venerdì, Settembre 17

Renzi: ‘il PD sono io’, ma tanti al lavoro per Gentiloni candidato premier

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Il Segretario del Partito Democratico Matteo Renzi chiude la kermesse dei ‘circoli’ con una sorta di ‘programma-anatema’: «C’è chi prova a riscrivere il passato, noi scriviamo il futuro». Il ‘passato’ assemblato in un unicum è costituito da Pierlugi Bersani e Romano Prodi, Massimo D’Alema, e quanti gli rimproverano di portare partito, sinistra e anche Paese dritti al baratro. «Rispondo a chi ha votato alle primarie, non ai capi corrente, alle primarie non ai caminetti. Mettetevelo in testa. Lo dico con un sorriso, ma con forza: salutatemi i caminetti. Si sono fatte le primarie non perché non sapevamo cosa fare. Decide la gente, non i capo corrente».
Ecco: se queste sono le parole di un Segretario che si ripromette di essere ‘inclusivo’, è tutto da ridere. Renzi ricorre a concetti ‘elementari’, frasi secche come i suoi 140 caratteri via twitter: «Essere inclusivi non significa mettere d’accordo le correnti per i posti in lista, significa stare in mezzo alla gente».
Infine, la stoccata indirizzata a Giuliano Pisapia: «Chi attacca il PD attacca l’unica diga che c’è in Italia contro i populismi. Fuori dal PD ci sono Lega e il M5S. Fuori dal PD non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di Governo, c’è solo la sconfitta della sinistra, e chi immagina di fare la sinistra senza il PD vince il premio Nobel della fantasia». Sottinteso a questo ragionamento il concetto: «il PD sono io».
‘Le Parti c’est moi’, verrebbe da dire, si avesse voglia di scherzare. Renzi può anche credersi il Luigi XIV del PD. Può raccontare a chi ha tempo e voglia di ascoltarlo che le ultime elezioni amministrative le ha vinte 67 a 59. Solo che non è stata una partita di basket: il PD perde feudi come Genova, La Spezia, Piacenza, Pistoia, L’Aquila, Sesto San Giovanni, la ‘Stalingrado d’Italia’; Budrio, alle porte di Bologna, dove la sinistra governava da 70 anni…

Renzi rende conto solo a chi ha votato alle primarie. Dovrebbe leggere meglio i tabulati, e confrontare quanti hanno votato alle ‘prime’ primarie; e quanti hanno votato alle ‘sue’ primarie. Dare un’occhiata a quanti non vanno a votare o annullano la scheda: in crescita a ogni elezione. Infine, scorrere i sondaggi demoscopici, unanimi nelle loro previsioni: il centro-destra (anzi, spesso, il destra-centro), va alla grande. Può essere che sbaglino, come è accaduto in passato. Se invece no? Il politologo Piero Ignazi osserva che «il PD e i suoi potenziali alleati più radicali, non conosce più gli elettori del suo supposto campo largo. Ignora quanto siano spaventati dall’immigrazione, quanto siano angosciati dai fallimenti bancari, quanto siano esasperati dall’inefficienza delle strutture pubbliche, a incominciare dalla scuola e dagli ospedali».

Val la pena di tornare a quel ’67 a 59′. Espressione che rivela assai più di quanto non dica. Così simile, nella sua spudorata arroganza, al commento con il quale, l’indomani del referendum costituzionale, si sosteneva la positività di un ‘bottino’ costituito dal 40 per cento di SI. Come se quell’altro 60 per cento di NO non contasse un fico secco. Come se fosse nulla aver consegnato mezza Toscana e mezza Emilia alla destra incarnata da Matteo Salvini, al centro-destra incarnato da Silvio Berlusconi o ai pasticcioni del Movimento 5 Stelle. Vale oggi la stessa domanda che valeva nel 1999, quando Giorgio Guazzaloca mette la bandiera del centro-destra sul pennone del municipio di Bologna: perché tanti di sinistra e progressisti sono passati dall’altra parte, o al massimo non vanno a votare? Perché a Parma l’elettore rifiuta il candidato del PD e premia quello ripudiato da Beppe Grillo? Renzi riesce in una duplice impresa: fare il vuoto alla sua sinistra, e mancare l’esplicito obiettivo di fare il pieno al centro. Un ‘bingo’ al contrario.

Il personaggio è tale che difficilmente farà tesoro delle lezioni della storia e dell’esperienza. All’inizio della sua ‘avventura’ procede con passo di carica, promette di rivoltare l’Italia in mille giorni. Nell’agosto 2014, in occasione della festa dell’Unità a Bologna, manda un messaggio tutto spine e niente rose; si scaglia contro ‘i soliti noti’, colpevoli di travisare «il senso dei mille giorni, che hanno voluto leggere come un rallentamento della nostra azione di cambiamento e, invece, ne costituisce l’orizzonte, la profondità, l’intensità di un mandato di legislatura». Ricordate? E’ tutto un ‘gufi’, ‘rosiconi’ e via così. Promette di  «preparare una stagione di Governo che sarà difficile e appassionante, perché stiamo cambiando l’Italia, coinvolgendo e non escludendo. Correndo, ma senza lasciare nessuno indietro. Aprendo, senza mai perdere il senso di chi siamo e da dove veniamo».

La stagione di Governo difficile, in effetti, c’è stata. Peccato non sia stata appassionante. L’Italia? Quella che è cambiata forse è meglio fosse rimasta com’era. Quanto al senso «di chi siamo e da dove veniamo»… Intanto, per cominciare, non c’è neppure più una ‘l’Unità’ attorno alla quale fare la festa; il giornale di Antonio Gramsci è stato liquidato con una noncuranza e un’indifferenza sconcertante. Soprattutto il PD più che il «chi siamo e da dove veniamo» sembra ignorare il «dove si vuole andare».

Sorprende come Renzi replichi quanto accaduto dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre sulle modifiche costituzionali. Anche lì il tentativo di minimizzare la vicenda, senza fare una qualsiasi analisi concreta del voto: in quel caso frutto non solo dalla propaganda del centrodestra e dei difensori della Carta, ma anche dalla contrarietà dei giovani alle politiche del Governo Renzi. Una opposizione aggravata dalla totale identificazione di quella battaglia con la persona di Renzi: una strategia tutta sua; si arrivò ad assicurare che si sarebbe dimesso dalla politica se non avesse vinto. Promessa disattesa, come nel più classico ‘politichese’.

Cattiverie? Allora ascoltiamo il Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Gli chiedono: si profila un’alleanza tra PD renziano e centro-destra targato Berlusconi? «Uno scenario inquietante e improponibile», risponde. «Chiederei agli iscritti che ne pensano, attraverso un referendum. Mi pare che anche Renzi lo abbia negato. Ma se cessiamo di essere di sinistra sarebbe un’altra cosa. Ora bisogna lavorare per scongiurare questo scenario».

L’alternativa possibile sembra essere Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano. Ha amministrato in modo non atroce; è sicuramente di sinistra, senza averne i toni forcaioli (da leggere il suo ‘In attesa di giustizia‘, scritto in collaborazione con l’ex magistrato Carlo Nordio). Pisapia, annota Emanuele Macaluso, padre nobile della sinistra, vuole costruire «un movimento autonomo, alternativo, sfidante e competitivo rispetto al PD renziano che si propone l’obiettivo di prendere i voti che ha lasciato il PD. Mi pare buona iniziativa. Vorrei dare a Giuliano solo un consiglio, non richiesto ma amichevole: non metta insieme chiunque, con qualsiasi motivazione, sia contro Renzi e mantenga ferma la sua linea per la costruzione del centrosinistra così come era stata delineata in ogni momento e che è anche quella di Prodi. Cioè, l’obiettivo dovrà essere la sconfitta dell’esclusivismo e del personalismo di Renzi per recuperare anche il PD ad una linea netta ed inequivocabile di centrosinistra. Si tratta di ciò che in quel partito continuano a proporre, tra gli altri, Orlando, Gianni Cuperlo e Nicola Zingaretti».

Una bordata a Renzi arriva dall’ex Presidente della Camera, Luciano Violante; a ‘Radio Radicale‘ dice chiaro e tondo chi vorrebbe come prossimo candidato premier per il suo partito: «Si deve riflettere sul ruolo dell’attuale Presidente del Consiglio. Se sta facendo bene, qualcuno mi deve spiegare perché non può fare il candidato alla presidenza del Consiglio alle prossime elezioni, qual è la ragione. Io credo che Renzi sarebbe molto apprezzato se dicesse ’questo Presidente del Consiglio ha fatto bene, io faccio un passo indietro e candido lui’. Credo che sarebbe una soluzione molto apprezzata dal popolo italiano».

Non ha torto, Violante. Come si può far finta di non vedere che il Paese oggi ha un Governo a firma PD, guidato da Paolo Gentiloni: persona non arrogante, dialogante, disponibile al confronto serio, stimato in Italia e fuori dall`Italia, dove il nome di Renzi è oggi sostanzialmente dimenticato. Molti non lo dicono, da Dario Franceschini a Orlando, ma il nome a cui pensano è lui. «Se il PD vuole fare una campagna elettorale con la possibilità seria di una vittoria», dicono in coro, «deve riaprire il discorso sul centrosinistra e immaginare uno scenario in cui il candidato premier non sia Renzi». Lui e quel che resta del ‘giglio’ si appellano allo statuto, in base al quale il Segretario è automaticamente candidato. Quel puro politichese che a parole si dice di voler combattere ed estirpare. That’s all folks.


 

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