giovedì, Aprile 22

Renzi il funambolo: lodo Moro e stop and go

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Matteo Renzi come Nik Wallenda. Chi è Wallenda? E’ quel tipo, degno erede di una famiglia di acrobati (i Flying Wallenda’s), che nel giugno del 2012 realizza un’impresa da brivido: attraversare in una ventina di minuti su una fune d’acciaio di 61 millimetri tesa al di sopra delle cascate del Niagara.

Cosa fa Renzi-Wallenda? E’ impegnato in una difficile quadratura del cerchio. Un’operazione che riguarda l’Italia, ma va ben oltre l’Italia. Perché si vivono i tempi che sappiamo, ogni ora un allarme, attentati e stragi con le quali bisogna cominciare a convivere. In passato, convenzionalmente, si chiamavalodo Moro’, era quel tacito accordo, quellatrattativain qualche modo allacciati con i movimenti terroristici palestinesi: che per anni hanno colpito mezzo mondo, risparmiando tuttavia il nostro Paese; vuoi perché si garantiva impunità, vuoi perché si pagavano pedaggi, così è stato.

Un conto erano le organizzazioni terroristiche palestinesi, un altro conto è il Daesh; e il quadro è enormemente più complicato e complesso. Ma insomma, nel quadro delle diplomazie sotterranee e inconfessabili che sono condotte da ogni Stato e poterereale, anche l’Italia fa la sua parte e il suogioco’; ecco dunque spiegarsi le ripetute e a volte contraddittorie affermazioni via via del Presidente del Consiglio, del Ministro della Difesa Roberta Pinotti, del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, del Ministro dell’Interno Angelino Alfano. Si guarda al proprio ‘pascolo’ elettorale, certo; ma al tempo stesso si ‘dialoga’ con i vari ‘attori’ internazionali. Così, se Pinotti rassicura gli alleati europei e americani dicendo che l’Italia farà la sua parte, ecco subito Gentiloni che assicura che mai si andrà in Siria con i nostri militari, e anche di bombardare come la Francia non se ne parla; Alfano indossa i panni dello sceriffo per quel che riguarda gli estremisti islamici in Italia; Renzi stringe le mani a tutti, si guarda bene dal mettere in discussione le lucrose commissioni di armi che ci vengono da Algeria e Arabia Saudita, e poi finiscono chissà dove e a chi… Chissà: forse Wallenda quando attraversava le cascate del Niagara ha trovato minori difficoltà nel suo percorso…

Poi ci sono le ‘bagatelle’ locali: le elezioni Amministrative, che sembrano lontane, ma sono in realtà dietro l’angolo: «Non hanno valore politico nazionale», ripete Renzi; ma non ci crede neppure lui.

I sondaggi dicono che Renzi e Governo godono, al momento, di un buon credito, appena qualche punto sotto il 50 per cento. Si spiega: nei momenti di crisi, di emergenza come sono quelli che viviamo, tradizionalmente ci sistringee si è solidali. Quanto durerà? Soprattutto, quanto durerà la ‘tregua’ tra le varie forze politiche dovuta all’‘emergenza’?

Intanto, se si parla dei leader, oltre alla sostanziale tenuta di Renzi, bisogna registrare gli incrementi di fiducia nei confronti del leader della Lega Matteo Salvini, e il Movimento 5 Stelle; vale a dire i due estremi del panorama politico; si inserisce poi il ‘nuovo’, rappresentato dall’imprenditore Diego Della Valle con il suo Noi italiani.
Il Partito Democratico, nonostante sé stesso, ancora sembra tenere; segue il movimento di Beppe Grillo: 31,6 per cento il primo, 27,4 per cento il secondo. Il PD perde a ‘sinistra’, anche se al momento non è facile quantificare quanto saprà attrarre quella parte del PD che ha dato vita a Sinistra Italiana (SI), a cui aderiscono SEL e altri gruppi. Renzi tuttavia conta di recuperare laperditacon acquisti nel centro, nel disorientato mondo dei moderati. Forza Italia è sotto il 13 per cento, un punto in meno della Lega.

Anche se sulla carta i numeri giocano a favore del PD, nei fatti questo partito sembra avere lo stesso fiato del partito di Silvio Berlusconi; gli appuntamenti sono a Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino. In ognuna di queste cinque città si annunciano sorprese che non dovrebbero sorprendere: non solo c’è un grande problema di credibilità (vedi PD romano); ma di candidati stessi. Anche in due ‘roccaforti’, Bologna e Torino i risultati delle urne potrebbero essere amari. Indicativa la situazione che si è creata a Napoli: dove il candidato ufficiale della sinistra è Antonio Bassolino, anziano leader partenopeo con esperienze controverse e discutibili in Comune e Regione, che lo stesso PD non appoggia. Ascoltate il senatore Stefano Esposito, renziano ventiquattro carati: «Ma la nostra generazione cosa fa? O siamo una banda di smidollati e incapaci oppure non abbiamo il coraggio, preferiamo la cooptazione e non la sfida politica. La colpa è nostra se mancano soluzioni innovative». Chi è vicino a Renzi ne riflette il pensiero: «Occorre un nuovo corso anche a Napoli, occorre costruire un’alternativa forte nel PD a Bassolino, perché non è pensabile che chi abbia fatto il Sindaco nel 1993 possa farlo nel 2016». Messaggio trasparente: Bassolino non è il nostro candidato. E si sta parlando della sola situazione napoletana…

A livello parlamentare poi lo spettacolo offerto è a dir poco curioso. E’ vero che Camera e Senato ormai sembrano avere la sola funzione di ratificare i decreti varati dal Governo, una sorta di ‘votificio’ di decisioni altrove assunte. Però si assiste a un vorticoso cambio di casacca dei parlamentari che dovrebbe far riflettere. Con quelli dell’ultima settimana, siamo arrivati a un totale di 328: 139 deputati e 114 senatori che hanno cambiatocolore’. Nella legislatura passata (questa non è ancora finita), sono stati 261. Solo nell’ultima settimana sono 21 i deputati preda di ‘crisi di coscienza’: 11 passati con ‘Conservatori e Riformisti’, il gruppo di Raffaele Fitto, ex Forza Italia. Sei deputati fuoriusciti da Cinque Stelle danno vita a Alternativa Libera-Possibile, che si unisce con quattro ex PD (guidati da Pippo Civati). Altri quattro ex Cinque Stelle, in disaccordo con il progetto di Alternativa Libera-Possibile, sono passati al Gruppo Misto. La settimana prima ecco nascere Sinistra Italiana, che vede convergere 25 deputati di SEL, e cinque ex PD guidati da Stefano Fassina.

Si può chiudere con una questione che sembra, al momento, interessare assai poco; e che al contrario ha una sua indubbia importanza. Mercoledì, forse, le Camere in seduta comune, ce la faranno a eleggere i tre giudici costituzionali di loro competenza. La Corte Costituzionale (lo prescrive espressamente la Costituzione) è composta da quindici membri; i tre mancanti (sui cinque di competenza del Parlamento), attendono da mesi di essere eletti. Il 2 ottobre scorso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva lanciato un appello al Parlamento perché procedesse con le nomine nella ‘massima urgenza’. Chissà, forse questa è la volta buona. Anche perché la Corte non si occupa di bruscolini. A breve deve pronunciarsi sulla legge che per Renzi rappresenta la madre di tutte le riforme, l’‘Italicum’; e arriveranno poi altre materie delicatissime, come il ‘jobs act’. Al momento, la Corte lavora a scartamento ridotto, con il voto del Presidente in carica che vale doppio. I voti dei tre mancanti possono essere decisivi in un senso o in un altro. E Renzi ha tutto l’interesse che ci sia una maggioranza ‘piena’ invece di una maggioranza ‘appesa’ come l’attuale.

 

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