sabato, Maggio 15

Regno Unito: il fronte pro-Bruxelles preoccupa Theresa May Intervista ad Antonio Caprarica, noto giornalista per anni corrispondente dalla capitale britannica per la Rai

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Tempi di incertezza per il Regno Unito. Dopo la sconfitta parlamentare del Governo mercoledì scorso, un nuovo sondaggio del quotidiano inglese ‘The Independent‘ rivela un cambiamento di rotta dell’opinione pubblica in merito al divorzio con l’Unione Europea. Se dal 23 giugno 2016, data del referendum, lasciare l’Ue era stata una scelta condivisa dalla maggioranza dell’elettorato britannico, con il 52% degli elettori favorevoli, oggi lo scenario si è ribaltato. Secondo il sondaggio infatti,  più del 51% delle persone intervistate sarebbe a favore della permanenza nel mercato unico, il 10% in meno rispetto al giugno 2016.

A questo si aggiunge il crescente pessimismo nei confronti di quello che potrà essere l’impatto nel settore economico/finanziario una volta lasciata l’Ue. Nel 2018, secondo i dati dell’Ufficio del Bilancio del Governo la stima sulla crescita si aggira intorno all’1.5% per i prossimi cinque anni, la più bassa mai registrata dal 2012 e inferiore di 1.8% rispetto al 2017.

Nella scorsa settimana sono state evidenziate le difficoltà politiche che il Governo di Theresa May sta affrontando nel portare Londra fuori dall’Ue. Mercoledì scorso infatti, 11 parlamentari conservatori hanno votato contro la propria maggioranza, insieme al partito laborista, su un emendamento che permette al Parlamento di avere l’ultima parola sui negoziati con Bruxelles, una volta terminati. Il voto, terminato 309 a 305, è stata la prima sconfitta del Governo May dalle elezioni dello scorso giugno. Determinanti in questo senso sono stati quei parlamentari che, all’interno della stessa maggioranza, preferiscono una Brexit più ‘smooth’ possibile, come l’ha definita Theresa May, e che vedono il voto parlamentare al termine dei negoziati come l’unica strada per non permettere al governo di intraprendere decisioni autoritarie o in linea solo con una parte della maggioranza. Non sono bastati i voti del DUP (Democratic Unionist Party) – il partito unionista irlandese – con la quale il Governo May aveva stretto un accordo in estate, di 1miliard di sterline, proprio per garantire i numeri necessari per la maggioranza parlamentare.

Dopo l’arresto in Parlamento, definito da molti conservatori come un ‘minor setback’, una sconfitta non importante, i Tories appaiono ancora molto divisi sui temi principali. Da una parte, tra cui alcuni degli undici deputati che hanno votato contro i proprio Governo, sarebbero pronti a delegittimare il Primo Ministro, colpevole di non aver per intrapreso quella ‘hard-brexit’ che era stata promessa prima e dopo il referendum di giugno. Dall’altra, esiste una parte fortemente europeista che non crede nell’uscita dal mercato unico e che spinge per mantenere più diritti comunitari possibili, anche una volta usciti dall’Unione. In questo contesto, Theresa May si trova ad affrontare la complicata situazione di mantenere unita la maggioranza e di proseguire, al contempo, delle trattative con Bruxelles che per la seconda fase dei negoziati si prospettano ancora più complicate, secondo quanto detto dal Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.

Della crisi della leadership di Theresa May, delle fratture del partito conservatore e dell’incertezza dell’opinione pubblica sul futuro del Regno Unito, ne parliamo con Antonio Caprarica, noto giornalista.

 

La settimana scorsa Theresa May ha subito la prima sconfitta parlamentare, ma è dal post-elezioni che la leadership del Primo Ministro continua a perdere consenso nei sondaggi. É possibile a questo punto, anche in vista delle negoziazioni con l’Ue, una crisi di maggioranza?

Theresa May è una ‘dead woman walking’ dalle scorse elezioni anticipate che sono state disastrose per il partito conservatore. La ragione per cui è rimasta alla guida del partito è per evitare che la situazione precipiti verso elezioni anticipate che, con molte probabilità, vedrebbero la vittoria di Jeremy Corbyn. É però del tutto evidente che la frattura all’interno dei Tories si sta allargando, con l’ala più euroscettica che sembra decisa a correre il rischio di una sconfitta elettorale piuttosto che

seguire una linea della Brexit più soft. La causa di questo sono i negoziati e la strada che stanno prendendo, al contrario rispetto al voto referendario, con una direzione generale che sembra tendere verso quella di carattere norvegese con l’adesione al mercato unico , ma attraverso un prezzo salatissimo da pagare. La situazione britannica sembra una faglia tettonica in movimento e potrebbe precipitare da un momento all’altro se le forze ostili alla May dovessero prendere il sopravvento.

Dalle scorse elezioni il consenso di Corbyn continua a salire e molti tabloid inglesi hanno descritto questa sconfitta parlamentare come un regalo per il partito laborista. Ma ci sono delle reali possibilità di vedere un cambio di leadership in vista di nuove elezioni anticipate oppure se ne riparla nel 2022, al termine della legislatura?

Dipende chiaramente se verranno indette altre elezioni anticipate. Ma Corbyn rimane  la risposta della sinistra all’ondata populista di destra che si è espressa nel voto refendario. Nonostante anche Corbyn presenti delle ricette datate, ed è alla guida del partito forte della sua fama anti-Nato e di contestatore anti-europeo, e parli di ri-nazionalizzazione di una buona parte di quelle realtà che sono state invece privatizzate nell’epoca della Thatcher e di John Major, come ferrovie e servizi postali, il suo consenso è destinato a crescere. Ed è un dato di fatto che la popolarità di Corbyn, che sembrava destinata a riguardare solo dei settori della società inglese, si è allargata moltissimo anche a causa del Governo May e della sua incapacità di dare delle risposte alle questioni di questi mesi. Se dobbiamo dare credito i sondaggi, il crollo di consensi dei Tories sta beneficando in modo esclusivo il partito laborista che ha preso forza anche dalla scomparsa nella scena politica nazionale del paritito nazionalista Ukip di Nigel Farage che in precedenza aveva portato via una cospicua fetta dell’elettorato laborista sfruttando la rabbia dei ceti più popolari. Senza voler metter in campo idee particolarmente innovative per il futuro, per Corbyn ha funzionato la crescita dello scontento verso il governo in carica, un rammarico per l’esito attuale della brexit, ma non sono molto chiari i risvolti di un eventuale vittoria laborista.

Theresa May non ha mai goduto di molte simpatie da parte della sua stessa maggioranza, e soprattutto da quella parte del governo più tendente verso una hard-brexit. Ma, come si è visto dagli sviluppi delle negoziazioni, sembrava si fosse raggiunto un equilibrio. Chi quindi sono gli undici che hanno votato contro il loro partito?

Alcuni di loro sono esponenti dell’area euroscettica che vorrebbero una rottura totale con l’Unione, ma c’è anche qualcuno che invece vorrebbe fare marcia indietro rispetto alla Brexit e che vuole un voto finale del Parlamento sull’accordo finale con l’Ue. Ma la verità alla base di tutto questo, è che la maggioranza è estremamente fragile e sottile, e alla luce di questo, qualsiasi voto potrebbe finire con il determinare la caduta del primo ministro. La ragione per cui la parte euroscettica del partito, che preferiva un ‘no deal’ – nessun accordo – con Bruxelles e che considera la May una ‘traditrice’ del partito, non ha ancora cambiato la leadership è la totale incertezza rispetto a quanto potrebbe succedere in qual caso. La May era arrivata alla leadership del partito con lo slogan ‘Brexit means Brexit’, la Brexit vuol dire Brexit, però ora in Gran Bretagna nessuno sa che cosa vuol dire. D’altra parte però il Primo Ministro ha dovuto cambiare le sue posizioni dure a anti-Ue anche a fronte del fatto che in questo caso non avrebbe retto una maggioranza in Parlamento con il solo appoggio degli euroscettici e non avrebbe potuto proseguire nelle negoziazioni con la conseguente perdita del suo potere. Da qui il tentativo, difficilissimo, di tenere assieme tutte le componenti del partito e la crisi che sta affrontando in questo periodo il Regno Unito non è altro che il risultato di questa spaccatura verticale in seno al partito conservatore, che dura da prima del voto sulla brexit e che sarà insanabile ancora per molto tempo, con il rischio di creare quella spaccatura dei conservatori che agli inizi dell’Ottocento diede poi origine ai Liberal-Democratici.

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