e non al loro ripristino»; è evidente che si riferisce soprattutto alla commercializzazione del nostro vino. Ma quand’anche fosse stato un discorso più ‘generale’, la replica di Salvini è davvero sopra le righe, anche perché non è una ‘voce dal sen fuggita’: è un qualcosa scritto per il profilo Facebook; si è scritto quello che si è voluto scrivere: «Avanti tutti, in Italia può entrare chiunque… Se lo ha detto da sobrio, un solo commento: complice e venduto».
Gli americani fanno sempre ‘tendenza’: evidentemente c’è chi vuole ricalcare le orme di Donald Trump. Ad ogni modo, un Segretario di partito che mostra così poco rispetto per l’istituzionePresidente della Repubblica’, è la concreta dimostrazione di come la politica abbia ormai preso derive che sarà molto difficile recuperare.

Nell’ombra si trema. Sarà per le elezioni amministrative imminenti; sarà perché la situazione economica, nonostante i mille ostentati ottimismi, è quella che è; sarà per quel che si vuole, fatto è che ogni giorno il confronto politico è incandescenze, i toni sono aspri e definirli polemici è far ricorso a un eufemismo. Al punto che l’insulto è diventata una regola, e c’è gran lavoro per gli avvocati. Così il tesoriere del Partito Democratico Francesco Bonifazi denuncia il leader Movimento 5 Stelle Beppe Grillo e il vice Presidente della Camera Luigi Di Maio: hanno accusato il PD d’essere ‘tutti collusi’, ‘tutti complici’. Querelato anche il pentastellato Carlo Sibilia, per aver equiparato ‘i governanti ai camorristi’.
Poi ci sono i ricorsi, presentati da militanti del Movimento 5 Stelle espulsi: Paolo Palleschi, Roberto Motta e Antonio Caracciolo, attivisti grillini esclusi dalla corsa per la candidatura a sindaco di Roma fanno ora largo uso di carte bollate. Si sono rivolti al giudice: chiedono l’annullamento delle ‘comunarie’ vinte, nel febbraio scorso, da Virginia Raggi.

Usciamo dalle aule di giustizia, addentriamoci su un terreno infido e scivoloso, quello della politica estera con Paesi e interlocutori di cui non è facile penetrare i calcoli e i ragionamenti.

Il Governo ha il suo bel capire su quali siano lemossepiù efficaci per risolvere e dipanare l’’affaireGiulio Regeni.
Ci sono almeno quattro profili: quello tecnico-investigativo, che vede al lavoro magistrati, investigatori e servizi segreti; i magistrati e gli investigatori sembrano impantanati in una palude, quella delle intercettazioni telefoniche negate, che al momento sembra essere senza uscita. Per quel che riguarda i servizi segreti, lo dice la parola stessa. Chissà cosa fanno, come, e con chi. C’è poi il profilo legato all’economia: qui scendono in campo potentati come l’ENI e altri ‘poteri reali’. La posta in gioco è enorme: petrolio, gas, forniture d’arma, milioni e milioni di euro, in entrata e in uscita. Il profilo politico: Renzi e il Governo sono già indeboliti per via dell’inchiesta potentina sulle vicende petrolifere, hanno necessità di non sfigurare sul fronte Regeni, di dimostrare che non sono richieste retoriche il voler giustizia e verità. C’è, infine, il contesto geo-politico: l’Egitto è una pedina importante: confina con la non meno importante Libia. Assieme alla Russia è interessata al controllo della Cirenaica, ma lì operano anche gli inglesi; più giù, nel Fezzan, è ‘territorio’ francese; l’Italia si preoccupa del destino della tripolitania (anche lì, corposi interessi ENI). L’Italia, con la Germania, è il partner commerciale più importante dell’Egitto; ma questa settimana Renzi vola a Teheran, per ufficializzare i rapporti economico-commerciali sviluppati con l’Iran di Hassan Rohani, già ben accolto  -si ricorderà- a Roma, al punto da inscatolare le statue ‘scandalose’ del Campidoglio.
Renzi è il primo capo di Governo occidentale che si reca a Teheran dopo l’abolizione delle sanzioni legate al dossier nucleare. Il particolare è che aprire all’Iran equivale a raffreddare i rapporti con un altro Stato chiave di quella tormentata area, l’Arabia Saudita; per dare un’idea è tutto un delicato gioco di domino, dove prima di spostare una tessera occorre pensarci cento volte, un mondo dove si pensa una cosa, se ne dice un’altra e se ne fa una terza…

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