venerdì, Maggio 7

Regioni a Statuto speciale: tra virtù e sprechi field_506ffbaa4a8d4

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Le Regioni a Statuto speciale, costituzionalmente, sono nate da un interesse comune sancito da Giunte consultive e accordi internazionali postbellici. Lo scopo originario era quello di conservare le specificità territoriali ed evitare eventuali attacchi esterni. Per esempio, il Friuli-Venezia Giulia, a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, è stata ripartita tra la competenza italiana, austriaca e jugloslava ( Conferenza di Pace di Parigi del 1946 e il successivo Trattato di Pace del 1947). Ma il riconoscimento dello Statuto speciale della regione friulana è avvenuta soltanto nel 1963.

Il Trentino Alto Adige, invece, con l’Accordo De Gasperi-Gruber, ha posto una determinazione sulla questione delle minoranze linguistiche, in particolare quella tedesca, considerata ancora oggi un tratto distintivo, ad esempio della provincia di Bolzano. Nel corso dei decenni, però, le mutate condizioni storiche hanno reso necessarie una sostanziale modifica dei regolamenti e delle leggi costituzionali che sottendono le Regioni a Statuto Speciale, anche perché sono venute meno le ragioni di incertezza internazionale cui erano sottoposte tali Regioni alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Sono cambiate anche le priorità dello Stato in materia di riconoscimento delle specificità regionali. In uno scenario di spending review anche la macchina amministrativa di queste Regioni è stata, a torto o a ragione, messa in discussione. La critica alle Regioni a Statuto speciale è ben fondata. Il riconoscimento della loro specialità statutaria era comprensibile nelle prime complicate fasi di attuazione della nostra Costituzione. Adesso non ha assolutamente ragion d’essere” continua Vannucci “non esiste, inoltre, alcuna correlazione tra la qualità dell’azione di governo locale e il grado di autonomia di queste regioni. Alcune sono molto ben governate, altre meno”.

Pertanto, il problema del costo delle Regioni a statuto differenziato esiste, soprattutto, ora che si sta completando una revisione costituzionale che fa del Senato la sede istituzionale di rappresentanze regionali. E’ tuttavia complicato pensare di poterle abolire in virtù degli accordi internazionali post-bellici.

Questi accordi, nonostante le mutate condizioni storico-politiche, continuano a proteggere le minoranze etnico-linguistiche, almeno per quanto riguarda le Regioni del Nord. “Non si capisce perché lo status di specialità non possa essere esteso anche ad altre Regioni. Anzi, le dirò di più, ci sono alcuni indicatori di buon governo che pongono ai vertici d’Europa non solo le Regioni a Statuto Speciale ma anche quelle a Statuto Ordinario” spiega il politologo.

Alla domanda se è possibile abolire le Regioni a Statuto Speciale, la risposta è chiara: “Non è possibile abolire le Regioni a Statuto Speciale se non tramite una complessa revisione costituzionale ”. Era possibile farlo solo nell’ambito di una riforma costituzionale, come la Riforma del Titolo V del 2001, ma si scelse diversamente. “Oggi è troppo tardi, questo tema sembra uscito dall’agenda politica” afferma il politologo.

Capitale sociale e senso civico della popolazione sono i principali fattore che spiegano la qualità delle politiche a livello regionale e locale. Le variabili che decretano il buon governo di una Regione, secondo Vannucci,  si riferiscono a  “fattori di natura culturale da intendersi come la capacità della popolazione di impegnarsi in azioni comuni”. Più che il contenitore istituzionale sono le risorse umane e il capitale sociale che fanno la differenza. “Bisogna aggiungere che quanto riconosciuto dal tessuto di valori civici (partecipazione e controllo dell’azione politica) non è dipendente solo dall’azione delle istituzioni”, ma sono anche i cittadini che, aggregandosi, possono innescare circoli virtuosi e “controllare da vicino come vengono gestite le risorse pubbliche” afferma Vannucci.

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