sabato, Maggio 8

Renzi contro la troika (nostrana) image

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Renzi nuova

Il vertice dei partiti di maggioranza tenutosi oggi pomeriggio al ministero degli Affari Regionali non ha raggiunto gli obiettivi sperati e cioè la composizione della lista definitiva dei membri del nuovo governo da consegnare sabato a Napolitano. Sono le nomine per il Viminale e il per il ministero dell’Economia gli scogli che impediscono da subito di proseguire nella trattativa. Ma non solo. C’è il problema delle priorità del programma (e in particolare della legge elettorale) e per di più Renzi deve anche tenere a freno le richieste della minoranza Pd.

Al vertice erano presenti delegazioni di Pd, Ncd, Udc, Popolari per l’Italia, Scelta Civica, Centro Democratico, Sudtiroler Volkspartei e Maie (Movimento associativo italiani all’estero). Mancavano i due Matteo Renzi e Angelino Alfano.

Ncd non intende rinunciare al ministero degli Interni principalmente perché sarà quello che gestirà la definizione dei collegi elettorali qualsiasi sia la legge con cui si andrà a votare. E gli ex democristiani e socialisti del Ncd sanno benissimo che, mettendo mani ai confini dei collegi, si incide in parte anche sull’esito del voto. D’altro canto per Renzi il cambio al Viminale rappresenterebbe il segnale simbolo della rottura con il governo Letta e pertanto è un ministero altrettanto irrinunciabile per il Pd.

Problema ancora più insormontabile è la nomina per la guida del dicastero dell’economia. Qui Alfano c’entra relativamente perché il vero tavolo della trattativa è al Quirinale. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi stanno facendo una pressione congiunta su Renzi affinché la scelta del futuro ministro ricada su una personalità che si muova in effettiva continuità nell’azione di politica economica. Inoltre sia Napolitano che Visco  hanno chiesto a Renzi di non includere nel programma nessun sforamento del vincolo del 3% del rapporto deficit/pil (ciò impedirebbe a Renzi di realizzare un piano di riforme strutturali).

Con la parola «continuità», ripetuta come un mantra da Napolitano, la troika nostrana ha chiaramente indicato a Renzi di lasciare il ministero nelle mani di Fabrizio Saccomanni (altro ministro del governo Letta). Anche qui, però, se Renzi tenesse conto del “suggerimento” ne pagherebbe immediatamente lo scotto in termini di popolarità  avendo per mesi condotto una campagna contro la politica economica del governo Letta e sovente contro lo stesso Saccomanni.  Una scelta che pagherebbe caro anche in termini elettorali, dato l’avvicinarsi delle elezioni europee. Per questo il sindaco non è diposto a cedere tout court m asta cercando un compromesso che quantomeno gli faccia salvare la faccia.

Altro problema per Renzi sono le  richieste avanzate dalla minoranza Pd. Tre ministeri: Guglielmo Epifani al Lavoro e la conferma di Massino Bray alla cultura e Andrea Orlando all’Ambiente. Richiesta esosa visto che a Renzi, quando si formò il governo Letta, nonostante il 40% raccolto alle primarie del 2012, l’unico ministero concesso fu quello degli Affari Regionali (finito a Graziano del Rio). Certe cose non si dimenticano.

Punti di tensione riguardano anche il programma e in particolare l’iter della legge elettorale la cui approvazione significherebbe la morte della legislatura. Berlusconi ne chiede la rapida approvazione senza legarla all’abolizione del Senato per poter così disporre di una pistola da puntare alla tempia del governo e andare alle elezioni nel momento più favorevole per Forza Italia.

 

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