giovedì, Settembre 23

Renzi fa la festa agli statali Il premier ammette di aver stralciato dal Jobs act la norma ‘salva fannulloni’

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Con il Parlamento ancora chiuso per le ferie natalizie, la giornata politica è stata monopolizzata dalla conferenza stampa di fine anno tenuta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Jobs act (e relative polemiche sul trattamento preferenziale riservato agli statali), legge elettorale, elezione del presidente della Repubblica. Questi i temi caldi trattati dal premier ‘marittimo’, che è apparso insolitamente nervoso con i giornalisti, non ha fornito risposte convincenti, ma ha avuto il coraggio di intestarsi persino il presunto successo dei soccorsi, italiani, al traghetto, italiano, ‘Norman Atlantic’. Tanto gli 8 morti non sono italiani e ai mass media può star bene un Renzi in versione ‘eroe’.

È l’ora di pranzo quando un premier visibilmente provato dalla notte insonne -passata, dice lui, a dirigere i soccorsi alla nave italiana andata in fiamme di fronte alle coste pugliesi- si presenta alla Camera per la conferenza stampa di fine anno, trasmessa in diretta streaming dalla webtv di Montecitorio. Già la battuta d’esordio risulta poco felice. «Siamo il governo che ha fatto meno leggi e più riforme», spara Renzi. Frase che Skytg24 interpreta permettendosi di mandare in onda un ‘sottopancia’ (così si chiama in gergo la striscia di notizie che appare durante i tg) decisamente poco renziano: «Renzi, il mio è il governo che ha fatto meno leggi». È a questo punto che il premier, imbeccato dai suoi uomini in stile MinCulPop, commette l’errore di chiedere in tempo reale la correzione della notizia. Roba che neanche la censura militare in tempi di guerra. Ma, come se non bastasse, alle ripetute richieste dei giornalisti di diradare le nubi intorno al rebus della successione di Giorgio Napolitano, ‘Benito’ Renzi ha risposto senza rispondere: «Non pensate di farmi stare qui un’ora e mezza a discutere di Quirinale. Risponderò sempre allo stesso modo: troveremo un presidente insieme a tutti gli altri partiti».

E non è andata meglio nemmeno sul capitolo riforme. Renzi cita uno dei suoi riferimenti culturali, Al Pacino, per dire che è stato fatto molto, ma bisogna fare di più. Sullo scontro titanico accesosi intorno al futuro degli statali taglia corto ammettendo di aver tolto lui «quella norma perché non aveva senso. Il Jobs Act non si occupa di disciplinare i rapporti del pubblico impiego. In Consiglio dei ministri ho proposto io di togliere la norma perché non aveva senso inserirla in un provvedimento che parla di altro». Poi, passa la patata bollente al ministro della PA Marianna Madia perché «C’è già in Senato una norma che riguarda questo settore». Infine, promette ‘victoria o muerte’, cambiare l’Italia oppure prendersi lui la colpa del fallimento. Conferma di voler approvare l’Italicum in Senato entro gennaio e si dice convinto che con la flessibilità faremo meglio della Germania. Parole che ‘l’altro Matteo’, Salvini, commenta con un molto leghista «toglietegli la bottiglia di Braulio dalle mani! Lasciamolo parlare poverino, mi ricorda Mario Monti. Noi prepariamo il dopo-Renzi, l’Italia merita di meglio».

Si diceva del Jobs act. Con Matteo Renzi a Palazzo Chigi il nuovo anno si annuncia pieno di (sgradite) sorprese (anche) per gli impiegati statali. Prima della bomba lanciata nella conferenza stampa di oggi, con un’intervista rilasciata ieri al ‘Quotidiano Nazionale’ il premier aveva già provato a mettere fine alla polemica interna alla maggioranza tra contrari (i ministri Giuliano Poletti e Marianna Madia) e favorevoli (il giuslavorista di Scelta Civica Pietro Ichino) all’estensione delle regole del Jobs act anche ai dipendenti pubblici. «Sarà il Parlamento a pronunciarsi su questo punto sollevato da Ichino. Esiste giurisprudenza nell’uno e nell’altro senso, ma non sarà il governo a decidere», ha detto Renzi. Una dichiarazione ambigua che, lungi dal fugare i dubbi sulle reali intenzioni di Matteo, contribuisce ad aizzare le polemiche e a spaventare i super garantiti (rispetto agli altri lavoratori) ‘fannulloni’ (copyright rubato dal premier a Renato Brunetta) che affollano il carrozzone mangiasoldi rappresentato dal pubblico impiego, e che, secondo Renzi, devono essere «mandati a casa».

Certo, la giustificazione addotta dai ‘contrari, è che i dipendenti pubblici devono superare un regolare concorso (dando per scontato che il suddetto concorso si sia tenuto veramente e , se sÌ, quanto sia stato regolare). Ma tale principio andrebbe a scontrarsi con il senso stesso della riforma del lavoro chiamata Jobs act. Una sintesi quasi perfetta della situazione la traccia questa mattina sul ‘Corriere della Sera’ il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti, anche lui in quota ex montiana. «Se diciamo che una parte dei lavoratori va ‘protetta’ da questa riforma, vuol dire davvero che queste norme sono pericolose, che comprimono i diritti. E allora ha ragione chi le contrasta». Ma il punto è proprio questo: la vicenda ‘statali’ dimostra chiaramente che il Jobs act fa tabula rasa dei diritti dei lavoratori. E una discriminazione tra dipendenti pubblici e privati sarebbe una conferma inequivocabile di tale sospetto.

Sul punto non sembra però avere dubbi il segretario Cisl Anna Maria Furlan che, sempre sul quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli, pianta dei paletti a suo dire inamovibili: «Il pubblico impiego ha una sua natura particolare e segue specifiche regole, fin dalla assunzione per concorso. Quindi mi pare pacifico che la riforma non si estenda ad esso». La Furlan ricade nell’atavico errore dei sindacati: abbandonare al loro destino i lavoratori già sfruttati (soprattutto nel privato) e occuparsi dei già garantiti che, però, diventano sempre di meno. In questo cortocircuito tra esponenti politici e sindacali che hanno pure il coraggio di definirsi ‘di sinistra’ ha gioco facile ad inserirsi il centrodestra, di governo e non. «Il Pd toglie tutele ai deboli (lavoratori privati) per lasciarne ai forti (lavoratori pubblici). E il sindacato finge pure di far rumore», twitta spavalda in mattinata la berlusconiana Mara Carfagna. Entusiasta del Jobs act si dichiara, invece, il padre del lavoro precario in Italia, quel Tiziano Treu ex ministro del Lavoro che scarica sulla legge Madia (PA) la responsabilità di «cambiare le cose (in peggio ndr)» sul fronte del pubblico impiego. Toni ultimativi quelli utilizzati dal solito Maurizio Sacconi di Ncd: «Sugli statali non finisce qui, Renzi ha preferito l’unità del Pd rispetto alla svolta».

Chiudiamo col toto Quirinale. Alla vigilia delle annunciate dimissioni di Giorgio Napolitano e dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, ci pensa il costituzionalista Aldo Giannuli ad alzare i toni con un post pubblicato dal blog di Beppe Grillo dal titolo inequivocabile: «La strategia della tensioncina – Da Piazza Fontana alla tanica di benzina. Dalla tragedia alla farsa». Scrive Giannuli che «il fantasma del terrorismo (No Tav ndr) può far comodo. Soprattutto alla vigilia di una elezione quirinalizia così incerta, che può degenerare in un marasma senza precedenti ed occorre forzare un po’ la mano ai ‘grandi elettori’». Dichiarazioni da anni di piombo che, a detta di molti osservatori, trovano però un discreto riscontro nella dinamica degli attentati alla linea ferroviaria compiuti negli ultimi tempi. Coincidenza vuole che, proprio oggi, altri 3 No Tav siano stati prosciolti dalla strumentale accusa di terrorismo.

 

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