sabato, Settembre 18

Renzi: cambio di narrazione Più riforme meno tasse, un ‘patto con gli italiani’ che sembra scritto da Berlusconi, un usato ben poco sicuro

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Prima l’inchiesta che tutti chiamano ‘Mafia capitale’ -e che in origine si chiamava ‘Terra di Mezzo’- rivela un ramificato e consolidato sistema di malaffare, ‘scientifico’. Un sistema che vede coinvolta in maniera a dir poco sconcertante la passata Giunta di centro-destra guidata da Gianni Alemanno, ma è il Partito Democratico a uscirne a pezzi. Il Sindaco di centro-sinistra Ignazio Marino è ‘colpevoledi mille ingenuità e gli si può legittimamente imputare l’incapacità di assicurare quel normale decoro a cui una città come Roma ha diritto. Ma sul banco della mala-amministrazione ci finisce soprattutto l’establishment del PD romano, che vede Marino come fumo negli occhi, trema e trama per toglierselo dai piedi. Il braccio di ferro è in corso, senza esclusione di colpi. Anche il Presidente del Consiglio Matteo Renzi vive con fastidio (peraltro ricambiato), Marino, vorrebbe mettere la parola fine alla sua esperienza capitolina. Al momento lo deve, però, sopportare. Cerca di blindarlo, di rendergli la vita difficile, ma non ha un suo candidato credibile; sa bene che in questo momento non gli conviene mettere in crisi la giunta Marino. Creare le condizioni perché Marino si dimetta e andare a elezioni anticipate, equivale a regalare il Campidoglio al Movimento 5 Stelle. Ipotesi che fa tremare le vene ai polsi ai poteri reali della città; Anno Santo alle porte, e forse le Olimpiadi: due enormi torte che non possono certo essere gestite dai seguaci incontrollabili e senza alcuna esperienza di governo come sono e hanno dimostrato di essere i Beppe Grillo; ecco che ai bordi del campo scalda i muscoli Alfio Marchini, ben accetto da un centro-destra moderato e groggy; e anche una bella fetta di centro-sinistra che non sa più a che santo votarsi. Vaticano e costruttori muovono le loro pedine e chissà, sarà da loro che forse verrà una soluzione ragionevole per Roma. Da Renzi, proprio no. Per quel che riguarda la Capitale è un’anatra zoppa.

Un primo ‘segnale’ di quello che bolle in pentola palazzo Chigi lo riceve con la pubblicazione delle intercettazioni penalmente non rilevanti, circa le ‘confidenze’ tra Renzi e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi. Niente che abbia attinenza con il codice penale; eppure quelle intercettazioni si trova il modo di farle saltare fuori. Il loro contenuto è nulla. Conta che siano emerse, quello è il segnale, l’avvertimento. Palazzo Chigi incassa. Ma di intercettazioni si ferisce e perisce. Le più velenose, al momento, sono quelle riferite daL’Espresso’, quelle tra il Presidente della regione siciliana Rosario Crocetta e il suo medico personale Matteo Tutino, che avrebbe pronunciato la frase «va fatta fuori come suo padre»; e chi andava fatta fuori è Lucia Borsellino, figlia del giudice assassinato il 19 luglio 1992 e fino a qualche giorno fa Assessore alla Sanità regionale. Per quanto metaforica possa essere stata, se la conversazione si è svolta in questi termini, comunque sconcerta; ma al di là del legittimo sconcerto, quello da cui si dovrebbe rapidamente venire a capo è se questa telefonata ci sia stata davvero. ‘L’Espresso’ garantisce, il giornalista l’ha ascoltata e fedelmente trascritta. La procura palermitana nega che sia agli atti delle numerose inchieste in corso. E’ possibile che l’intercettazione, se esiste, non sia stata trascritta e di conseguenza depositata. Non se ne è colto il significato, la si è ritenuta irrilevante ai fini dell’inchiesta, è stata annotata frettolosamente nei brogliacci liquidandola magari con la generica dizione di ‘conversazione di carattere politico’? Resta il fatto che la procura palermitana assicura di non aver mai avuto tra le sue carte una conversazione di ‘quel tenore’. Si può allora ipotizzare questo scenario: non avendo rilevanza penale masolopolitica, quella conversazione intercettata giace nel mare magnum delle bobine inutilizzate. Dimenticata e sepolta fino a quando qualcuno non se lo ricorda, e la cosa giunge alle orecchie (è il caso di dirlo), di un giornalista. Che ‘L’Espresso’ l’abbia pubblicata, è cosa normale: chiunque l’avrebbe fatto se ne avesse avuto la possibilità e l’occasione. La domanda piuttosto è: chi (e perché) sussurra al giornalista il contenuto di questa conversazione, e gliregalalo scoop? Chi ha interesse a montare tutta quest’ira di dio, in una regione squassata da una quantità di vicende poco commendevoli, e tale da essere forse il colpo definitivo a una giunta che definire pericolante è poco? La risposta la si trova all’interno di una procura dove da sempre è bene camminare rasente ai muri, e neppure basta a schivare i colpi bassi? Di quella telefonata che negli atti non c’è, a Palermo da tempo si sussurrava; e (ora) si assicura che è questo il motivo che ha spinto Lucia Borsellino a rassegnare le dimissioni, non improvvise, ma meditate da tempo. Chi ha resa nota la telefonata, intendeva colpire il Presidente Crocetta, il cui bilancio, finora non corrisponde certo alle promesse e alle dichiarazioni d’intenti? Una cosa è certa: ci sia o no nei faldoni dell’inchiesta, quell’affermazione di Tutino e il silenzio di Crocetta hanno un effetto politico devastante. Il PD siciliano vede Crocetta come fumo negli occhi, e fosse per lo stesso Renzi potrebbe tranquillamente tornare a scrivere poesie. Fatto è che anche in Sicilia, alle passate elezioni per alcune importanti realtà comunali il consenso al PD è crollato, mentre è cresciuto in modo esponenziale il movimento di Grillo. Meglio, dunque, non rischiare, pensa lo stato maggiore renziano; e comunque procedere con i piedi di piombo. A questo quadro (e già basterebbe), aggiungete che anche Milano è una spina nel fianco. Giuliano Pisapia appare intenzionato a tener duro e chiudere in bellezza; e anche a Milano il PD fa acqua da tutte le parti. Dove tiene, sono ugualmente problemi, perché al di là delle affermazioni di facciata, la Puglia di Michele Emiliano e la Campania dello ‘sceriffo’ Vincenzo De Luca una cosa certamente non sono: territori renziani.

Quali sono i calcoli e il disegno di Renzi? Con un battito di ciglio sembra ‘rottamare’ il sognato PNR, il partito della Nazione di Renzi, e ora nella sua agenda ha fissato un primo obiettivo: ricompattare un partito che rischia una vera e propria balcanizzazione.

I sondaggi, unanimi, implacabili, segnalano una costante erosione di fiducia; nel PD, e passi, ma anche, se non soprattutto, un calo vistoso di popolarità di immagine, personale e dell’azione di Governo. Brutto affare per chi punta tutto sull’immagine, la cui politica del ‘sembrare’ praticamente si sovrappone con quella dell’‘essere’. Per non dire delle continue emergenze: salutare come un quasi risultato positivo il fatto che il numero dei senza lavoro rimane costante negli ultimi mesi, è un paradosso. Il dato positivo sarebbe che la disoccupazione diminuisce. C’è sempre irrisolta la questione immigrazione: l’incapacità di dare risposte adeguate al problema dei campi più o meno legali dei nomadi-stanziali e dei profughi; le intolleranze sapientemente alimentate da una destra xenofoba a Roma e Treviso; la ineludibile questione fiscale con il cittadino oppresso come non mai da una quantità di tasse e balzelli…Tutto propellente per il movimento di Grillo, per la Lega di Matteo Salvini, perfino per il partito che Silvio Berlusconi vuole rifondare, anche se non si capisce bene come e con chi.

Ecco, dunque, che Renzi la sua battaglia principale ora è costretta a combatterla sulla tenuta delle alleanze interne e sugli estenuanti negoziati con la sinistra del PD.

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