martedì, Maggio 18

Renzi alla ricerca dei depositi per le scorie nucleari field_506ffb1d3dbe2

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Ricordate le manifestazioni contro l’apertura delle discariche nel napoletano, alcuni anni fa? Bene, dimenticatele. Perché si preannuncia una battaglia senza precedenti quella che dovrà combattere il Governo di Matteo Renzi. L’Italia, infatti, deve trovare ancora un luogo dove stoccare le sue scorie nucleari. Nonostante il referendum del 1987, riconfermato ‘in appello’ nella votazione del 2011, abbiamo ancora da smaltire i rifiuti radioattivi della nostra pur modesta produzione nostrana.

La legge 368 del 2003 affermava che l’Italia avrebbe avuto il suo deposito nazionale di scorie nucleari nel 2008. Chiaramente così non è stato, e la Sogin, la controllata statale incaricata del ‘decomissioning’ delle centrali italiane, deve ancora riuscire a far riprocessare alcune tonnellate di combustibile irraggiato.
La Francia avrebbe dovuto prendere 47 barre di nucleare esaurito, insieme ad altre 13,2 tonnellate di materiale, ma all’inizio di settembre il passaggio oltre confine è saltato. Pare che Parigi abbia poca fiducia nelle reali intenzioni italiane di creare un percorso rapido e deciso verso la creazione del proprio deposito nazionale, nel quale dovrà tornare a riposare per decenni il materiale oggi inviato all’estero. Intanto l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha licenziato a giugno le linee guida per l’individuazione del luogo ideale dove far sorgere quello che dovrebbe essere non solo un deposito, ma un vero parco tecnologico. Qui bisognerà smaltire in sicurezza non soltanto il combustibile delle antiche centrali, ma anche i rifiuti ospedalieri e tutto ciò che è radioattivo e ormai inutilizzabile. Il Piemonte, dove è stoccato il 96% di tutti gli avanzi radioattivi italiani, cerca di non venire troppo coinvolto in quella che pare essere un’operazione senza precedenti.

Quale Regione, infatti, accetterà o magari inviterà il Governo a essere l’opzione ‘A’? Nel 2003 venne indicato il paese di Scanzano Jonico (in provincia di Matera) come possibile sito idoneo per il deposito. Le proteste non si fecero attendere, e non se ne fece più nulla. In realtà il progetto era diverso: un deposito di profondità a settecento metri in uno strato di salgemma impermeabile. Nel frattempo la direttiva europea 2011/70/Euratom ha stabilito che ogni Paese membro dovrà occuparsi dei propri rifiuti nucleari. L’Italia, il cui 98% del combustibile è stato spedito nella centrale francese di Le Hague e in quella inglese di Sellafield, ha preso l’impegno a costruire il sito il prima possibile. Il costo della costruzione del deposito dovrebbe essere sui due miliardi e mezzo di euro, e dovrà essere gestito con una visione di lungo termine e con standard di sicurezza estremamente elevati.

Il deposito sarà alto come un palazzo di cinque piani, e dentro alla struttura saranno chiusi oltre 90mila metri cubi di rifiuti. Intorno, il parco dedicato alla ricerca e alla divulgazione scientifica sulle scorie e sul nucleare.
Ogni giorno la medicina e l’industria producono tonnellate di materiale di scarto, che devono essere gestite. Oggi li inviamo all’estero per riprocessarli, ovvero per estrarre da essi plutonio e uranio. Il primo progetto per l’impianto risale addirittura ai primi anni Novanta, quando il ‘No’ al nucleare era diventato certezza. Sogin è incaricata della ricerca del sito ideale, della costruzione e della gestione futura, anche se dal 1999, anno di fondazione, non è riuscita ad arrivare ai risultati attesi. Entro il 2020 si pensava che sarebbe stata in grado di smantellare tutti gli impianti oggi esistenti: le centrali di Caorso, Trino Vercellese e Bosco Marengo, ma anche Latina, Garigliano e Rotondella, ma oggi si parla più realisticamente del 2029.

La spesa per lo smantellamento è lievitata fino a quasi 7 miliardi di euro, anche se il nuovo Amministratore Delegato, Riccardo Casale, assicura che i tempi saranno molto più stretti del passato. «Vogliamo andare sul mercato», affermava la scorsa primavera, «distribuire dividendi, prendere anche l’1% del settore mondiale dello smantellamento delle centrali», stimato tra i 600 e gli 800 miliardi di dollari. Intanto Sogin lavora per consegnare al Governo la lista dei siti considerati idonei. Questa dovrà essere sulla scrivania di Matteo Renzi entro la fine del 2014, per programmare con attenzione le mosse politiche e di comunicazione anche in vista delle elezioni regionali della prossima primavera. Certo è che le aree più interessate sono le stesse segnalate già nel rapporto del 2001: Toscana, Lazio, Basilicata e Puglia, anche se su internet si rincorrono le voci dell’alternativa Sardegna. La questione logistica non sarà certamente da sottovalutare. Bisognerà anche capire come trasportare in sicurezza materiale pericoloso in giro per la Penisola.

Il tempo per la posa della prima pietra, comunque, sarà lungo. Una volta individuati i siti, serviranno almeno tre mesi per rendere pubblica la mappa. Poi passeranno qualcosa come quattro anni prima dell’inizio della costruzione. Le consultazioni pubbliche, le osservazioni e le indagini geologiche prenderanno molto tempo, sempre che la politica sia compatta sulla scelta finale. Sogin cerca di anticipare le mosse, copiando dalla Svezia. Lì, infatti, due paesi si erano addirittura fatti concorrenza per avere nel proprio territorio un deposito di scorie nucleari. Ma la fiducia nella costruzione di un tale impianto non è certamente analoga anche in Italia. Smantellare le paure, coinvolgere la popolazione, informare. Tutte questioni ancora aperte, che dovranno essere implementate con cura e saggezza nei mesi a venire.

L’enorme sepolcro radioattivo sarà, però, una mezza soluzione. Solo i rifiuti di bassa e media attività saranno stoccati dentro all’impianto, mentre quelli ad alta attività (il 15% del totale nazionale) non hanno ancora una destinazione certa. Questa categoria di rifiuti impiega millenni a esaurire la propria carica radioattiva, e si pensa a un unico deposito europeo in grado di ospitare le scorie più pericolose di tutto il continente. Nel frattempo Sogin sta costruendo dei depositi temporanei per poter smantellare in sicurezza le centrali, anche se potrebbero risultare addirittura definitivi. A Saluggia, situata tra il fiume Dora Baltea e i canali artificiali Cavour e Farini, sta sorgendo uno di questi impianti. Contro la loro costruzione si è espressa più volte Legambiente, che chiede al Governo di fermare lo spreco di soldi per siti inidonei e nello stesso momento in cui si sta definendo quale sarà l’unico vero impianto a disposizione. Nella sua presentazione, Sogin racconta l’opera di smantellamento delle centrali: «Il decommissioning di un impianto nucleare è l’ultima fase del suo ciclo di vita. Questa attività comprende le operazioni di mantenimento in sicurezza degli impianti, allontanamento del combustibile nucleare esaurito, decontaminazione e smantellamento delle installazioni nucleari e gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, in attesa del loro trasferimento al Deposito Nazionale». L’obiettivo della società quotata in borsa è quindi quello di «riportare i siti a ‘prato verde’, cioè  ad una condizione priva di vincoli radiologici, rendendoli disponibili per il loro riutilizzo».

L’Ispra, nella ‘Guida Tecnica n.29’ sui criteri di individuazione del sito adatto al deposito, afferma che in Italia sono oggi presenti circa 27mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media attività, di cui 5mila di origine non energetica, e 1.700 metri cubi ad alta attività. A questa piccola collina di materiale sensibile, si aggiungerà la montagna proveniente dallo smantellamento delle centrali. Uno dei più importanti criteri per l’individuazione del sito è certamente l’isolamento totale dall’acqua. Falde, fiumi, laghi e mari sono assolutamente inidonei alla costruzione del sito. Nessuna possibilità neanche in zone vulcaniche o sismiche, esondabili, soggette a frane o che possedevano depositi alluvionali preistorici. Non si potrà costruire sopra i 700 metri o in zone con pendenze superiori al 10%. Dovrà essere almeno 5 chilometri lontano dalla costa, lontano da Parchi Nazionali o luoghi di interesse naturalistico, dai centri abitati, ad almeno un chilometro dalle corsie autostradali, statali e dalle ferrovie. Ma il deposito sarà assolutamente isolato. Nessuna attività industriale nelle vicinanze, nessuna diga, nessun aeroporto, poligono militare, miniera, luoghi di trivellazione. Una specie di luogo unico in tutta Italia, insomma, dove mantenere la Santa Barbara delle paure italiane.

 

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