sabato, Luglio 24

Renzi annuncia 18 miliardi di tagli di tasse Renzi fa il punto della situazione. Visco lancia l'allarme: La disuguaglianza cresce a livelli senza precedenti

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Matteo-Renzi-bandiera

Nel Cdm di mercoledì sarà liberato spazio per 1 miliardo, lo annuncia il Presidente del Consiglio Matteo Renzi nel suo intervento all’assemblea di Confindustria di Bergamo. «Tutti parlano dell’articolo 18, invece – ha detto Renzi – 18 sono i miliardi che taglieremo come tasse tra la legge di Stabilità per il 2014 e quella per il 2015,  è la più grande riduzione delle tasse mai fatta in Italia».

Di questi 18 miliardi, spiega il presidente del Consiglio, dieci andranno a finanziare in modo stabile il bonus degli 80 euro, mezzo miliardo in detrazioni fiscali per le famiglie, e il resto andrà in due misure: incentivi che permetteranno per un triennio di non pagare contributi per chi fa assunzioni a tempo indeterminato e il resto per la riduzione dell’Irap «che è una tassa che manda fuori di testa per la sua componente lavoro»«Rispetteremo il Fiscal Compact – ha annunciato Renzi – non sforo il 3% ma comunque arrivo al 2,9% e libero 11,5 miliardi, è vero che il patto è stupido, ma dobbiamo dimostrare credibilità ai partner europei e ai mercati manterremo gli impegni presi dagli altri governi».

«Le riforme sono fondamentali. Quanto accaduto a Genova dimostra che le riforme di cui abbiamo parlato in questi mesi, che molti dicono che non servono a niente, sono fondamentali: se un’opera pubblica viene bloccata dai ricorsi e dai controricorsi, se lavorano più gli avvocati e i giudici che i manovali, ecco perché va cambiata la giustizia civile, ecco perché lo Sblocca Italia, ecco perché bisogna prendersi le responsabilità, quello che è inaccettabile è lo scaricabile. Sei mesi a discutere su chi l’ha fatto, su chi ha la colpa, e poi si ricomincia. Questo porta alla stagnazione e alla crisi». E sul Tfr dice:  «Dobbiamo consentire a chi vuole attraverso un’operazione con le banche di sostegno alle pmi, che presenteremo nelle prossime ore, la possibilità di lasciare il tfr su base mensile».

Nessun negoziato con Bruxelles, lo ha detto chiaramente il Ministro dell’Economia Padoan oggi all’Eurogruppo: «Non c’è nessun negoziato con Bruxelles, siamo in un processo assolutamente normale naturalmente Bruxelles riceverà immediatamente i numeri della legge di stabilità una volta approvata, e poi avvieremo un dialogo normale che si concluderà rapidamente una volta che la Commissione avrà analizzato non solo i numeri ma anche la logica nella quale questo programma si inscrive. L’Italia ha una strategia di politica economica che si basa sull’interazione di riforme strutturali, il cui programma sta andando avanti spedito, e una composizione della politica di bilancio che sostiene le riforme. Sono molto soddisfatto del fatto che l’Eurogruppo ha deciso di seguire l’agenda dell’Ecofin sugli investimenti e ha anche considerato il ruolo delle riforme strutturali nel processo di consolidamento dell’Eurozona, come suggerito dalla presidenza europea».

Nella legge di Stabilità – afferma Padoan – ci saranno delle risorse a favore del mercato del lavoro e per sostenere una “accelerazione” del Jobs act. «L’Italia ha una strategia di politica economica che si basa sull’interazione fra riforme strutturali, il cui programma sta andando avanti mi sembra a ritmo spedito, e una composizione della politica di bilancio che sostiene le riforme. Ci saranno nella legge di Stabilità delle risorse a favore del mercato del lavoro, per dare un avvio ancora più accelerato a quello che pensiamo sarà presto approvato definitivamente: cioè il Jobs act».

Qualche parola anche sul Tfr «è una questione che ha a che fare con l’utilizzo del Tfr da parte dei lavoratori. Non dimentichiamoci – ha detto il Ministro dell’Economia – che è una risorsa dei lavoratori, non si tratta quindi di restituire niente ai lavoratori ma di cambiare, di rendere più flessibili i modi di utilizzo di queste risorse che sono loro».

Ridurre la spesa e tagliare le tasse, lo dice il Vice Direttore generale di Bankitalia Luigi Federico Signorini  in audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato sul DEF: «Per rafforzare la fiducia degli investitori e delle famiglie è necessario tendenzialmente ridurre la spesa pubblica e la tassazione, procedere alla realizzazione degli interventi strutturali riducendo gli sprechi e rendendo percepibile l’azione di riforma». Niente passi indietro per Bankitalia«Vi sono margini di flessibilità che possono essere con attenzione sfruttati. E’ necessario non fare passi indietro nei progressi raggiunti nell’aggiustamento dei conti pubblici, che deve proseguire, il rallentamento nel processo di riequilibrio può aiutare ad evitare una spirale recessiva e l’accumulo del debito si giustifica se i margini di manovra sono utilizzati per rilanciare la crescita».

Vanno evitati -secondo Signorini – rischi al ribasso. «Per il biennio 2014-15, le valutazioni tendenziali appaiono nel complesso condivisibili ma su questo quadro gravano tuttavia soprattutto rischi al ribasso. Il riavvio della ripresa presuppone un punto di svolta imminente nell’attività di investimento, il cui verificarsi appare soggetto a crescente incertezza alla luce della persistente debolezza degli indicatori di fiducia delle imprese. L’eventualità di sviluppi internazionali meno favorevoli, una prosecuzione del peggioramento del clima di fiducia di famiglie e imprese e le condizioni ancora deboli dei mercati immobiliare e del lavoro potrebbero comportare una ripresa dell’attività economica più graduale di quanto prefigurato nella Nota».

Per Bankitalia fondamentale è puntare sulle privatizzazioni: «Il ricorso graduale a possibili privatizzazioni costituisce un elemento di rilievo della strategia di consolidamento della finanza pubblica. E’ importante procedere con decisione e speditamente, facendo anche tesoro delle esperienze di altri Paesi affinché il piano venga rispettato e se ne valuti una possibile accelerazione».  Signorini ha ricordato che ad aprile si prevedevano 2014 privatizzazioni in linea con quello del 2015-2018 (0,7% del Pil), stima ora ridotta allo 0,28 per cento.

Meno decreti attuativi, questa la richiesta di Bankitalia: «E’ essenziale che le leggi siano scritte riducendo al minimo la necessità di atti secondari, a livello centrale o locale, che sono spesso fonte di ritardi e incertezza».  Sul Jobs Act  servono maggiori chiarimenti sulle risorse per gli ammortizzatori: «Sul fronte delle politiche passive per le quali si prevede un’ulteriore razionalizzazione e un ampliamento delle platee interessate, andrà chiarita l’entità delle risorse necessarie, considerando che nell’attuale fase congiunturale il sistema potrebbe non essere in grado di autofinanziarsi. L’introduzione di un contratto a tutele crescenti, la definizione dell’entità’, dell’eventuale articolazione e della progressione delle tutele non dovrà determinare un aumento dei costi di aggiustamento dei livelli occupazionali delle imprese».

L’ipotesi del governo di anticipare il Tfr ha – secondo Bankitalia – numerosi aspetti di complessità. «Prima di esprimere un parere – ha aggiunto – dovrei vedere con maggiore precisione in che forma si intende realizzarla e le ripercussioni che a seconda delle modalità tecniche che saranno scelte o delle scelte che saranno fatte impatteranno su tutti, operatori, imprese, banche e famiglie».

Nel complesso del ddl delega sul lavoro, Signorini che affermato che mira a «facilitare la riallocazione dei lavoratori verso settori e le imprese più efficienti, a creare condizioni per un rafforzamento della produttività aziendale, sostenendo il reddito dei lavoratori nei casi di disoccupazione involontaria e accrescendone la capacità di riallocazione». Sulla deviazione sul pareggio di Bilancio non è scontato secondo Bankitalia, che arrivi l’Ok dell’Ue: «L’ammissibilità della deviazione dal sentiero di avvicinamento al pareggio di Bilancio strutturale non è scontata e rifletterà l’interpretazione delle regole da parte delle istituzioni coinvolte: Parlamento, Commissione europea, Consiglio Ue. Il calo dello spread non trova riscontro con l’andamento del mercato. La discesa del differenziale di rendimento dei titoli di Stato decennali rispetto agli analoghi titoli tedeschi non trova al momento riscontro nelle aspettative implicite desumibili dagli andamenti di mercato, secondo le quali il differenziale risalirebbe lievemente nel 2015, intorno a 170 punti base, per poi stabilizzarsi nell’anno successivo. L’evoluzione futura dei rendimenti-chiarisce Signorini-, legata all’andamento dei mercati finanziari e dell’economia globale presenta ampi margini di incertezza; essa dipenderà anche dalla credibilità dell’azione di risanamento e di riforma».

Sempre sul Def ha parlato oggi alla Camera il Presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri. Il Def «prefigura un cambiamento nell’impostazione della politica economica” ma “restando per ora alla dimensione dei saldi, il peggioramento programmato, per quanto importante, non appare tale da imprimere, di per sé, un impulso risolutivo per il riavvio della crescita. Non si tratta di ricercare una deroga generica agli obiettivi ma di proporre azioni mirate ad accrescere il potenziale produttivo del Paese e per evitare il rischio di reazioni sfavorevoli è necessario che il Paese proceda senza incertezze nel percorso delle riforme. La criticità della situazione attuale sul fronte dell’occupazione e della stessa tenuta del disegno europeo richiede un impegno straordinario».

Pil in calo dello 0,3% nel 2014, lo dice in un’audizione sul Def davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato il Presidente dell’Istat Giorgio Alleva. «Il Pil, dopo un calo dello 0,1% nel terzo trimestre dell’anno, dovrebbe avere una “debole variazione positiva (+0,1%) nel quarto trimestre. Per effetto di tale dinamica, per il 2014 si prevede una flessione annuale del Pil dello 0,3% rispetto al 2013, tale andamento fornirebbe un analogo impulso negativo al 2015 per effetto del trascinamento. L’ipotesi di un tasso di cambio dell’euro ad un livello di 1,26 dollari nel 2015 avrebbe –secondo il Presidente dell’Istat-un effetto positivo sulle esportazioni e di riflesso sul Pil: rispetto allo scenario presentato nella Nota, in media d’anno  avrebbe un incremento di 0,8 punti percentuali dell’export e per per conseguenza un lieve aumento degli investimenti (+0,1%), una leggera riduzione della disoccupazione (-0,1% percentuali) e una maggiore crescita del Pil di 0,3 punti percentuali».

Con il bonus Irpef qualche diseguaglianza in meno, questo il giudizio dell’Istat. «Il bonus Irpef porterebbe a una lieve riduzione della diseguaglianza economica e del numero dei poveri, circa 97 mila famiglie povere in meno. La spesa annuale andrebbe a beneficiare individui per circa 2/3 in famiglie con redditi medio-alti e beneficerebbe maggiormente le coppie con figli. Una riduzione permanente dei contributi sociali a carico dei datori di lavoro» creerebbe – secondo l’Istat – fino all’1,6% di occupati in più nel terzo anno dall’attuazione della misura. Secondo i risultati di una simulazione dell’Istituto, anche «l’effetto di questa misura sulla crescita del Pil sarebbe positivo, con un incremento aggiuntivo di 0,2 punti percentuali a partire dal secondo anno». Mentre nel primo porterebbe a una riduzione ex ante di gettito pari 1 punto percentuale di Pil.

La disuguaglianza cresce a livelli senza precedenti, a lanciare l’allarme il Governatore della Banca D’Italia Ignazio Visco nel corso del suo intervento presso il Comitato per lo sviluppo della Banca mondiale La globalizzazione e i progressi tecnologici «hanno sostenuto la crescita negli ultimi decenni, aiutando milioni di persone a uscire dalla povertà e riducendo le disparità tra Paesi. La diseguaglianza di reddito all’interno dei Paesi è aumentata. Nel breve termine, inoltre, in alcune economie avanzate i cambiamenti nel commercio e tecnologici possono aver espulso più lavoratori di quanti il mercato ne abbia saputi assorbire, le politiche del lavoro e le istituzioni devono porsi l’obiettivo di contenere questi costi di aggiustamento e facilitare la riallocazione settoriale e professionale».

«La miglior risposta a questa sfida – dice Visco – è aggiustare la composizione dell’offerta di lavoro investendo in educazione e capacità professionali, non solo per i giovani, ma anche attraverso un processo formativo che duri tutta la vita. In un ambiente che cambia rapidamente i profili professionali di maggior valore non sono necessariamente quelli più specializzati, ma piuttosto i più fungibili. Risulta imprescindibile consentire ai lavoratori di adeguarsi flessibilmente ai cambiamenti e di acquisire le necessarie competenze professionali». Il Governatore della Banca d’Italia chiede di «rimettere in campo gli incentivi alle imprese a investire», ma non manca di sottolineare che «per sostenere il processo di creazione dell’occupazione dobbiamo porci l’obiettivo di fornire opportunità uguali per tutti, con un’efficiente rete di sicurezza». Anche «le politiche di redistribuzione, secondo il governatore, “possono contribuire a consolidare i guadagni della crescita, fornendo uno scudo ai non privilegiati durante la fase di transizione».

Per Visco vanno difese le risorse naturali «la crescita deve essere eco-sostenibile nel tempo, da un utilizzo più responsabile delle risorse naturali e una maggiore attenzione ai temi ambientali trarrebbero beneficio innanzitutto i meno fortunati. che tipicamente sopportano il peso maggiore». Il rallentamento del commercio mondiale genera poi preoccupazione: «Rivitalizzarlo è uno strumento importante per rilanciare la crescita, l’investimento in infrastrutture è cruciale in molti Paesi a basso reddito ed emergenti e dovrebbe essere una priorità per la cooperazione internazionale».

 

Buone notizie per le imprese arrivano dall’indagine realizzata dal centro studi di Unioncamere e dall’ufficio studi di Mediobanca. Per il 2014 infatti  quasi la metà delle medie imprese industriali (45%) prevede un aumento del fatturato, una quota in crescita rispetto al 38% di un anno fa. Nonostante la recessione, il 38% delle aziende stima un aumento della produzione, contro il 34% dell’anno scorso.

L’attitudine  all’export delle medie imprese è decisamente elevata, tanto che la quota di aziende esportatrici ha sfiorato l’83% nel 2013. Per il 2014 «si conferma l’apporto determinante che le vendite all’estero potranno fornire ai risultati aziendali (gli ordinativi esteri saranno in crescita per il 53% delle imprese, rispetto a un 9% che li attende in calo), mentre l’andamento del mercato interno sarà più debole: solo il 27% di imprese si attende un rialzo degli ordini interni rispetto al 2013, contro il 17% di quante che ne prevedono una flessione».

Per le medie aziende collocate all’interno dei distretti, affermano Unioncamere e Mediobanca, «le prospettive di crescita sui mercati internazionali sono addirittura migliori rispetto al totale delle medie imprese (il 56% prevede ordinativi esteri in aumento nel 2014, rispetto a un 8% in riduzione) e anche al mercato interno si guarda con più ottimismo: per il 31% delle medie imprese distrettuali gli ordini interni cresceranno nel 2014, contro il 16% che li attende in calo». Nel 2013 gli investimenti delle medie imprese industriali si sono concentrati sulle apparecchiature informatiche (68%), sui software e servizi informatici (63%) e sui macchinari (61%).  Sarà così anche nel 2014.

La domanda di credito nel primo semestre 2014 «si è rivelata sostenuta., Il 42% delle medie imprese ha dichiarato di voler richiedere risorse a credito, non solamente in risposta all’esigenza di gestire le attività ordinarie (nel 36% dei casi) o per implementare investimenti già avviati (16%), ma specialmente per realizzarne di nuovi (42%)». Si conferma, secondo la ricerca «un saldo radicamento al territorio da parte delle medie imprese: oltre il 72% non ha mai considerato di spostare le proprie produzioni all’estero. Tra le motivazioni, quelle che pesano maggiormente su questa scelta sono il chiaro riconoscimento del Made in Italy come fattore di vantaggio competitivo delle produzioni sui mercati (nel 36% dei casi) e i legami con il territorio, in termini sia di rapporti di filiera sia di rapporti con la comunità economica e sociale locale (nel 18% dei casi)». 

Ma nonostante le buone notizie sull’aumento del fatturato delle imprese, l’Italia si dimostra un paese non adatto alle attività imprenditoriali, dall’indagine che il centro studi ImpresaLavoro ha realizzato analizzando i dati raccolti nell’ultimo Global Entrepreneurship Monitor (GEM), il monitoraggio dello stato dell’imprenditoria nelle principali economie avanzate del nostro paese ne esce purtroppo un quadro a tinte fosche: nel 2013 l’Italia è il fanalino di coda della classifica europea e perde il confronto con tutti i principali competitor: Irlanda (settima), Portogallo (decimo), Gran Bretagna (16esima), Germania (18esima), Spagna (19esima), Grecia (20esima) e Francia (21esima). L’indice misura il dinamismo e la propensione a fare impresa di ogni singolo paese, premiando quei territori in cui gli imprenditori percepiscono migliori possibilità nell’intraprendere e ottengono migliori risultati. Svettano economie in grande crescita come Lettonia, Lituania o Polonia ma fanno segnare ottime performance anche paesi con economie mature quali Olanda, Portogallo o Irlanda.

«L’elaborazione degli indicatori relativi allo stato dell’imprenditoria in Italia ci consegnano un quadro abbastanza chiaro» osserva Massimo Blasoni, presidente di “ImpresaLavoro”. «Nonostante gli italiani abbiano, più o meno, la stessa voglia di intraprendere dei colleghi delle principali economie avanzate europee, difficilmente riescono a dar seguito ad iniziative di successo. L’ambiente in cui sono chiamati a muoversi è infatti particolarmente penalizzante rispetto a quello dei competitor europei in tema di tasse, regole, burocrazia. Concretamente questo si traduce in un bassissimo tasso di nuove imprese (siamo ultimi in Europa) e in un dato preoccupante sul fronte occupazionale: solo la Grecia fa peggio di noi in quanto a imprese che hanno intenzione di ampliare la propria base occupazionale nei prossimi cinque anni. In queste settimane – conclude Blasoni – si è a lungo parlato di lavoro: il tema delle regole è certamente importante ma dobbiamo affrontare anche il tema della produzione di posti di lavoro da parte delle imprese. Se non nascono nuove imprese e se quelle esistenti non si sviluppano, rischia di rivelarsi inutile anche un’eventuale semplificazione delle regole: questo indice ci dice con chiarezza che per rimettere in moto il paese occorre rimettere in moto il nostro tessuto imprenditoriale».

Tiziano Treu lancia una proposta in merito al TFR in busta paga. «Da privato cittadino-afferma il Commissario dell’Inps- ho fatto una proposta: si potrebbe fare un intervento di emergenza che vale tre o quattro anni e poi ritornare a destinare il Tfr. Così si avrebbe un immediato impatto positivo sui consumi e poi la previdenza integrativa riprenderebbe ad essere finanziata. Per il bilancio dell’Inps-ha detto il Commissario- c’e’ qualche problema, ma non insolubile. Si dovranno rifare alcune valutazioni, ma poi nel tempo è recuperabile. Non mi sembra il problema maggiore».

Fitch promuove le banche, secondo l’agenzia infatti La maggior parte delle banche europee supereranno l’esame della Banca Centrale Europea ma alcune di esse continueranno ad avere problemi per quanto riguarda i livelli di credito. L’agenzia di rating sottolinea che a causa di problemi di credito alcune banche, soprattutto quelli dei paesi più deboli dell’Eurozona, resteranno vulnerabili. Fitch spiega che esiste un forte legame tra le banche con il bilancio più debole e i Paesi deboli dell’Eurozona. Grecia, Irlanda, Spagna e Italia insieme hanno «oltre i due terzi di prestiti dubbi alla fine del primo semestre dell’anno», Fitch, si aspetta «ulteriori aumenti di capitale e ristrutturazioni dopo il test Bce per le banche più deboli».

Ma, secondo l’agenzia, «ulteriori progressi saranno necessari nei primi anni della vigilanza unica per rafforzare i bilanci degli istituti di credito».  L’esame Bce è infatti solo un primo passo. Sempre in tema di banche meno ma più sane, questo il risultato dell’indagine condotta dalla BCE. Le banche – si legge nel rapporto – hanno ulteriormente rafforzato le loro basi patrimoniali, con il coefficiente Tier 1 salito al 13% degli attivi totali nel 2013, a fronte del 12,1 % dell’anno precedente.

La redditività invece resta una “sfida”, rileva la stessa Bce nell’analisi annuale sul settore, e continua a risentire dei bassi tassi di interesse, del contesto generale dell’economia e dell’aumento dei prestiti deteriorati. Il numero totale di banche è calato a 5.948 nel 2013, circa il 2,4 per cento in meno delle 6.100 che erano nel 2012 e ben l’11 per cento in meno delle 6.690 che si contavano nel 2008. Gli attivi totali del settore bancario dell’area euro sono calati a 26.800 miliardi di euro, dai 29.600 miliardi del 2012 e 33.500 miliardi del 2008. Guardando alle grandi banche, dice la Bce con un comunicato, questo riflette soprattutto la riduzione delle posizioni su derivati, che pesano per circa la metà del totale.

Gli imprenditori sono sempre più pessimisti, questo l’esito delle interviste realizzate Dalla Banca D’Italia e il Sole24ore sulle aspettative di inflazione e crescita. I 1032 imprenditori intervistati vedono il futuro dell’economia sempre più nero con un saldo negativo tra giudizi di miglioramento e peggioramento a -28,7 punti percentuali, da -0,5 in giugno Le aspettative a sei mesi si attestano ora a 0,3% (da 0,7), mentre quelle a uno e due anni sono pari a 0,4 e 0,6 per cento, rispettivamente (da 0,9 e 1,0 per cento); le fra i tre e i cinque anni segnano un – 0,8%(dall’1,2 nelle due precedenti rilevazioni). La probabilità media  attribuita al miglioramento della situazione economica generale nei prossimi tre mesi è scesa all’11,9% dal 16,1% per cento.

Negativo  il saldo fra valutazioni di aumento e diminuzione della domanda dei propri prodotti nell’ultimo trimestre (a -6,8 punti percentuali; era positivo per 4,2 punti nell’inchiesta precedente), riflettendo il peggioramento particolarmente accentuato nell’industria. Il saldo relativo alla componente estera si conferma più favorevole, pur diminuendo a 13,5 punti percentuali (da 27,1).

Anche sul fronte investimenti i giudizi sono negativi : il saldo tra le  risposte che indicano un miglioramento e un peggioramento è tornato negativo, per 8,9 punti percentuali (era positivo per 1,9 nell’inchiesta di giugno). L’andamento è risultato particolarmente negativo nel comparto dei servizi. Le difficoltà di accesso al credito rimangono sostanzialmente invariate. Il saldo negativo  tra la quota di imprese che segnala migliori condizioni di finanziamento rispetto ai tre mesi precedenti e quella che ne indica un peggioramento si è lievemente attenuato, a -3,1 punti percentuali da -4,1 dell’inchiesta di giugno. Peggiorano le attese sulla dinamica dell’occupazione nel breve termine: la quota di imprese che stimano un aumento del numero di addetti nei prossimi tre mesi è scesa all’11,8 per cento (dal 14,3 in giugno); quella delle aziende che ne prefigurano una riduzione è salita al 20,4 (dal 16,3). Discorso a parte per le imprese dell’edilizia: in settembre si è acuito il pessimismo: il saldo negativo fra giudizi di miglioramento e di peggioramento si è ampliato a -37,9 punti percentuali, da -14,1 dell’inchiesta precedente.

Il Tesoro ha collocato tutti i 3,5 miliardi di euro massimo del nuovo Btp a tre anni ma il tasso è risalito a 0,70% da 0,52% del mese scorso.  Venduti anche due miliardi del sette anni ad un tasso stabile a 1,71% e 1,25 miliardi del trent’anni al 3,66%. Chiusura in leggero calo per la Borsa di Milano che chiude a – 0,32%., chiusura stabile per lo spread a 144 punti

 

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