lunedì, Ottobre 18

Regno Unito: sicurezza in mano ai militari

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Ma la reale efficacia di tale strumento, per quanto non sia oggetto di discussione diffusa al di fuori degli addetti al mestiere, non è accertata.
In primo luogo va posta l’attenzione sulla effettiva capacità operativa dei nostri militari  -l’episodio dell’accoltellamento dei militari e del poliziotto nella stazione centrale di Milano del 18 maggio pone in evidenza tali limiti (operatori della sicurezza che bloccano il terrorista-aggressore con calci e pugni e non con tecniche di difesa apprese). In secondo luogo va osservato l’equipaggiamento dei militari impegnati nei servizi: le armi in dotazione sono da guerra convenzionale, insieme alle pistole i militari sono dotati di fucili d’assalto a canna lunga e di calibro ridotto (e per questo pericolosi in caso di utilizzo in area urbana, o all’interno dei trasporti metropolitani sotterranei, o nelle stazioni ferroviarie, a causa del rischio di ‘rimbalzo’ dei proiettili molto leggeri che potrebbero colpire altri soggetti ma non i terroristi). Infine, un elemento che merita un’attenzione particolare: gli stessi militari sono oggetto di aggressioni e attacchi, dunque contribuirebbero in maniera indiretta alla manifestazione di episodi di violenza, o di attacchi terroristici (e qui il riferimento va ai numerosi casi di aggressioni ai militari in Francia, Regno Unito e Italia, al fine di sottrarre l’arma in dotazione che, per la sua lunghezza, non può essere utilizzata nel combattimento corpo a corpo e pertanto diventa un limite operativo).
La rivista ‘GNOSIS‘ dell’AISI, l’intelligence italiana, nel suo ultimo numero ha dedicato un articolo al ruolo dello strumento militare nel contrasto al terrorismo   -di cui lo scrivente è coautore insieme a Francesco Lombardi del think tank Nodo di Gordio- in cui si evidenziano tutte queste criticità, ponendo in particolare l’accento sul pericolo di una sovraesposizione dello strumento militare e di un effetto opposto a quello auspicato: più presenza militare può essere recepita dai cittadini comeStato militare o di Polizia‘, con conseguenze dirette sulla percezione dell’insicurezza. Si rende pertanto necessario un adeguato bilanciamento tra strumento militare visibile e componente operativa non visibile, in modo tale da non alterare l’equilibrio tra ‘effettiva sicurezza’ e ‘sicurezza percepita’, a svantaggio della seconda.

Il rischio, questo sì reale, è di scivolare sempre più verso un processo di chiusura, di rinuncia delle libertà, tra le quali la libertà di sentirsi sicuri, attraverso un impiego erroneo in compiti di polizia di uno strumento che è invece di difesa, addestrato ed equipaggiato per combattere e operare in ambiti completamente diversi. Snaturare il ruolo delle forze armate e ridurre il fondamentale ruolo della polizia, questo è il processo da evitare.

Al tempo stesso, ciò che deve essere evitato in termini perentori, è il riconoscimento di soggetti che, da un lato, alimentano e coltivano il crescente radicalismo europeo, legittimando anche le azioni violente del terrorismo islamico e, dall’altro lato, si pongono come interlocutori rappresentativi con le istituzioni governative. Il caso dell’Italia è emblematico con associazioni islamiche (alcune delle quali finanziate da associazioni fondamentaliste wahabite dei paesi del Golfo) il cui peso all’interno delle comunità musulmane è tutt’altro che dimostrato ma è riconosciuto il loro legame con l’organizzazione fondamentalista e di orientamento islamo-fascista dei ‘Fratelli Musulmani’, illegale in molti Paesi musulmani ma non, ad esempio, in Italia. Ciò che più deve preoccupare è l’apertura a tali organizzazioni di partiti di Governo che, attraverso l’inclusione politica di soggetti conservatori e fondamentalisti, marginalizzano ed escludono l’unica componente che potrebbe essere funzionale al contenimento del radicalismo religioso: i musulmani laici.

Infine, una considerazione sull’impegno collaborativo alla sicurezza. Il terrorismo, nella sua variante contemporanea, è una minaccia sì globale ma concentrata in prevalenza nell’area mediorientale e nord-africana. Gli effetti, quelli più diretti, si manifestano come vediamo anche in Europa e nell’area asiatica, dunque anche in Russia, ma molto meno negli Stati Uniti. E l’approccio statunitense nei confronti del terrorismo è difatti tattico e strumentale, ma non strategico; al contrario quello europeo necessita di essere strategico nell’ottica del contenimento della minaccia in Europa. Negli Stati Uniti i musulmani sono pochi, in Europa sono in aumento progressivo e incontenibile.
In tale contesto va evidenziato che l’Europa è lasciata a sé stessa, come forse è giusto e naturale che sia in quanto ha le potenziali capacità di contenimento e contrasto del terrorismo islamico, sebbene sia tragicamente priva di volontà politica condivisa e unanime; ma su questa potrebbe incidere l’effetto del terrorismo stesso e delle sue manifestazioni di violenza.

In altri termini, quando i Paesi europei pagheranno elevati tributi di sangue e le opinioni pubbliche premeranno per maggiori impegno e collaborazione, allora potrà esserci una reazione europea che potrà dare risposte efficaci esclusivamente attraverso la cessione di parte di quelle sovranità nazionali di cui gli Stati maggiori delle difese nazionali e i ministeri degli esteri europei sono estremamente gelosi.
Vogliamo davvero più sicurezza? Se sì, la risposta a questa minaccia in evoluzione adattiva deve essere basata su una piattaforma continentale; e per questo si impone la necessità di una difesa e di una sicurezza europea che preveda anche un ampissimo margine di collaborazione con la Russia; ma per avere è prima necessario dare.

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