sabato, Aprile 10

Renzi è il padrone del PD; stravince, ma non convince

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Inutile girarci intorno. La cosa può non piacere, ma la sostanza delle cose non muta. Matteo Renzi vince le primarie, e le vince alla grande.
Superiore alle aspettative è stata l’affluenza; superiore alle aspettative è stata la percentuale che Renzi e i suoi cari hanno raccolto. Si dica pure che si tratta di primarie diverse dalle primarie degli altri Paesi. E’ vero. Si dica pure che c’è un costante trend in discesa per quel che riguarda la partecipazione. E’ vero. E’ vero tutto quello che sentiamo e leggiamo in queste ore. Resta il fatto, incontestabile, che Renzi ha vinto; ha vinto bene. I suoi avversari, Andrea Orlando e Michele Emiliano si devono accontentare delle briciole del ‘banchetto’; Orlando è ora relegato a ruolo di minoranza: la farà con eleganza, costruttivo e unitario; non scadrà nell’ironia rancorosa che è la cifra di un Massimo D’Alema; non motteggerà con strampalate metafore che sono la caratteristica di Pierluigi Bersani: loro, con il loro Movimento Democratici Progressisti (meno male che non hanno aggiunto ‘Socialisti’: qualcuno avrebbe ricordato che la sigla richiama Monte dei Paschi Siena), sono condannati a un ruolo di mera, nostalgica testimonianza. Emiliano cerca (invano) di caracollare alla testa di improbabili folle meridionali; suona patetica la sua pretesa di rappresentare gli elettori ‘del Sud’ del Partito Democratico. Ha sfigurato perfino nella ‘sua’ Bari, dove è stato prima magistrato, poi sindaco; perfino nella ‘sua’ Puglia, dove è governatore. Questo solo dovrebbe consigliargli di finalmente dedicarsi a tempo pieno al suo privato.

Inutile girarci intorno. Renzi ha vinto. Ha schivato anche la trappola in cui un po’ tutti si auguravano cadesse: una brutta vittoria, risultato di un risicato 50 per cento di consenso, frutto di poco più, poco meno di un milione di elettori. No: gli elettori sono stati un paio di milioni, percentualmente Renzi ha raccolto il 70 per cento.

La corsa ad ostacoli, beninteso, è appena cominciata: al varco lo attendono le ben più impegnative elezioni amministrative.
Gli avversari sono temibili: il Movimento dei Cinque Stelle, inspiegabilmente, nonostante le incapacità manifeste e l’evidente carenza di risposte adeguate ad ogni problema sul tappeto, pare continui a mietere consensi. Un vero paradosso, questo di Grillo, che incassa una fiducia nonostante le corbellerie che gli esponenti del suo Movimento sono capaci di dire (e anche fare). L’altro paradosso, anche questo difficilmente spiegabile, si chiama Silvio Berlusconi. Non è neppure immobile: è semplicemente assente. Le notizie che lo riguardano sono alcune fotografie con in mano degli agnelli in occasione della Pasqua; altre istantanee in compagnia del redivivo ‘Dudù’, il barboncino portato in dote dalla fidanzata Francesca; e poi le immagini che lo ritraggono avvolto in viso, in occasione di un suo capitombolo che gli ha procurato delle lacerazioni alle labbra. Non si può dire che tra bestie e tonfi per terra sia una gran politica. Però è lui, il dominus del centro-destra, con cui in Parlamento (questo, ma anche quello che scaturirà dalle nuove elezioni che prima o poi si dovran fare), si dovrà fare i conti. Sì, ci sono anche la Lega di Matteo Salvini, e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni; ma lui per fare una briciola di notizia deve farsi dei selfie al ‘Papete beach’ di Milano Marittima, come dicono in Romagna «mo e’ dventa sempra piò pataca»…. L’altra, beh, è una Marine Le Pen all’amatriciana; meno vajassa di qualche sua collega, ma nella sostanza quello è il livello.

Per tornare alle primarie. Sarebbe opportuno che qualche istituto specializzato come il Cattaneo dedicasse qualche settimana a studiare la composizione di questo elettorato. Nei due milioni di votanti, c’era anche un personaggio refrattario al voto e sicuramente non militante del PD come Giampiero Mughini; lo rivela lui stesso su ‘Dagospia‘. Gente ‘nuova’, insomma. Eppure all’appello mancano ottocentomila elettori, rispetto alle precedenti primarie. Non sono tutti transfughi scissionisti seguaci di D’Alema e Bersani. In questa emorragia c’è altro. Renzi se lo chieda. Un attento osservatore come Gianfranco Pasquino, da sempre collocato a sinistra, un impegno politico diretto nel Senato, è molto critico; dice che il PD, in quanto tale, non esiste più: «Ci sono invece strutture organizzate nel centro-destra, che sono consolidate in alcune aree come la Toscana, l’Emilia, la Lombardia, forse la Puglia. Accanto si muovono delle bande, come dimostra la situazione in Campania o in Sicilia».

Per non girarci troppo intorno: Renzi considera le primarie, a voler cercare un precedente, come Walter Veltroni: per legittimare il gruppo dirigente esistente. Con una differenza: Veltroni, ‘figlio’ del PCI, si sceglie Dario Franceschini, per coprirsi sul versante cattolico-moderato; Renzi, ‘figlio’ della DC, per coprirsi a sinistra, si sceglie il ‘compagno’ Maurizio Martina. Cambiare l’ordine dei fattori, muta il prodotto? Il prodotto, semmai, cambia perché Veltroni fa del ‘buonismo’ la sua bandiera (che sia ‘buono’ davvero è altro discorso; come non basta indossare camicie botton down per fare il kennediano); Renzi, per quanto indossi i panni remissivi dell’agnello, prima o poi tornerà a essere quello che è: unbullo‘, come lo definisce Giampaolo Pansa; ‘cattivo’ e ‘vendicativo’, come lo stesso Renzi dice di se stesso.

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