mercoledì, Settembre 22

Renzi, bilancio di un anno (o quasi)

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Conferenza Stampa di fine anno di Matteo Renzi, che lunedì 29 ha presentato, e rappresentato, il bilancio di un anno, dieci mesi effettivi, di lavoro del suo Governo. Non è emerso sostanzialmente niente di nuovo. Ma di significativo sì.

E cioè…

Che se il Presidente del Consiglio è di straordinaria abilità tattica e comunicativa, e gli altri leader politici si fanno infinocchiare, comunque tutti a mangiargli in mano pur di sopravvivere, fa bene a continuare così. E’ che, purtroppo, avviene lo stesso, e peggio, con il cosiddetto, molto cosiddetto, quarto potere, quello dell’informazione. Come questo appuntamento ha dimostrato. Con qualche, pregevole, eccezione.

E dunque…

Renzi ha, giustamente, glissato sulle domande riguardanti l’elezione del successore di Giorgio Napolitano. Anche con troppa generosità rispetto alla dabbenaggine dei giornalisti che insistevano, sapendo bene come stavano le cose ancor prima di cominciare, ma essendo poi patentemente chiaro ad appuntamento in corso. Su un punto, però, proviamo a scommettere, a maggior ragione dopo questi ultimi giorni e lo show odierno. L’uomo che è riuscito sinora a piazzare nei posti che voleva tutti coloro che voleva, riuscirà anche nell’intento di portare ai vertici dello Stato l’uomo o la donna, più probabilmente la donna, che ha in mente. Se sia più sua capacità, o più ignavia altrui, è questione su cui si può ragionare. Ma è questione secondaria.

Il rituale appuntamento con l’abile Capo del Governo pone, questa volta, come altre più di altre, all’evidenza la questione dell’adeguatezza della classe giornalistica. Meglio dei singoli giornalisti. E’ vero che con la modalità della domanda secca, senza replica, è quasi impossibile incalzare ed avere risposte significative. Come insegna il giornalismo anglosassone e statunitense in particolare, è sempre la seconda pallottola quella che conta. E magari la terza, e la quarta… (Veramente lo insegnerebbe anche il semplice buonsenso). Ma è sembrata una gara a chi più faceva per agevolargli il compito. Anche la tiepida Laura Cesaretti de il Giornale (“Capisco che il suo proprietario…” ha replicato amichevolmente perfido il sagace fiorentino) sulla questione di Jobs Act e licenziamenti nella Pubblica Amministrazione. Anche Lorena D’Urso di Radio Radicale, e la sua requisitoria su Amnistia ed Indulto. Anche l’ineffabile giornalista de il Manifesto che più che da Valentino Parlato e Norma Rangeri sembrava essere andato a scuola da Gigi Marzullo, essendosi per un tempo smodato esibito a farsi una domanda e darsi una risposta, più che ad interloquire con Renzi. E poi tante altre comparse, con qualche rara eccezione.

Così alla fine, l’unica, o quasi, che abbia provato a stringere Renzi sui fatti del suo Governo, sul fact cecking come lei stessa ha precisato, è stata la giornalista (italiana) del Wall Street Journal. Chiedendo conto di atti, promesse e realizzazioni. Con la tecnica della domanda unica, appunto, più in là di tanto non si può ottenere, ma almeno è rimasta, in chi avesse seguito con attenzione, la possibilità di confrontare annunci ed esiti, raffigurazione e realtà. Peccato che sia stata sorteggiata (si fa per dire) in modo da finire oltre il limite delle 13:30, e quindi oltre la trasmissione su Rai1, causa avvio successivo del Tg1. Che Renzi ha voluto rispettare, memore anche delle polemiche di parte Democratica sugli interminabili sbrodolamenti berlusconiani. E quindi questa inedita domanda, oltre ai giornalisti presenti, l’hanno  potuta seguire in pochi, sulle rare emittenti televisive e radiofoniche, tra cui RaiNews24, che hanno continuato a trasmettere l’incontro. Oltre al perdibile, non si sa quanto involontario, doppiosenso piccante di Renzi a proposito di Susanna Camusso (che aprirebbe inediti squarci sui reali rapporti tra i due antagonisti: “Lei è abituato a vederla con la blusa rossa”, “Anche senza”), la gran parte degli italiani hanno perso anche la possibilità di osservare un giornalismo, non diciamo rivoluzionario, ma dignitoso ed intelligente. E magari non è un caso.

Da segnalare la gestione dell’incontro da parte del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. Corretta, anche encomiabile, la sottolineatura del ‘giusto compenso’ ai giornalisti, cavallo di battaglia della sua gestione, a tutela di giovani e precari. Ma questo, più che altro, atto a coprire tutto quello che ha avallato ed avalla ai ‘piani superiori’. Dell’Ordine e della politica. Simbolo ne sono state le sue prime parole, con l’esortazione ai colleghi che rispetto al Capo dello Stato “confido facciano con garbo”. Rispettosi. Mentre un giornalista dovrebbe essere educato sì. Ma non garbato, non ripettoso, nei confronti del potere. Anzi. Ma, certo, come diceva l’indimenticato Direttore del Corriere della Sera, Mario Missiroli, «Fare il giornalista è duro, ma sempre meglio che lavorare». Occuparsi dei giornalisti è ancora meglio. 

 

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