giovedì, Agosto 5

Renzi e i suoi nemici

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«Passo per antirenziano e non mi piace la sua gestione del potere» dice Ferruccio De Bortoli, aggiungendo comunque: «Non ho pregiudizi sulle sue scelte». E’ il segno del riemergere, forse l’aggregarsi, di un mondo ‘moderato’ ostile a Matteo Renzi, proprio all’incardinarsi di un anno che potrebbe vedere il consolidarsi in maniera decisiva, forse definitiva, del suo potere e della sua presa politica. In una recente intervista a Pietro Senaldi di ‘Libero’, l’ex pluridirettore del ‘Corriere della Sera’ dice anche che alcune delle riforme di Renzi sono positive, anche se «mi convincono meno quella della Pubblica amministrazione, molto di facciata, e la Buona scuola, che costa tre miliardi e ha messo in cattedra anche chi forse non lo meritava». Giungendo poi al punto, una conclusione durissima che ricorda ed integra il clamoroso richiamo a suo tempo fatto allo «stantio odore di massoneria». Oggi, ormai «il Pd si è trasformato nel partito di Renzi, lasciato a se stesso, in molte regioni abbandonato. Non credo abbia mai riunito i segretari delle federazioni. Con un calcolo spregiudicato ma politicamente apprezzabile il premier ha di fatto creato un partito della Nazione, forte in Parlamento ma con problemi e limiti a livello locale, specialmente al Sud, dove alle volte si rivela un contenitore che accoglie interessi di varia natura».

Le questioni sollevate da De Bortoli sono speculari a quelle avanzate da esponenti del gruppo di avversari interni del Presidente del Consiglio italiano, che a diverso livello cercano di contrastarlo come ricostruivamo in ‘L’irresistibile ascesa di Renzi e Trump’ ne il Contrappunto del 24 Febbraio 2016. Per quanto riguarda gli Stati Uniti anche l’esito del ‘Supermartedì’ elettorale del 1° marzo, con vittoria corposa da parte dell’immobiliarista newyorkese ma ancora senza ‘sparecchiare il tavolo’ come lui auspicava, porta a qualche indispensabile calcolo e parallelo. Anzitutto che nonostante i numeri non lo dicano, l’immagine è quella che abbia ‘overwhelmed’, vale a dire proprio dominato, schiacciato gli avversari. E quindi la strada sia ora sostanzialmente in discesa e la partita della nomination risolvibile addirittura entro questo marzo, tanto più che da metà mese in casa dei Repubblicani ‘the winner takes it all’, chi vince prende tutto e chi prevale in uno Stato si porta a casa l’intero pacchetto di delegati. Con la conseguente, ovvia, accelerazione.

Qui da noi, intanto, Renzi ha ‘dato i numeri’, esaltando le cifre su ripresa di economia, occupazione e potere d’acquisto frutto del suo Governo. I dati sono sostanzialmente veri, ma dipende sempre da come li si legge e dal contesto internazionale. Ed è evidente, anche dalle parole di Pier Luigi Bersani, che siamo entrati in campagna elettorale. A tre mesi dalle Amministrative la propaganda governativa di Renzi incrocia la contropropaganda che usa gli stessi dati per avversarlo, ed in questo contesto va letto l’attacco del suo predecessore alla guida del Partito Democratico. Sostenendo che «ormai il PD è diventato la Casa delle libertà» riferendosi al legame con Denis Verdini, vuole tenere viva una prospettiva ‘altra’ anche in vista del Referendum costituzionale dell’autunno. Come il fantasma di Banquo quello di Bersani si ripresenta pretendendo di sedersi a tavola, ma è «troppo poco, troppo tardi» come probabilmente per gli avversari di Trump? Da un lato le modalità delle partite sono radicalmente diverse, dall’altro le analogie colpiscono. Due outsider arrivati, o in via di arrivare, a prendere le leve di comando e spregiudicati nel manovrarle. Ancora De Bortoli, appena rientrato come editorialista al ‘Corriere’ con il peso che questo comporta, osserva. «Bersani sta in un Pd che forse non riconosce più ma si rende conto che le alternative sono impraticabili. Nel 2017, con il congresso, il partito tornerà contendibile ma dubito che Renzi possa perderlo». Con la dura considerazione finale: «Ho la sensazione che le Camere siano sempre più ridotte a segretariato dell’esecutivo».

Si potrebbe dunque dire per Renzi quanto appena notato dalla più gran parte degli osservatori sull’importante tornata di primarie statunitensi: «Donald Trump ed Hillary Clinton hanno vinto il ‘Super Tuesday’ delle primarie americane, ma senza riuscire a chiudere in maniera definitiva la partita. La loro nomination per le presidenziali di novembre come candidati del Partito Repubblicano e Democratico è sempre più vicina, forse ormai inevitabile, però gli avversari non mollano». Cosi pure per il ‘salto triplo’ che attende dalle nostre parti l’ex Sindaco di Firenze tra doppio turno nei Comuni e Referendum, dall’esito probabile ma non scontato. Però con una difforme analogia: la divisione dei suoi avversari, interni ed esterni, sembra destinata a durare molto più a lungo che al di là dell’oceano.

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