domenica, Aprile 11

Renzi e il ‘complesso Dallas’ field_506ffb1d3dbe2

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Matteo-Renzi


Non ci si accorge quasi mai della grandezza di un contemporaneo
. Come scriveva Cesare Pavese: «Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale».  Ma fortunato anche quel popolo che si accorge che c’è qualcosa di nuovo, una nuova presenza significativa sullo scenario nazionale mentre sta operando, senza aspettare che sia la storia a segnarne la statura.

 Ma qui scatta un altro ammonimento di Baltasar Gracian y Morales: «I difetti non si avvertono soltanto in chi si fa notare poco». E siccome le personalità forti si fanno notare molto, la caccia ai difetti è direttamente proporzionale alla loro popolarità. Pensiamo ad esempio a John Kennedy. Se la sua vita non fosse stata stroncata tragicamente a Dallas, con il primo assassinio (quasi) in diretta televisiva della storia, probabilmente avrebbe avuto difficoltà a farsi eleggere per il secondo mandato. L’azione diffamatoria nei suoi confronti era già prepotentemente iniziata. E l’atroce fine anche di suo fratello Bob può essere letta come l’acme di una guerra senza esclusione di colpi contro la novità di una linea politica.

Noi, oggi, abbiamo sulla scena un personaggio, Matteo Renzi, dalle doti non comuni. Certo, come diceva Gracian, si fa in fretta a individuarne anche i difetti. Anzi, non i difetti, ma le tentazioni che si legano proprio alle sue qualità. Primo fra tutti il rischio di andare sopra le righe, eccedere, sovrastimare i propri mezzi.

Ma quel che è certo è che non si conquista la leadership con apparente disinvoltura in un tempo così breve e con mosse tanto decise quanto apparentemente azzardate,  se non si ha una marcia in più. Assumendosi anche responsabilità che un minimo di calcolo machiavellico gli avrebbe sconsigliato, almeno con un ritmo così incalzante. Ed anche il suo ‘sgarbo’ a Enrico Letta non va sopravvalutato perché rientra nella sua conversione  -resa così rapida dall’incalzare delle urgenze politiche-  all’idea di non poter gestire una congiuntura così complessa e difficile per interposta persona. E forse anche Letta avrebbe potuto capirlo senza sterili ed esibiti risentimenti.

Lascio agli analisti politici di approfondire le tecniche della sua conquista del consenso nel PD, costringendo a una quasi unanimità un partito caratterizzato da mille divisioni e da un dibattito politico molto scaltrito, capace di muovere obiezioni e dissensi di fronte a qualsiasi proposta, specie se egemonica. E lascio ancora ai politologi lo studio della sua doppia intesa, di riforme istituzionali con tutte le forze politiche disponibili e di Governo con quelle costituenti la maggioranza. Una strategia ovvia, un ‘uovo di Colombo’ che però nessun dirigente era riuscito a teorizzare e a praticare, pena innumerevoli scomuniche strumentali di questa o quella parte.

Renzi sta riuscendo in questa impresa sulla base del fatto che è un percorso obbligato, specie in un momento tanto difficile, in forza di un’equazione matematica stringente: la forza data dai numeri parlamentari.

Ma fermiamoci qui perché a questo punto dobbiamo tornare a riflettere sul ‘complesso Dallas’, cioè sull’insopprimibile tentazione diassassinarepoliticamente il leader emergente. Il nostro personaggio in forza della sua lucidità e del suo temperamento ha costretto gli interlocutori interni ed esterni ad accettare con azioni lampo la sua linea. Ed ha saputo anche operare le mediazioni imposte dalle logiche di sopravvivenza del Nuovo Centro Destra, per cui era vitale esorcizzare il rischio di elezioni anticipate condizionando la riforma elettorale a quella costituzionale.

Alla fine la riduzione della riforma elettorale alla sola Camera dei deputati è un gioco ovvio ed elementare dettato dall’interesse dell’alleato di Governo. Ed è stato un atto d’intelligenza di Berlusconi avallare, seppure con amarezza, questo percorso.

Tornando al ‘complesso Dallas’: sono proprio le qualità di Renzi a far affiorare progressivamente i modi e le occasioni per rallentarlo, trattenerlo, ostacolarlo, tendergli trappole e condizioni, rendergli la vita difficile. La sua lucidità e decisione hanno spiazzato amici e avversari, ma ora nasce dai suoi veri nemici la controffensiva del logoramento.
Bisogna fermarlo, con le buone o con …., senza guardare per il sottile al rapporto che passa tra le sue azioni e il bene del Paese. Bisogna piazzare degli Oswald sulla sua strada, come hanno fatto certi americani nel ‘63. Perché la cosa che dà più fastidio è che ci sia tra noi uno con una marcia in più che cerchi davvero di cambiare le cose, privandoci di piccole o grandi rendite di posizione.

 

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