martedì, Settembre 28

Renzi commissariato dall'UE image

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ASSEMBLEA 2012 DI CONFINDUSTRIA FIRENZE CON GIORGIO SQUINZI E MATTEO RENZI

Duro schiaffo dell’UE all’Italia. Nel rapporto pubblicato oggi dall’UE, l’Italia è stata declassata, insieme a Croazia e Slovenia, da Paese «con squilibri macro-economici» a «Paese con squilibri macro-economici eccessivi». I parametri principali in base ai quali è avvenuto il declassamento sono l’alto debito pubblico e la scarsa competitività. In concreto ciò comporterà uno «speciale monitoraggio» da parte della Commissione Europea e se entro giugno non ci saranno miglioramenti la «Commissione Europea deciderà ulteriori passi».

«La protratta lenta crescita della produttività richiede politiche urgenti» è scritto anche nel rapporto «per evitare in futuro effetti avversi sul funzionamento dell’economia italiana e della zona euro». Il rapporto indica pure la politica che l’Italia deve perseguire per invertire il trend e cioè «raggiungere e mantenere un avanzo primario molto alto e una robusta crescita del Pil per un periodo prolungato. Nel 2013 – stabilisce la Commissione – l’Italia ha fatto progressi verso il raggiungimento dell’obiettivo di medio termine ma ciò nonostante l’aggiustamento strutturale per il 2014 appare insufficiente vista la necessità di ridurre il debito ad un passo consistente».

Ma in cosa consiste la minaccia di un «monitoraggio specifico»? Significa che, in base a degli accordi volti a rafforzare la governance della zona euro, la Commissione Europea ricorrerà all’esercizio di controllo dei bilanci e stilerà dei rapporti che presenterà all’Eurogruppo e al Consiglio d’Europa.

La replica del neo ministro Pier Carlo Padoan è di sfida all’UE. «La competitività dell’economia italiana è oggi limitata dall’elevato cuneo fiscale sul costo del lavoro» afferma il comunicato del ministero e «ora è giunto il momento di porre al centro dell’attenzione del governo la crescita economica e l’occupazione» attraverso riforme «in linea con l’ambizioso piano richiesto dall’UE». 

La Commissione Europea, quindi, circoscrive i confini entro cui la politica economica del governo potrà operare. Una concreta ed effettiva riduzione di sovranità di cui probabilmente Matteo Renzi non ha ancora ben calcolato la portata. Il premier vorrà capire con il ministro Padoan quali ripercussioni questo diktat avrà sulle riforme promesse e le risposte dovranno essere altrettanto rapide quanto le sue battute.

Questa doccia fredda ha sicuramente messo in secondo piano la questione della riforma elettorale. Dopo l’accordo trovato fra Pd renziano, minoranza Pd (ma maggioranza nei gruppi), Forza Italia e Ncd rimangono da risolvere alcune questioni fra cui l’emendamento Salva-Lega, la delega al governo per la ridefinizione dei collegi elettorali e la parità di genere. Inconsapevolmente paradossale la spiegazione di Angelino Alfano: «l’Italicum al momento ha un impianto condivisibile ma «alcuni miglioramenti sono possibili al Senato». Così dicendo, infatti, dimostra l’importanza del Senato, lo stesso Senato di cui le forze politiche hanno previsto l’abolizione (almeno a parole).

Aumentano però le perplessità sull’impianto dell’Italicum. Giuristi, esperti di modelli elettorali, costituzionalisti concordano sul fatto che la nuova legge (che vale solo per la Camera) non garantirebbe un requisito essenziale secondo la Corte Costituzionale e cioè la governabilità perché il Senato non è stato ancora abolito e quindi, finché questo non avviene, ci troveremo con due leggi elettorali che darebbero la certezza di una maggioranza alla Camera e la certezza di una non maggioranza al Senato (in quanto si voterebbe con la proporzionale). Insomma un coacervo. 

 

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