martedì, Giugno 22

Renzi del nostro scontento field_506ffb1d3dbe2

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Si può partire da un dato: al contribuente italiano medio occorrono ogni anno 161 giorni di lavoro per pagare le tasse. Secondo la Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato (CGIA), il carico fiscale medio annuo sulle famiglie è superiore a 15mila euro. Il salario netto mensile medio di un lavoratore italiano nel 2013 è pari a 1.327 euro. Tra i sei e i sette milioni di persone, secondo quanto emerge dal rapporto sui salari dell’Isrf Lab dal titolo ‘Poveri salari’ guadagnano, pur lavorando, meno di mille euro al mese. Un giovane neolaureato «peraltro mediamente precario se va bene oscilla tra gli 800 e i 1.000 euro mensili fino a trentacinque anni. Mentre oltre sette milioni di pensionati percepiscono meno di 1.000 euro mensili». Il salario netto si attesta su poco più di 1.300 euro al mese. Il raffronto con quello di un lavoratore tedesco è impietoso: in Germania si «guadagna in media 6 mila euro in più l’anno». Tra i più colpiti dalla ‘questione salariale’ ci sono i giovani. Secondo il rapporto «un giovane degli anni ’70 guadagnava mediamente il 10 per cento in più della media nazionale; negli anni della crisi invece ne porta a casa il 12 per cento in meno». Secondo la Cgia, nel 2013, per l’abolizione dell’IMU sulla prima casa, il prelievo medio annuo è sceso a 15.329 euro: 325 euro in meno rispetto a quanto versato nel 2012. Per l’anno in corso, il gettito è destinato ad aumentare ancora a causa dell’introduzione della TASI e per gli effetti legati all’aumento dell’aliquota IVA dell’ottobre scorso.
Secondo  il Segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi, «nonostante la restituzione degli 80 euro ai redditi più bassi con un carico fiscale di questa portata, sarà difficile rilanciare i consumi delle famiglie. Il livello di arrabbiatura raggiunto nei confronti di un fisco sempre più aggressivo e pretenzioso, ha fatto scendere ai minimi storici la fiducia nei consumatori italiani». Secondo Bortolussi «gli effetti legati alla rivalutazione delle rendite finanziarie, all’aumento dell’IVA, che nel 2014 si distribuisce su tutto l’arco dell’anno, all’introduzione della TASI e, soprattutto, all’inasprimento fiscale che graverà sulle banche, compensano abbondantemente il taglio dell’IRAP e gli 80 euro lasciati in busta paga ai lavoratori dipendenti con redditi medio bassi. Al netto delle modifiche che potrebbero essere introdotte nella nota di aggiornamento al DEF che sarà presentata nelle prossime settimane, la pressione fiscale di quest’anno è destinata a salire di 0,2 punti percentuali, rispetto al livello raggiunto nel 2013».

Una situazione che può aiutare a capire come mai i sondaggi cominciano a registrare un cospicuo calo di consensi per Matteo Renzi in soli tre mesi. Il Presidente del Consiglio deve insomma fare i conti con un primo segnale, forte, che arriva dall’elettorato. Secondo una rilevazione Demos Renzi ha perso 14 punti nei consensi rispetto a giugno, ed è passato dal 74 per cento al 60 per cento. Come mai?

Nei mesi scorsi la cifra di Renzi e del suo Governo era una costituita da una vorticosa girandola di annunci e mirabolanti soluzioni: un mese per la riforma elettorale, un altro mese per i problemi legati al mondo del lavoro; poi la giustizia, il fisco, la pubblica amministrazione … Annunci erano, annunci sono rimasti, e anche il tormentone del bonus degli 80 euro: ancora si attende la legge che stabilisca le coperture per il 2015.

Negli ultimi giorni, le mosse di Renzi non sono state particolarmente felici.
Prendiamo il suo tour pugliese. Calato a Taranto per la annosa questione dell’Ilva, l’incontro si è svolto in una Prefettura blindata al quale hanno preso parte solo i rappresentanti delle istituzioni e di un sindacato che copre appena il 40 per cento dei lavoratori. Nessuna possibilità di accesso ai rappresentanti delle associazioni che da anni si battono per la tutela della salute e dell’ambiente; e fuori una prima, dura, contestazione di un centinaio di cittadini, al posto del consueto ‘bagno di folla’.

Scricchiolii, certo; può ancora affermare che buona parte del Paese tifa per lui   -ma quel raccolto del 40 e passa per cento che si sta erodendo, bisogna pur dirlo, è relativo ai votanti, circa il 50 per cento dell’intero bacino di persone con diritto di voto; l’altro 50 per cento ha deciso di disertare le urne e quindi certamente non ha fiducia nell’ex Sindaco di Firenze.
A questo bisogna aggiungere che comincia a emergere una consapevolezza diffusa che l’attuale inquilino di palazzo Chigi abbia completamente sbagliato la sua strategia e pessimamente giocato le carte di cui disponeva sbagliando le priorità necessarie.
Se si voleva davvero favorire e incentivare la ripresa, più che gli 80 euro subito mangiati, letteralmente, dalle tasse, occorreva subito procedere con tagli cospicui della spesa pubblica e dare il via libera a liberalizzazioni nel mercato del lavoro. Scelte forse impopolari, ma possibili quando il consenso è al culmine. Lasciato passare quel momento magico (la famosa iniziale ‘luna di miele’) tutto diventa più difficile e complicato.
Se in questi duecento giorni di Governo Renzi si è scelto di privilegiare la ancora ipotetica legge elettorale questo vuol dire che nei sogni e nei desideri del Presidente del Consiglio come nel leader di Forza Italia Silvio Berlusconi c’era fin da subito un inconfessato retro pensiero: andare a elezioni anticipate con una legge fatta su misura, che consenta di eleggere parlamentari nominati ancora una volta dalle Segreterie partitiche.
Al di là di questi ‘ragionamenti’, il dato è costituito dal fatto che Renzi circa l’obiettivo del 2,6 per cento di deficit, da lui stesso fissato a primavera, proverà a negoziare con l’Europa un’interpretazione flessibile degli impegni assunti. Ce la farà? Riuscirà ad evitare l’ennesima reazione negativa dei mercati per il ritardo nel percorso di risanamento dei conti pubblici; e non è che dall’Europa ci sia da attendere indulgenza: Iyrki Katainen, il ‘falco’ finlandese Commissario uscente agli affari monetari e vice-presidente della commissione entrante è esplicito: «Le riforme non bisogna solo progettarle, ma anche realizzarle. Se hai la ricetta del medico, ma prendi la medicina non serve».
Fatto è che mentre Renzi assicura che il Paese tifa per lui, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, sillaba che «bisogna accelerare ed essere credibili. Sarà Bruxelles a dire come e quando, ma questo è addirittura un bene perché il controllo europeo sulle riforme è uno strumento utile, è un controllo reciproco dei Paesi tra pari che si scambiano esperienze, non è solo un elemento di disciplina, ma anche di apprendimento». Non male, se ci ricordiamo che qualche giorno fa Renzi aveva detto che non aveva da imparare nulla da nessuno. «Il rigore dei conti pubblici non si tocca, tutt’al più stiamo pensando a misure che facilitino gli investimenti privati, possibili incentivi», dice sempre Padoan.
Un anticipo, forse, di quella legge di stabilità che dovrà essere presentata a metà ottobre, assieme ai tagli alla spesa pubblica. Nel frattempo Renzi deve incassare il pollice verso per quello che ha detto, ma soprattutto non ha detto inaugurando a Bari la fiera del Levante: non ha mai parlato del Mezzogiorno, lo ha ‘semplicemente’ ignorato.
Due imprenditori di peso in Puglia, Vincenzo Divella (pasta) e Alessandro Laterza (editoria) non battono ciglio per l’assenza della questione meridionale nel discorso del Presidente del Consiglio: «C’è una mancanza di visione. Ormai il tema è sparito non solo dall’agenda politica ma anche dai discorsi. Non ci meraviglia». Ancora più duro il Segretario della CISL Raffaele Bonanni. Chiedetegli del più volte annunciato Job Act: « Io parlerei di Jobs Ghost. Soltanto da noi si discute su un testo che nessuno ha visto…». Il Governo, aggiunge, dovrebbe avere «il coraggio di fare un’operazione di chiarezza e ci dica come stanno veramente le cose, quale sarà l’entità della stangata. Solo così, ognuno potrà fare la sua parte». E con questo, il cerchio per ora si chiude.    

 

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