domenica, Maggio 16

Regioni a Statuto speciale: tra virtù e sprechi field_506ffbaa4a8d4

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Per il resto, il Ddl Boschi non ha cambiato le attribuzioni delle regioni speciali. A dire il vero non cambia molto neppure per la regioni ordinarie. Si sente molto spesso dire che la riforma costituzionale riporterà allo Stato funzioni che la precedente riforma del 2001 aveva inopportunamente dato alle regioni, ma non è così. Ben poco cambierà per le competenze regionali. “Il fatto è che la riforma del 2001, per molti versi velleitaria, è stata totalmente smontata dalla Corte costituzionale che, in via interpretativa, aveva già riportato allo Stato gli strumenti che ora la riforma ufficialmente gli riconosce” dice Bin. Sostanzialmente la riforma cambierà poco o nulla. La lamentela della fine dell’autonomia regionale non ha un fondamento reale.

Il nemico dell’autonomia regionale non sono riforme come queste, ma gli apparati burocratici dello Stato. Viste dagli organi centrali, le Regioni sono un disturbo, sono da limitare al massimo perché le leve delle decisioni devono restare a Roma. “Ma tra gli organi centrali la conoscenza dell’autonomia è pari a zero”. Questo non danneggia solo le autonomie, ma anche la capacità decisionale dello Stato centrale. Le leggi vengono approvate dal Parlamento, ma sono attuate in larga parte dalle amministrazioni regionali e degli enti locali. Sono loro a garantirne l’efficacia. “In origine le leggi sono assai spesso costruite malissimo, sono scritte da burocrati e approvate da politici che non hanno la più pallida idea di come verranno applicate in concreto”.

Il merito del Ddl Boschi, specie nel suo testo originale, purtroppo molto peggiorato dalle Camere, è di aver indicato la strada del coinvolgimento delle Regioni e dei comuni, attraverso il nuovo senato, nel processo di formazione delle leggi, perché questo migliora l’aderenza delle leggi alla realtà, coinvolge nelle scelte coloro che saranno chiamati ad attuarle. Attuarle in situazioni che sono oggettivamente diverse, perché i territori delle Regioni e dei Comuni sono profondamente diversi, così come sono diverse le esigenze e la capacità di soddisfarle. Se il dato di partenza è la diversità, “l’autonomia non è da sopperire ma da incentivare, perché risponde alla diversità”.

Per questo motivo la risposta sensata non sta nel sopprimere la specialità delle Regioni speciali ma, anzi, rompere l’eguaglianza delle Regioni ordinarie, un’eguaglianza solo giuridica e formale che contrasta con la loro profonda differenza. Nel ddl Boschi una fessura si apre in questa direzione, perché si prevede che anche la singola regione ordinaria possa reclamare e ottenere competenze in più in alcuni settori strategici. Certo non basta questo a differenziare le regioni ordinarie e portarle ad assomigliare a quelle speciali, ma quantomeno è un inizio.

Infine, gli chiediamo se questo possa significare che la “specialità” delle Regioni speciali verrebbe annacquata dal riconoscere anche ad altre regioni competenze “speciali”. “Non credo molto alla difesa delle Regioni speciali sulla base di caratteristiche peculiari e identitarie. Ormai le differenze culturali, ambientali, anche quelle linguistiche sono andate lentamente scemando, non sono neppure più terre di confine” conclude il docente dell’Università di Ferrara “quello che importa è che alle regioni, a tutte le regioni, andrebbero riconosciuti le competenze e gli strumenti necessari ad affrontare i problemi specifici del loro territorio, a condizione che si mostrino capaci di affrontare il compito. Da questo punto di vista anche le Regioni speciali possono efficacemente rivendicare la loro particolare autonomia perché hanno dimostrato di essere capaci di fare fronte al compito. Sempre ché lo possano dimostrare, è ovvio”.

 

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