domenica, Settembre 19

Relazioni Ue-Russia: tra ambizioni e velleità L’intervista a Francesco Randazzo, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Perugia e Marco Baldassari, docente di Storia delle istituzioni politiche europee all'Università di Parma

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È immaginabile un ruolo dell’Ue più attivo e propositivo nelle negoziazioni su questioni di rilievo internazionale come la pacificazione della Siria, rispetto alla quale sembrerebbe emergere piuttosto un protagonismo sicuramente della Russia, oltre che di Turchia e Iran?

Essere euroscettici è, in questi tempi, molto più facile che non credere ancora nella possibilità che questa Europa sappia portare a termine negoziazioni efficaci e risolutive. Il problema più grande, e forse quello più palpabile, è che sin dalle guerre della ex Jugoslavia, l’Europa non ha mai espresso una politica estera univoca, non ha mai avuto un esercito comune ma ha sempre coordinato gli interventi con quello che è stato il suo partner più affidabile, almeno fino all’avvento dell’era Trump, gli Stati Uniti. Tale impossibilità di rappresentare una posizione unitaria e ampiamente condivisa in sede di scelte finali, ha portato ciascuno Stato ad affrontare le crisi internazionali secondo le proprie attitudini militari e diplomatiche e, dunque, dimostrando ancora una volta che l’Europa non è capace di esprimere all’unisono la sua voce. Nel caso siriano, tale atteggiamento ha dato modo a Putin di intervenire senza condividere con gli europei le sue scelte di sostegno a favore dell’amico, Bashar al-Assad, che la Russia ha sostenuto in maniera unipolare. Il caso siriano è emblematico del peso assunto dal leader del Cremlino in questi ultimi anni e denota un importante posizionamento della Russia nello scacchiere eurasiatico. L’asse Mosca-Istanbul, incrinato da molti episodi che hanno messo a rischio il rapporto tra i due paesi, rimane tutt’oggi fondamentale per le sorti della crisi siriana, ma ciò accade a discapito di un popolo che è allo stremo delle proprie forze e vessato da una guerra civile terribile che non vede la fine. A lungo andare, però, l’intervento russo a sostegno di Assad, è stato ampiamente rivalutato da tutti coloro che in un primo momento hanno invece visto l’azione di Putin come una ingerenza dannosa e inopportuna nella questione siriana. L’Unione europea, dunque, rischia di restare ancora una volta spettatore inerme e passivo in Siria, soprattutto alla luce dell’impegno assunto da Putin in tale contesto, Putin, che nonostante tutto rimane economicamente “vitale” per i governi dell’Unione. Gli avvenimenti dell’ultima ora e l’accusa americana a Mosca di aver perpetrato attacchi chimici in Siria, sembra l’ultimo capitolo del braccio di ferro anglo-americano con la Russia. Troppo presto per dire quale coinvolgimento abbia la Russia, quale peso abbia Israele, quali responsabilità abbiano gli attori che recitano a soggetto nella dilaniata Siria ma certo è che tutto ciò, oltre a far ricadere la responsabilità sul Cremlino, conferma ancora una volta che la comunità internazionale ha un serio problema da risolvere, la sua anacronistica e oramai accertata irrisolutezza con un organismo, l’ONU, prigioniero dei suoi veti.

Un’Europa realmente compatta sulle posizioni da prendere, specialmente in questioni di politica estera, come quelle che riguardano le relazioni con la Russia, può essere più incisiva nella tutela delle istanze dei suoi cittadini. In generale, quanto può dirsi oggi compatta l’Unione europea in questo ambito?

L’Europa è una grande realtà geopolitica e lo sarà ancora per moltissimo tempo. Un partner strategico per la Russia, un contenitore di interessi economici e politici nel quale è possibile inserirsi attraverso scelte coerenti e non dettate da esigenze contingenti. La politica estera non dovrebbe subire i ricatti economici, non dovrebbe essere suddita delle banche né essere subordinata alle diverse anime populiste che stanno generando un clima di diffidenza nei confronti della incisività delle azioni comunitarie. L’Unione europea, a mio avviso, ha toccato oggi il punto più basso della sua attrattività dal 1993, anno della sua costituzione e i motivi sono molteplici e difficilmente riassumibili nel contesto di una trattazione breve. Ma uno dei motivi che giustificano questa affermazione è senz’altro il suo aver erroneamente pensato a un’unione che da Gibilterra arrivasse sino agli Urali, inglobando quindi la Russia. Su questa base si è fatto l’errore storico di fantasticare circa un’alleanza ‘fraterna’ per poi ritrovarsi, a conti fatti, con una Russia ostile, quasi infastidita dal corteggiamento infruttuoso dei leader occidentali. Una Russia che ribadisce la sua appartenenza al continente europeo, ma una propria specificità culturale e politica alla quale non intende rinunciare. Una Russia pacifica e stabilizzata, a mio avviso, è molto più utile al progetto unitario europeo dove non mancano forti dissapori politici, crisi cicliche dei paesi coinvolti e talvolta sentimenti crescenti di antieuropeismo, spesso supportati dai partiti populisti che cavalcano l’onda lunga della crisi economica che affligge l’Europa da circa dieci anni. L’Europa può tutelare i propri cittadini solo non esponendoli ai rischi di un allargamento a tutti i costi, senza regole certe né verifica dei requisiti d’ingresso. Un’Europa geograficamente più ampia non necessariamente significherà più garante e più attenta ai bisogni dei suoi cittadini. Oggi, come forse mai in passato, il vecchio continente è di fronte a sfide ben più cruciali dell’allargamento, primo fra tutti l’immigrazione e i flussi continui di uomini che arrivano dai territori devastati da guerre civili o ancor peggio dalla fame. A loro vanno date delle risposte e sulla base di queste nuove emergenze umanitarie deve anche intavolarsi un discorso con gli aspiranti Stati balcanici, affinché si abbandonino le politiche delle erezioni di muri e si dia più spazio alle politiche di accoglienza e di integrazione. E forse, la sfida dell’integrazione è quella più attesa nella futura Europa unita.

Si riportano qui di seguito le risposte di Marco Baldassari.

L’Unione europea, non da oggi, ha una relazione controversa con la Russia, per via delle sanzioni in ambito economico e dei controversi accordi raggiunti di volta in volta sulla vendita del gas. Ma al tempo stesso, si è riscontrato un allargamento proprio verso Est, che continuerà con i prossimi negoziati per l’ingresso dei Paesi dell’area balcanica. In relazione a ciò, è più probabile una distensione futura o un inasprimento dei rapporti con la Russia?

L’Europa comunitaria ha avuto sin dalle sue origini una spiccata vocazione atlantica. L’inclusione nella NATO (1949) è stata la pre-condizione politico-militare per la nascita della CECA (1951) e, successivamente, della CEE (1957). La creazione di un mercato senza frontiere era, infatti, funzionale a una logica di contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico. L’espressione più efficace è quella sintetizzata nella formula della guerra fredda: ‘gli americani dentro, i tedeschi sotto e i russi fuori’. Nella sua semplicità questa frase sintetizza meglio di qualunque analisi la situazione geopolitica dal 1949-1989. Dopo questa parentesi di quarant’anni e dopo la caduta del muro, la possibilità per l’Europa di ritagliarsi una propria autonomia è andata scemando progressivamente. La prima difficoltà si registrò con la guerra nel Golfo, ma l’episodio più significativo fu la guerra del Kosovo (1999), che determinò anche un cambiamento di paradigma, sancendo il passaggio dal ‘diritto internazionale’ al ‘diritto d’intervento’, unitamente alla proiezione sempre più a Est dell’Alleanza atlantica. Il quinto allargamento dell’UE fu preparato in quegli anni e nel 2004 dieci nuovi paesi, prima appartenenti al blocco sovietico, entrarono ufficialmente nell’Unione, dopo essere stati in precedenza inclusi sotto l’ombrello della Nato. La strategia di allargamento, o, come afferma correttamente Mahdi Darius Nazemroaya, di ‘globalizzazione’ della Nato è evidente. Il conflitto ucraino è stato l’ulteriore conferma dell’affermarsi di questa strategia, causando nuovi attriti con la Russia che reagisce, di fronte ad una progressiva espansione atlantica ed erosione della propria zona d’influenza, con la forza. La politica di allargamento dell’UE tuttavia non preclude la possibilità di attivare delle partnership con quei paesi che non possono entrare nel ‘club’, ma con cui l’UE è interessata a mantenere stabili relazioni. Ciò avviene con i paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo e soprattutto a Est, con un Paese d’importanza strategica come la Russia, soprattutto dal punto di vista energetico. Non dimentichiamoci che il 40% del gas che gli europei consumano viene dalla Russia. Poi occorre tener in considerazione che l’Europa atlantica non è l’unica ‘Europa’ presente sul continente eurasiatico, che è un insieme geopolitico molto più vasto e attraversato da diverse faglie. Il conflitto ucraino e le conseguenti scellerate decisioni di sanzionare la Russia sono la spina nel fianco delle relazioni UE/Russia; in relazione a ciò, credo che l’unica speranza per una maggior distensione nell’area possa essere giocata dalla Germania, che ha storicamente avuto un atlantismo sui generis e il fatto di salvaguardare a sua volta i propri interessi mitteleuropei induce a trattare la Russia con una certa cautela e con meno spregiudicatezza rispetto a quanto avvenuto sin ora e, a mio avviso, anche con scarsa lungimiranza strategica (l’Europa ha molto di più da guadagnare con la Russia, piuttosto che con disastrosi accordi commerciali come il TTIP).

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