domenica, Aprile 11

Renzi in Iraq: vinceremo IS 40

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 RENZI-IN-IRAQ

Erbil – RomaMatteo Renzi oggi ha visitato Erbil e Baghdad, nella doppia veste di Primo Ministro italiano e di Presidente di turno dell’Unione europea. Una veste non troppo comoda, se si considerano le pungenti sfaccettature della complessa situazione mediorientale.

Sono passati tre anni da quando gli USA hanno lasciato il suolo iracheno, considerando risolta una delle crisi internazionali più drammatiche e significative degli ultimi decenni. Barack Obama appariva soddisfatto, a parole: «ci stiamo lasciando alle spalle uno Stato sovrano, stabile e autosufficiente, con un governo rappresentativo che è stato eletto dal suo popolo». Era il 17 dicembre 2011. La prima guerra del Golfo, iniziata il 17 gennaio 1991, aveva proposto al mondo una guerra innovativa, spettacolare, diversa da tutte quelle fino ad allora conosciute.

L’importanza dello schieramento alleato, che coinvolgeva 37 Paesi (al successivo conflitto, del 2003, avrebbero partecipato ben 48 stati) fu solo una delle particolarità. Le innovazioni in termini di comunicazione e tecnologia inaugurarono la serie delle  ‘nuove guerre’. Nuove in termini di comunicazione perché il conflitto fu apertamente gestito, a livello di opinione pubblica, da grandi società di RP come Hill&Knowlton, responsabile anche dell’immagine della coalizione alleata prima, durante e dopo il conflitto.

Gli effetti spettacolari della trasmissione in diretta tv dei bombardamenti su Baghdad, e l’impiego di traccianti e visori notturni, aprirono ai telespettatori (più affascinati che preoccupati) una prospettiva sulle ‘smart bombs’, sulla ‘guerra chirurgica’, sulla strampalata idea che si possa fare una guerra senza troppe vittime.

La questione di base era e resta fortemente economica: le bombe intelligenti costavano molto, anche mezzo milione di dollari ciascuna  (cfr. missili Tomahawk) e tra i motivi che scatenarono la guerra c’erano anche i sostanziosi debiti di Saddam Hussein, quei 14 miliardi di dollari contratti con il Kuwait durante la guerra Iran-Iraq.

Completa il quadro di un conflitto che ha fatto storia anche l’impiego dei giornalisti ‘embedded’, cioè incorporati nelle truppe, che seguivano le operazioni seguendo gli spostamenti degli alleati.

Oggi le connessioni sono più rapide, la rete è diffusa ma le sue maglie sono più larghe e permeabili anche a intrusioni ed eventuali manipolazioni. In ogni caso negli anni e nei confini dell’Iraq è cresciuto un sentimento anti-occidentale, dovuto anche all’impiego di armi NBC in occasione di battaglie come quella del 2004 a Falluja, che ha lasciato segni tangibili sulla popolazione (malformazioni infantili e tumori, documentati anche dall’Onu).

Non sarà male ricordare che il Kurdistan (come Gaza) ‘siede’ su preziose fonti di idrocarburi. Sempre più scarse, nel pianeta, rispetto ai tempi di Bush Senior e del Generale Norman Schwarzkopf

La ‘caduta in disgrazia’ di Saddam, rispetto a quando l’Occidente lo riteneva un prezioso alleato laico nel corso del conflitto Iran-Iraq, ha aperto una serie di questioni che ancora non sono state risolte, mentre ISIS  – o IS- è riuscito a imporre la propria regola paraistituzionale in gran parte dell’Iraq.

L’Occidente oggi sceglie di sostenere la reazione dell’Esercito di Baghdad e delle forze curde, uniti contro le milizie del ‘Califfo’ in una strana alleanza. .Lo sfondo è formato dalla decisione europea (e anche italiana) di armare i Peshmerga, unita al sostegno fornito dagli Stati Uniti (ieri al-Abadi si è ‘lamentato’ del fatto che gli USA non appoggino anche l’Esercito iracheno); dalla propensione curda nei confronti dello Stato di Israele visto come esempio di indipendenza; dal generale e storico desiderio di autonomia espresso dai curdi.

Comunque vadano le cose, è chiaro che la visita ‘lampo’ di Matteo Renzi non è stata un viaggio di piacere, e tra l’altro giunge tempestiva a riportare le lancette dell’orologio indietro di quasi tre anni. L’uscita dall’Iraq dopo vent’anni di conflitto sanguinoso e alla fine inconcludente, secondo molti un secondo ‘Vietnam’, per gli Stati Uniti, non incoraggia a fidarsi delle dichiarazioni di Obama quando afferma che le nuove operazioni irachene saranno ‘brevi’.

Pochi giorni fa i Ministri degli Esteri europei hanno lasciato agli Stati ‘volenterosi’ la scelta se rifornire o meno i Peshmerga di armi, mentre gli USA iniziavano a bombardare IS; attenzione, non in occasione delle vociferate violazioni dei diritti umani perpetrate dagli ‘uomini del Califfo’ negli ultimi mesi, ma solo quando i miliziani hanno rivolto il passo verso l’area ricca di petrolio di Erbil.

Oggi Renzi ha incontrato il neo Presidente della Repubblica Federale dell’Iraq, il curdo Fuad Masum, ma anche l’ex Premier Nuri al-Maliki, che ha recentemente ceduto il passo al premier incaricato Al-Abadi, entrambi sciiti.

A Baghdad il Premier italiano ha dichiarato che «L’Europa in questi giorni deve essere qui, altrimenti non è Europa, perché chi pensa che la Ue volti le spalle davanti ai massacri, impegnata solo a pensare allo spread, o sbaglia previsione o sbaglia semestre.»
Posizione che coincide con quella espressa dal Presidente del World Jewish Congress, Ronald Lauder, che oggi dalle colonne del ‘New York Times’ si chiede ‘perché il mondo tace mentre i cristiani sono massacrati in Medio Oriente e in Africa?’ offrendo l’appoggio della sua comunità ai cristiani vittime di Isis in Siria e Iraq.

La situazione sembrerebbe essere questa: il mondo occidentale sottopone Israele agli approfondimenti dell’Alto commissario Onu Navanethem Pillay su possibili crimini di guerra a Gaza, ma, nel contempo, integra il volenteroso sostegno israeliano nei confronti dei curdi entro la compagine occidentale, votata alla democrazia e alla difesa del diritto internazionale. Sullo sfondo e in entrambi i casi – appetitosi giacimenti di petrolio e gas.

Il Premier Renzi oggi ha rassicurato Nuri al-Maliki sull’impegno dell’Italia a rispettare «la sovranità irachena e a far sì che il Governo centrale sovrintenda agli aiuti, particolarmente le forniture di armi che l’Italia fornirà ai curdi»

Sembrerebbe quasi scontato che l’appoggio europeo si debba rivolgere alla coalizione curdo-irachena, e che le forze irachene e curde combattano sullo stesso fronte. La dichiarazione citata sopra, dunque,  dovrebbe alludere alla fornitura di armi non solo ai Peshmerga (che hanno già beneficiato del supporto americano in occasione della riconquista di Mosul), ma anche all’Esercito di Baghdad.

Invece, e solo ieri, Abbas al Bayati, portavoce della coalizione sciita dello Stato del Diritto, ha chiesto l’intervento Usa «per portare aiuto anche a migliaia di civili sciiti della minoranza etnica dei Turcomanni bloccati nella città di Omerly, ad est di Tikrit, sottoposta ad un assedio dei jihadisti da due mesi». Bayati ha sottolineato che «le forze di Baghdad sono prive della copertura aerea americana anche nella provincia occidentale di Al Anbar». L’Europa dovrebbe scegliere una diversa strategia rispetto agli USA?

Si è parlato, in questi giorni, di possibili conflitti tra Peshmerga curdi e Esercito iracheno. Il Ministro della gioventù iracheno, Jassim Mohamed Jafer,  ha dichiarato oggi su ‘Al Iraqia’ che «è vero che durante l’occupazione di Mosul e Tikrit ci sono state delle divergenze,ma ora c’è una collaborazione completa tra le due forze armate». Il confronto dunque ci sarebbe stato.

Chissà se la visita odierna di Renzi contribuirà a pacificare gli animi dei combattenti anti-ISIS, perlomeno fino alla sconfitta di ‘IS e del terrorismo’ e se le rassicurazioni rivolte a al-Maliki avranno effetto. Soprattutto, chissà che cosa succederà quando i Peshmerga (secondo le intenzioni espresse dal Ministro Pinotti) riceveranno le armi stoccate a La Maddalena. 

 

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