giovedì, Aprile 22

Renzi contro tutti image

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La determinazione di Matteo Renzi nel proporre un sistema elettorale che garantisca la governabilità anche a costo della morte politica dei partitini presenti in Parlamento (fra cui gli alleati di governo) era inevitabile che portasse allo scontro frontale. Giorgio Napolitano, Enrico Letta e Angelino Alfano hanno cercato in tutti i modi di mettere le redini al segretario del Pd ma il compito si è presentato più duro del previsto. Renzi è andato avanti come un caterpillar e le campagne montate ad arte per delegittimarlo (come ad esempio quella sui «matrimoni omosessuali» che Renzi vorrebbe introdurre secondo Alfano) si sono rivelate per quello che sono e cioè aria fritta.

Sul sistema elettorale Renzi è ad un passo dall’accordo con Berlusconi sul modello spagnolo (i dettagli sono già stati definiti da Denis Verdini per Forza Italia e dal prof. Roberto D’Alimonte per il Pd) e questo ha costretto i tre minori della maggioranza (Nuovo centrodestra, Scelta Civica e Popolari per l’Italia) e i filo-governativi del Pd a sfidare apertamente il segretario del Pd.

Il primo affondo arriva da una nota congiunta dei capigruppo dei tre partiti minori della maggioranza in cui si parla, in sintesi, di «crisi di governo al buio» se non verrà cercata «un’ampia intesa di coalizione sulla legge elettorale» dichiarandosi pure disponibili a condividere con il Pd «un pacchetto di riforme che prevedano il superamento del bicameralismo paritario, una legge elettorale che garantisca rappresentanza delle culture politiche, governabilità e stabilità degli esecutivi, anche attraverso un modello di doppio turno e una significativa riduzione del numero dei parlamentari»

Il secondo affondo, invece, arriva, dalla minoranza del Pd (perlomeno in direzione). Il bersaniano Alfredo D’Attorre ha ricordato al segretario che la maggioranza dei parlamentari non è renziana e che loro non voteranno mai il sistema spagnolo. «Per fare un accordo con Verdini, non possiamo resuscitare in un solo colpo il Porcellum e Berlusconi» sembra essere la preoccupazione maggiore di D’Attorre dimentico dei tanti accordi che il Pd ha fatto con Berlusconi in questi anni (fra gli altri Bicamerale, governo Monti, governo Letta, riforma della Costituzione).

Renzi, però, non cede. E’ convinto che la minaccia di voto anticipato sia un bluff e non ha tutti i torti. Per due motivi. Primo. La legge elettorale attualmente in vigore (cioè quella residua dopo la sentenza della Consulta), pur essendo proporzionale, prevede una soglia di sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato e nessuno dei partitini della maggioranza ha la certezza di superarla. Per molti dei loro deputati è la prima esperienza in Parlamento ed è difficile credere che opteranno per lo scioglimento anticipato delle Camere.   Secondo. Anche moltissimi parlamentari del Pd sono alla loro prima esperienza e sfidando apertamente il segretario si pregiudicherebbero la possibilità di essere ricandidati. 

L’epilogo della vicenda De Girolamo è già scritto in alcune scene viste in Aula questa mattina, mentre il ministro leggeva la sua risposta all’interpellanza presentata dai deputati del Pd Nicodemo Olivero, Michele Anzaldi, Andrea De Maria, Massimo Fiorio e Mino Taricco (nella quale chiedono di sapere se ci sono stati «comportamenti decisamente inopportuni dal punto di vista politico» nella gestione sconveniente» della Asl).

A testimoniare solidarietà alla De Girolamo solo i ministri del Ncd (a differenza dei casi Cancellieri e Alfano, in cui Enrico Letta ottenne la presenza in aula dell’intero governo) mentre i deputati presenti erano poco più di cinquanta. Uno scettico Fabrizio Cicchitto osservava il ministro mentre si difendeva orgogliosamente («Non ho mai abusato del mio ruolo da deputato», «la frase sui controlli era una battuta», «ho massimo rispetto e fiducia nella magistratura» «sono certa che la verità trionfa sempre») ma sapendo già che è tempo perso.

A lasciare al ministro poche speranze di rimanere al suo posto sono le parole dei deputati Pd firmatari dell’interpellanza al termine dell’intervento: «Confermiamo le ragioni che ci hanno spinto a presentare l’interpellanza. Vi sono zone d’ombra che andranno approfondite» ha dichiarato Andrea De Maria. «Per situazioni molto meno rilevanti – ha aggiunto – una sua collega, Josefa Idem, ha compiuto un gesto importante di sensibilità e responsabilità». «La nostra attenzione resta alta e valuteremo con serietà e senza pregiudizi quanto ci ha detto oggi. Saremo molto esigenti» ha concluso.

Fra qualche giorno la Presidenza della Camera calendarizzerà la mozione di sfiducia individuale (chiesta giorni fa dal M5S e ribadita oggi) e i numeri contro la De Girolamo sono schiaccianti. Difficile che il ministro decida di sfidare il Parlamento avendo la certezza di rimediare una bruciante sconfitta che non solo le costerebbe il dicastero ma azzererebbe anche la sua carriera politica (oltre a tenerle i riflettori puntati addosso per tutto il periodo). Pertanto rassegnerà le dimissioni prima della mozione di sfiducia ma sperando fino all’ultimo che, qualche complessa partita di veti incrociati, costringa Renzi ad accettare la sua permanenza al governo.

 

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