mercoledì, Ottobre 20

Religioni monoteiste e rispetto per la vita field_506ffb1d3dbe2

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Perché è così difficile per l’essere umano ‘Non uccidere’? Così difficile che è stato necessario creare un comandamento a riguardo, che ancor oggi viene infranto.

Finché l’essere umano ricorda la sua vera natura e la ragione della sua vita sulla terra, egli dovrebbe far prevalere quella natura sacra e quella ragione illuminata dalla fede che gli permettono di superare la brutalità degli istinti di sopravvivenza e di violenza contro il prossimo. Secondo la storia sacra ritrasmessa anche dal Sacro Corano, si insegna come l’invidia e la gelosia abbiano provocato nell’animo corrotto del figlio di Adamo, Caino, la sopraffazione del proprio fratello Abele, determinando il primo di una serie di omicidi che distinguono i malvagi dalle persone autenticamente giuste. Un altro versetto del Sacro Corano ricorda in questo senso che «Chi uccide un uomo è come se uccidesse l’umanità, mentre chi salva un uomo è cose se salvasse l’umanità», richiamando così l’unità primordiale e indissolubile del genere umano che solo alcuni rinnegano quando commettono una violazione di questo principio e un sacrilegio della vita propria e altrui. Il comandamento ‘Non uccidere’ vale anche nel senso di non mortificare in alcun uomo la vitalità dello spirito che il suo cuore custodisce.

 

Qual è la visione della sua religione riguardo questo comandamento?

L’islam come terza espressione del monoteismo di Abramo conferma e sintetizza i comandamenti che Dio ha trasmesso alle altre comunità precedenti. Non vi sono giustificazioni per uccidere un’altra creatura di Dio, un proprio simile.

 

Ci sono delle eccezioni, come la guerra? Quali sono le cose permesse, quali quelle vietate?

Il Profeta Muhammad, tornando da un’ultima battaglia per la difesa della religione, ha richiamato i suoi compagni ad abbandonare la ‘piccola guerra santa’ per consacrarsi esclusivamente alla ‘grande guerra santa’. I compagni chiesero quale fosse questa grande guerra santa e il Profeta rispose: «la guerra contro il proprio io». I sapienti insegnano che questa guerra è il combattimento interiore per far prevalere le forze del bene su quelle del male, la virtù della pietà spirituale sui vizzi, la carità nei confronti di se stessi e nei confronti degli altri, senza distinzione di cittadinanza, cultura o religione. Per tornare alla piccola guerra santa, dobbiamo comunque ribadire che essa non ha più alcuna legittimità e non può essere utilizzata come falso pretesto di una guerriglia o di un terrorismo nel quale si uccidono innocenti. Il codice tradizionale del combattimento, comune in molte dottrine religiose, prevedeva il rispetto delle donne, dei bambini, degli anziani, degli ambasciatori, dei prigionieri e degli ammalati, dei ministri di culto e dei luoghi di culto, delle residenze, dei cimiteri, e poteva essere praticata solo seguendo determinate cause e dopo che tutte le misure diplomatiche fossero state ricercate per un accordo di pace. La legittima difesa poteva essere presentata per tutelare l’onore della propria vita, famiglia, proprietà, libertà intellettuale, dignità spirituale a condizione di non provare alcun rancore né vendetta di carattere personale o passionale. L’obiettivo del combattimento era solo ripristinare un ordine perduto o turbato dal disordine e richiamare i violenti al rispetto della sacralità e dell’universalità del genere umano e del mondo.

 

Per il dialogo interreligioso è fondamentale un’educazione interculturale. In Italia a che punto siamo? Le istituzioni, nonostante le intenzioni, riescono nell’intento di formare la popolazione a questo dialogo?

In Italia c’è bisogno urgente di aggiornare la mentalità, rendendola più aperta alla ricchezza del pluralismo culturale e cultuale, insegnando ai giovani a riconoscere e rispettare l’universo religioso e il multiculturalismo come ricchezza ma anche come unità dinamica dell’umanità. Evitare gli arroccamenti identitari chiusi in se stessi e nell’illusione di una staticità che è contraria alla crescita, alla maturazione, al progresso spirituale dell’uomo e della donna. La nostra convenzione con il Ministero dell’Istruzione rappresenta una speranza di incentivare questo processo.

 

Ricordiamo la lettera dei 138 saggi, di cui lei fa parte, inviata a papa Benedetto XVI dal titolo ‘Una parola comune tra noi e voi’, il cui frutto fu la creazione di un Forum islamo-cristiano, che dura ancora oggi. Per quanto riguarda il dialogo con i rappresentanti del mondo ebraico, come stanno le cose con la Chiesa cattolica? C’è una differenza tra il dialogo che si svolge in Europa e quello che avviene in medio oriente. Può spiegarlo?

Occorre evitare gli speculatori e gli opportunisti del dialogo, che riducono questa naturale e nobile occasione di confronto e approfondimento tra due persone, credenti, teologi, rappresentanti religiosi in un teatrino dei sentimenti. Il valore del dialogo interreligioso, inizialmente osteggiato dagli estremisti conservatori di ogni comunità, consiste nella condivisa riflessione sulla natura divina nell’uomo e sulla comune responsabilità e libertà che ogni credente ha di rendere testimonianza nella vita di questo mistero e di questo miracolo, seguendo le provvidenziali declinazioni della propria appartenenza confessionale. Si tratta di comporre e far girare con delicatezza un mosaico e non di cantare una canzoncina sull’arcobaleno. Questo mosaico varia grazie alle forme tradizionali delle rispettive confessioni religiose e cambia se consideriamo le epoche storiche e le regioni geografiche e persino i condizionamenti politici e le crisi sociali. Per comporre un mosaico è importante che i singoli interpreti e interlocutori sappiano seriamente mettere in collegamento un particolare con l’universale, e vogliano costruire insieme il rinnovamento intellettuale di una prospettiva di coesione armoniosa e rispettosa. Vedo per il futuro la necessità che in Europa si intensifichi un modello di dialogo che unisca giovani ebrei, cristiani e musulmani nell’eredità al monoteismo di Abramo.

 

Si conosce ancora pochissimo della cultura dell’Islam, dal punto di vista religioso, ma non dal punto di vista architettonico, dove esistono ancor oggi le testimonianze del passaggio della dominazione araba. Si conosce poco perché il vostro credo a molti fa paura, specie negli ultimi 15 anni, in cui il fondamentalismo ha fornito una visione distorta della vostra cultura. Cosa può dire a riguardo?

Temo che, salvo rari casi eccezionali, si voglia conoscere della tradizione islamica solo ciò che conviene conoscere e spesso non si vuole riconoscere il vero messaggio dell’islam che rinnova l’essenza del contenuto di Verità di ogni religione: il ricordo di Dio e il collegamento alla Sua scienza sacra e natura spirituale. Così impariamo la storia degli arabi o quella degli immigrati o quella dei terroristi, spesso li confondiamo tra loro; altre volte impariamo persino a distinguerli ma comunque a discriminarli come stranieri o estranei o extracomunitari. In altre parole, li teniamo a distanza di sicurezza, e pochi si interessano di conoscere i principi in cui i musulmani credono, i valori che esprimono, gli incontri che nascono, gli adattamenti storici e culturali che si sviluppano. Manca l’intenzione di relazionarsi all’homo islamicus come a un membro dell’homo sapiens, e si genera il pregiudizio che il musulmano non abbia la stessa radice di ‘sapiens’ di ogni ‘homo’.

 

Dopo gli ultimi avvenimenti di Parigi, alcuni Imam hanno comunicato l’intenzione di denunciare i violenti. Se questo mostra al mondo intero una presa di posizione su chi si nasconde dietro alla religione per atti di puro terrorismo, crede che questo potrebbe portare a una spaccatura con quella parte di uomini del mondo arabo che di fatto sovvenzionano i terroristi?

La spaccatura tra persone oneste e disoneste è una distinzione che noi vogliamo salvaguardare.

 

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