lunedì, Settembre 20

Renzi e Fanfani: simili (anche) nella sconfitta? Claudio Besana spiega i punti in comune e le differenze tra i due leader, con uno sguardo sul futuro di Renzi

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Le dinamiche e la situazione interna alla DC di metà anni ’50, quando Fanfani venne eletto segretario, presentano analogie con quelle interne al PD in cui Renzi si è insediato come segretario?

È un po’ difficile fare un paragone perché Renzi si trova, da giovane democristiano, ad essere segretario di un partito come il PD che però presenta componenti molto diverse come retroterra politico ed ideologico. Nel Partito Democratico ci sono esponenti della Margherita, e lui stesso viene da quel mondo, ma anche esponenti degli ex DS, e anche in occasione della Legge Cirinnà queste due anime si sono sentite. Quindi il PD è un’amalgama di mondi un tempo molto diversi anche se forse si sono avvicinati per la presenza di una destra che non è più quella liberale e democristiana di un tempo.
Certamente anche la DC era un partito molto complesso poiché in essa vi erano conservatori molto decisi e personaggi molto avanti dal punto di vista dell’apertura sociale. Lo stesso Fanfani che passa per uomo di sinistra, come segretario mette in difficoltà esponenti della base del partito che sono ben più a sinistra di lui. Lì però vi era un unione senza dubbio voluta anche dalla Chiesa stessa. Queste sono tutte persone che alla Chiesa obbediscono.

A causa della contrarietà della maggioranza della DC all’apertura di una stagione di centro-sinistra il Governo Fanfani II fu presto logorato dai cosiddetti “franchi tiratori”, che lo misero spesso in minoranza. Crede che le divisioni interne alla DC dell’epoca, con gli esponenti della vecchia guardia democristana poco propensi alla nuova stagione inaugurata da Fanfani, possano ricordare quelle che Renzi ha dovuto affrontare con la cosiddetta minoranza dem?

Il problema di Fanfani sta nel fatto che lui era proveniente da Iniziativa Democratica, cioè quella corrente che prende il potere quando declina De Gasperi la quale si caratterizza per una gestione plurale. Fanfani è quindi buttato giù, all’epoca del suo secondo governo, non tanto perché vi erano idee diverse ma piuttosto perché gli viene imputato di non operare con questa gestione plurale, volendo accentuare il potere troppo su di se.
Ecco, qui una certa affinità tra i due la si può trovare, seppure un po’ tirata. C’è in Fanfani sicuramente un’intemperanza che lo spinge a non accettare una visione plurale del suo partito e questo si può trovare anche in Renzi. Come quando Bersani dice ‘siamo un partito plurale’, e gli viene risposto che se nel partito c’è una maggioranza quella deve comandare. In entrambi i casi non piace la modalità di gestione del partito.
Comunque aldilà di alcune analogie non dimentichiamo che stiamo parlando di realtà molto diverse.

Matteo Renzi, subita la batosta del referendum costituzionale, ha annunciato le sue dimissioni da Capo del Governo mentre sulla sua continuazione come segretario del PD siamo ancora in attesa di risposte. Fanfani dopo la caduta del suo governo lasciò la segreteria della DC ritirandosi a vita privata e meditando di lasciare la politica attiva, come per altro lo stesso Renzi aveva promesso di fare durante la campagna referendaria. Come crede che si comporterà da qui in avanti?

Per quanto riguarda Renzi vedremo il futuro cosa ci riserva. Fanfani all’epoca è capace di accettare la sconfitta, si dimette da segretario, va al congresso convinto di vincere, perde e si fa da parte. Poi appena serve viene richiamato in campo fino a poi perdere di nuovo nel ’63, salvo poi essere chiamato di nuovo in causa al momento del bisogno, al punto da essere soprannominato ‘rieccolo’. Questo anche perché ha l’intelligenza di capire che in certi momenti è meglio farsi da parte e lasciare fare ad altri.
Oggi questo è molto più difficile in questo tritacarne mediatico dove ogni parola viene esasperata, mentre allora la gestione dell’informazione era molto diversa, ed era molto più facile defilarsi e rimanere nell’ombra.

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