lunedì, ottobre 15

Relazioni Ue-Russia: tra ambizioni e velleità L’intervista a Francesco Randazzo, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Perugia e Marco Baldassari, docente di Storia delle istituzioni politiche europee all'Università di Parma

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Lo scenario delle relazioni tra Unione Europea e Russia pone all’attenzione interrogativi quotidiani. Il caso Skripal, le sanzioni commerciali e il correlato inasprimento dei rapporti sono elementi su cui porre la lente di ingrandimento, per via dei possibili effetti sull’Europa e sui principali Stati membri, delle conseguenti ripercussioni sia economiche che politiche. Se un tempo si sognava un’Europa che andasse da Gibilterra fino agli Urali, inglobando quindi la Russia, il corso degli avvenimenti ha condotto ad un risultato differente. Ne parliamo con Francesco Randazzo, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Perugia e Marco Baldassari, docente di Storia delle istituzioni politiche europee all’Università di Parma.

L’Unione europea, non da oggi, ha una relazione controversa con la Russia, per via del caso Skripal, delle sanzioni in ambito economico e dei controversi accordi raggiunti di volta in volta sulla vendita del gas. Ma al tempo stesso, si è riscontrato un allargamento proprio verso Est, che continuerà con i prossimi negoziati per l’ingresso dei Paesi dell’area balcanica. In relazione a ciò, è più probabile una distensione futura o un inasprimento dei rapporti con la Russia?

A Winston Churchill è stata attribuita una frase che ha tenuto banco per mezzo secolo e ha in larga misura influenzato il giudizio che la comunità internazionale ha riservato alla Russia, ‘un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma’. La percezione di un paese ostile ai progetti europei e quasi antagonista, con una sua fisionomia da grande potenza eurasiatica, seppur principale partner economico europeo, rende problematici e tesi i rapporti tra due mondi che hanno costantemente fatto fatica a trovare un equilibrio, soprattutto dopo la caduta del comunismo sovietico. Visto dal punto di vista occidentale questo atteggiamento si traduce in ‘russofobia’, sentimento al quale Guy Mettan ha dedicato nel 2015 un interessante saggio nel quale ha messo in evidenza come la percezione di libertà sia diversa tra russi e occidentali e come ciò abbia influito nelle relazioni tra loro. Essere libero per un russo (o anche per un qualsiasi orientale) significa assicurarsi che nessuna potenza straniera gli dica cosa deve fare. Egli non ama essere umiliato, in particolar modo da un potere esterno e l’occidente, che desidera imporre la sua superiorità culturale, i suoi valori al resto del mondo con la sicumera di essere dalla parte della ragione, non può evidentemente comprendere questo linguaggio (Mettan, 2015). In ragione di ciò, i russi e gli europei pagano secoli di diffidenza che si sono riversati nei rapporti attuali determinando condizioni quasi critiche, ai limiti della rottura. Il caso inglese dell’ex spia russa Sergej Skripal, condannato nel 2006 in Russia per alto tradimento, e poi merce di scambio successivo fra i governi di sua maestà la regina Elisabetta e il governo russo, rimane emblematico a tal fine. Ma Skripal, come Litvinenko in passato, continuano a rappresentare, a mio avviso, lo sfogo finale di una tensione internazionale che va dal mal di pancia europeo per le questioni ucraine e crimeane al conflitto siriano dove la Russia si è messa palesemente contro Stati Uniti e Unione europea. Altri casi ci sono stati, infatti, di spie rifugiatesi in Gran Bretagna, come Oleg Kalugin, il più noto disertore del KGB conosciuto anche dagli americani, e Oleg Gordievskij che hanno vissuto tranquillamente la loro condizione di ex spie. Allora, a parte i risultati compiuti dalle autorità britanniche, e le conclusioni a cui addiverranno, bisogna certificare il fallimento dei servizi segreti inglesi e la mancata capacità di dialogare venuta meno tra Unione europea e Russia, non oggi, ma da ormai molti anni. La posizione del presidente americano Trump e la politica protezionistica che ha messo in campo, ancor più che la chiusura al dialogo con Mosca, ricompone l’asso anglo-americano e accelera i processi di demonizzazione della politica russa di Putin. Insomma, il rapporto tra Unione europea e Russia può solo passare per una mediazione, allo stato attuale non chiara, della Germania della cancelliera Merkel, l’unica capace di portare al tavolo delle trattative il padrone di casa del Cremlino, anche se, l’inasprimento della guerriglia siriana rischia i portare a un’escalation dagli esiti davvero catastrofici.

L’Europa che perde il Regno Unito e va verso Est quali connotazioni future potrà avere? Quali mutamenti di scenario rispetto alla situazione attuale?

Quando dopo la caduta del muro di Berlino si sono spalancate le porte dell’Europa occidentale ai paesi che hanno vissuto per più di cinquant’anni all’ombra del comunismo sovietico, la Russia non è stata in grado di bloccare l’emorragia e ha guardato alla finestra tale processo consapevole che fosse ineluttabile. Così, dal 1991 al 1999, durante l’era di Boris Eltsin, l’Europa ha avviato le procedure per un allargamento a Est, consapevole comunque di andare a impattare con gli interessi geopolitici di un paese piegato in due dalla crisi economica, da un livello di inflazione altissimo e da una perduta “dignità” di superpotenza. La guerra fredda sembrava definitivamente persa e l’immagine di un paese allo sbando era testimoniata da un presidente che si presentava ai meeting internazionali in stato di imbarazzante ebbrezza. Tutto ciò ha quindi prodotto, come reazione, un forte nazionalismo che ha saputo ben cavalcare il successore di Eltsin, l’ex esponente del Kgb, Vladimir Putin, lo stesso che oggi, a distanza di ben diciassette anni dal suo primo mandato, ancora è saldamente alla guida del paese. In quest’arco di tempo, in Europa sono avvenuti processi politici ed economici che hanno alterato i vecchi equilibri di un’area geografica abbastanza omogenea e al suo interno proiettata verso un allargamento che avrebbe dovuto superare lo scontro tra i blocchi est-ovest. La crisi greca, le ripetute tensioni politiche che si registrano all’interno dei Balcani, l’esplosione dei pericolosi nazionalismi in Ungheria e in Austria, ma anche in altri paesi del centro-Europa, il sentimento euroscettico di molti popoli che hanno contribuito a scrivere la storia dell’Unione, la Brexit del Regno Unito e la candidatura di nuovi Stati, segnano con ogni evidenza i limiti di un’aggregazione che ha ambito alla stabilità di una vasta area del continente europeo senza però riuscire a creare coesione e benessere. Al Parlamento europeo si discute dunque la proposta di un possibile allargamento a sei paesi balcanici entro il 2025. Si tratterebbe in successione di Serbia e Montenegro per prime e poi a seguire Albania, Macedonia, Bosnia Erzegovina e Kosovo, negoziati che hanno il sapore della beffa per la Turchia di Erdogan che, come sappiamo, ha interrotto le trattative di ingresso già da tempo per via dei tanti nodi irrisolti legati ai diritti umani calpestati dal governo turco. Ma questa ‘apertura’, al momento, sembra avere più rischi che vantaggi in virtù di alcuni fattori che i delegati europei al momento sottovalutano e che fanno capo al sottile equilibrio sul quale si reggono i rapporti tra Stati così diversi, per cultura, per religione, per struttura politica. Non bisogna infatti dimenticare l’astio, mai sopito, derivato dalle guerre scoppiate all’indomani della deflagrazione dell’ex Jugoslavia, l’attrito serbo-kosovaro e non da ultimo gli interessi che la Russia coltiva nei confronti degli ‘slavi del sud’ e in particolare verso la Serbia, la ‘parente’ più stretta di Mosca sia per la sua posizione geostrategica nello scacchiere balcanico che per la natura slava del suo popolo. Paesi che non sono completamente usciti dalla loro fase di modernizzazione post-comunista e che stentano a ritrovare equilibri politici interni a causa della forte corruzione presente nelle istituzioni e un ritardo, che potremmo definire, congenito nella democratizzazione dell’apparato governativo. Purtroppo, in molti di questi paesi, la vecchia nomenclatura si è quasi interamente riversata nei nuovi governi, spogliandosi dei panni indossati durante il regime comunista e proponendosi come ‘il nuovo’ che avanza. Difficile, dunque, per un qualsiasi analista politico, capire lungo quale asse si spiegherà il piano strategico europeo, fermo restando che sarà quasi impossibile mettere sul piatto della bilancia il perduto peso economico inglese con le fragili e instabili economie balcaniche, la solidità politica della monarchia costituzionale di Elisabetta con gli incerti governi elitari nati all’indomani della caduta del muro di Berlino. Lo scenario che si prospetta è davvero una formidabile incognita!

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