giovedì, Aprile 22

Regolamento di Dublino: arriva il sì del Parlamento UE Catalogna, Puigdemont: 'Errori di analisi nella gestione della crisi'. Russia, che stoccate a Usa e Spagna

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Il Regolamento di Dublino sarà riformato. A deciderlo oggi la plenaria del Parlamento Europeo, che ha dato il suo via libera ai negoziati con il Consiglio e la Commissione. La proposta in ballo al momento, firmata dalla svedese Cecilia Wikstrom, vuole che il Paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente e unicamente responsabile di valutarne la richiesta. I richiedenti dovrebbero invece essere distribuiti in tutti i Paesi dell’UE.

Gli Stati membri che non accetteranno la loro quota di richiedenti asilo correrebbero il rischio di veder ridotto l’accesso ai fondi europei. Previsto anche un periodo transitorio di tre anni e un meccanismo ‘filtro’ per scremare quelli con poche chance di vedere accolta la loro domanda di asilo. Per questi ultimi la domanda resterebbe a carico del Paese di ingresso, che dovrebbe occuparsi del rimpatrio, con un sostegno aggiuntivo da parte dell’UE.

Passiamo alla Catalogna. Oggi l’ex presidente Carles Puigdemont ha ammesso errori di analisi da parte del suo Govern nella gestione della crisi. In particolare ha affermato che pensava che il governo spagnolo avrebbe accettato di aprire negoziati e che l’Ue e la Nato avrebbero frenato la pulsione autoritaria di Madrid. Cosa che invece non è avvenuta. Intanto si pensa alle prossime elezioni del 21 dicembre. E il presidente della Assemblea Nazionale Catalana, Jordi Sanchez, in carcere a Madrid da un mese per ordine di un giudice spagnolo e accusato di ‘sedizione’ per le manifestazioni pacifiche di Barcellona del 20 e 21 settembre, ha annunciato che sarà il numero due della lista Junts per Catalunya di Puigdemont. Mentre l’ex-capo dei Mossos d’Esquadra Josep Lluis Trapero, destituito dopo il commissariamento della Catalogna da parte del governo di Madrid e incriminato dalla giustizia spagnola per presunta ‘sedizione’ per l’operato della polizia catalana durante le manifestazioni , è stato assegnato a compiti amministrativi.

In Russia invece è stata la giornata delle risposte. Nel mirino in particolare Usa e Spagna. La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha prima messo nel mirino gli americani, affermando che il varo delle misure repressive nei confronti dei media statunitensi che verranno inclusi nella ‘lista nera’ può avere un risvolto preventivo anche nei confronti di quelli europei. Poi ha definito infondate le affermazioni di Madrid sulle presunte interferenze della Russia negli affari interni della Spagna.

Rimane alta l’attenzione internazionale sulla Siria. Durante la riunione del Consiglio di Sicurezza Onu, il  ministro degli Esteri Angelino Alfano ha lanciato l’allarme: «Dopo la sconfitta dell’Isis in Iraq e in Siria, i combattenti stranieri possono tornare in Libia e da lì in Europa. Soprattutto in questo momento l’attenzione ai confini libici è un imperativo per la sicurezza. E’ un compito che deve essere condiviso dai principali attori della comunità internazionale».

Resta ai domiciliari Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, dopo la presa di potere dell’esercito. Secondo la ‘BBC‘, un prete che Mugabe conosce da anni sta cercando di mediare un accordo con i militari per il suo futuro.

In Francia nuova mobilitazione contro la riforma del lavoro di Emmanuel Macron portata avanti con i decreti dal governo di Edouard Philippe. Ben 170 manifestazioni oggi in varie città e a partecipare, per la prima volta, anche il sindacato Force Ouvrière. Intanto  Parigi si inserisce anche nella querelle Saad Hariri, premier del Libano. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha confermato che Hariri ha accettato l’invito dell’Eliseo a venire in Francia insieme alla famiglia. L’invito è stato annunciato ieri dopo una serie di colloqui tra Macron il principe saudita Mohamad bin Salman e lo stesso Hariri.

Andiamo in Israele, perché arriva uno sfidante per Benyamin Netanyahu. Si tratta dell’ex primo ministro Ehud Barak che in un’intervista tv ha detto di «essere oggi più maturo e abile di ogni altro candidato» e pronto a diventare premier. «Non è un mistero che molta gente è venuta da me e mi ha detto: ‘Dai, scendi in campo, fai qualcosa’. Qualcuno mi ha mandato un sondaggio, di 4 mesi fa, che indica che in una gara tra me e Netanyahu, io prenderei la maggioranza del voto laico».

Chiudiamo con la Cambogia, dove la Corte Suprema ha ordinato lo scioglimento del principale partito di opposizione, il Cnrp (Partito cambogiano di salvezza nazionale). E’ stata accolta così la richiesta presentata dal ministero dell’interno poche settimane fa, in relazione al presunto tentativo del Cnrp di far cadere il governo con una rivoluzione popolare. Per l’opposizione però si parla di uso politico della magistratura da parte del governo.

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