mercoledì, Agosto 4

Regioni a Statuto speciale: tra virtù e sprechi field_506ffbaa4a8d4

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La specialità statutaria sia regionale sia provinciale fu riconosciuta nel gennaio 1948 ed è, ancora oggi, sancita all’art. 116 della Costituzione. Ma di quelle competenze previste nei regolamenti statutari e nelle leggi costituzionali approvate nell’immediato dopoguerra, oggi è rimasta poca traccia. Le Regioni a Statuto speciale hanno subìto una profonda metamorfosi e sono state ridimensionate anche nell’attribuzione delle risorse. Eppure, sarebbe improbabile, se non addirittura impossibile, abolirle. A meno che la Costituzione non sia modificata in alcune sue parti. Ci ha provato la Riforma del Titolo V del 2001 con esiti negativi.

Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Valle D’Aosta, Sicilia e Sardegna sono riuscite a conservare il riconoscimento della ‘specialità’ che le rende, a ragion dei governatori, portatori di peculiarità identitarie (storia, cultura, compresenza di minoranze etniche e linguistiche, specificità territoriali), che le rendono distinte dalle Regioni a Statuto ordinario. Ma la situazione è ben più complessa ed esistono, dal punto di vista della qualità amministrativa innegabili differenze tra le Regioni a Statuto Speciale del Nord e quelle del Sud. Cerchiamo di ragionare, con alcuni autorevoli interlocutori, se allo stato attuale esistono concretamente queste differenze, soprattutto dal punto di vista della gestione amministrativa.

La situazione oggi si presenta piuttosto diversa rispetto al dibattito di qualche anno fa. Già ai tempi della Commissione istituita dal Governo nel 2013 su ispirazione del Presidente Napolitano si leggevano soppressioni delle specialità che nel dibattito attuale mi appaiono improbabili se non impossibili da realizzare” argomenta il prof. Luciano Vandelli, docente ordinario di Diritto amministrativo presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Bologna. “Nella Riforma approvata dal Senato, le Regioni speciali trovano conferma. Trovo che sia superata anche l’altra prospettiva, quella di altre Regioni, attualmente ordinarie, che si aggiungerebbero a quelle speciali con le medesime forme e caratteristiche”.

Il discorso sull’abolizione delle Regioni a Statuto speciale ormai sembrerebbe definitivamente superato. Imbastire nuovamente una prospettiva di questo genere sarebbe impensabile. Esiste però un altro tema sul quale ragionare, quello relativo alla gestione dei costi e alla distribuzione differenziata delle risorse tra Regioni a Statuto Speciale e quelle a Statuto ordinario, sebbene attualmente il gap si sia notevolmente ridotto.

Da alcuni anni alcune Province autonome, quelle dell’Alto Adige, del Friulano (quindi Trento e Bolzano) si sono accollati gli oneri e le spese non solo per conservare ma anche per introdurre nuove ‘specialità’, nonostante le ristrettezza economiche dello Stato ne abbiano imposto la riduzione dei finanziamenti. All’orizzonte vi è il Ddl Boschi che negli scorsi giorni ha generato fermenti e polemiche lasciando strascichi che si protraggono anche alla luce della sua approvazione, a maggioranza. Le maggiori polemiche riguardano la riforma del Senato e l’accentramento dei poteri in mano allo Stato con conseguente svuotamento e depotenziamento delle Regioni.

Oggi il quadro che emerge dalla Riforma in corso di approvazione è molto più flessibile e consente allo Stato di ampliare e restringere gli spazi lasciati alle autonomie regionali, utilizzando diversamente gli ambiti di potere che la Costituzione gli riconosce. Potremo avere la possibilità di un nuovo modello in cui i soggetti che sono in grado di gestire le risorse, possono effettivamente utilizzare tale possibilità, mentre laddove l’autonomia non funziona lo Stato interverrebbe ottemperando all’inadeguatezza delle Regioni” spiega Vandelli.

Tuttavia, per quanto riguarda, la gestione delle Regioni a Statuto Speciale e delle province autonome, poco è cambiato. Anzi, “la linea di tendenza è una modifica rispetto alla Riforma del 2001, e sembra rovesciarne addirittura la prospettiva. Mentre la legge del 2001 interviene sulle Regioni a Statuto ordinario, poco o nulla è cambiato rispetto alle Regioni a Statuto speciale, che sembrano mantenere inalterate le loro posizioni” commenta Alberto Vannucci, docente associato di Scienza Politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa.

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