domenica, Settembre 19

Regionali: Matteo vince, Matteo perde Astensione record, ma Renzi esulta per la vittoria ‘mutilata’ Pd. Salvini doppia Berlusconi e punta al 51%

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Elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria: il Pd vince, ma non convince. Vero trionfatore della tornata elettorale è l’astensionismo record che suona come una bocciatura delle politiche del governo Renzi. Mentre il premier cerca di minimizzare, la sinistra Dem passa all’offensiva. Maurizio Landini della Fiom definisce il governo una «assoluta minoranza». L’altro Matteo, Salvini della Lega, ‘smacchia il giaguaro’ Silvio Berlusconi e sogna già lo scontro finale con ‘l’originale’. Raffaele Fitto chiede di azzerare tutte le nomine di FI, patto del Nazareno sempre più a rischio. L’Ncd cala ancora, ma Angelino Alfano è convinto di aver vinto. M5S in crisi irreversibile? Intanto la Camera boccia tutti gli emendamenti al Jobs act. Il grillino Danilo Toninelli: «Il Pd come il regime fascista: abolisce il reintegro per licenziamento illegittimo. Italia unico paese senza tutele per lavoratori».

Oltre all’exploit della Lega di Matteo Salvini che doppia quel che resta di Forza Italia, i risultati definitivi delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria certificano senza ombra di dubbio il trionfo, non del Partito Democratico, ma dell’astensionismo. Praticamente, un elettore emiliano-romagnolo su tre (63%) ha disertato le urne, riuscendo addirittura a battere i tradizionalmente pigri votanti calabresi (44% al voto). Nonostante la foga twittatoria («Vittoria netta e astensionismo problema secondario») con cui il presidente del consiglio Matteo Renzi si è precipitato ad intestarsi l’effimera vittoria dei candidati piddini, Stefano Bonaccini e Mario Oliverio, la cifra di una sconfitta storica del partito erede del Pci nella più tradizionale delle regioni ‘rosse’ l’ha data questa mattina sul ‘Corriere della Sera’ il giornalista Pierluigi Battista. Qualcosa non deve aver funzionato nella ‘Renzinomics’ (politica economica promessa da Renzi) se anche il Battista, infaticabile penna al servizio del potere costituito, si mette a scrivere che «quando meno della metà degli elettori (in realtà un terzo ndr) si reca alle urne, è un blocco intero che scricchiola, un modello di consenso che vacilla». Limpido riferimento al consenso nel renzismo, in picchiata nei sondaggi, per il quale è scattato «un campanello d’allarme».

Una profezia di sventura che per il momento la narrazione renziana cerca di esorcizzare. Ma per quanto tempo ancora? Questa mattina il premier in versione Benito Mussolini («Se qualcuno si tirerà indietro, noi andremo avanti») ha ostentato ottimismo e poi, da Vienna dove si è recato in visita ufficiale, si è affrettato a rassicurare i suoi sempre più sconfortati sostenitori che «non muta l’agenda politica» e che non si è trattato di un «referendum sul governo». Una logica schizofrenica quella che considera un ‘plebiscito per Renzi’ il trionfo Pd alle elezioni europee, mentre relega a questioni locali lo smacco epocale della disintegrazione del partito proprio nella sua stessa culla emiliano-romagnola.

E la minoranza interna riprende fiato. ‘Piddino contro’ resta Corradino Mineo che sente addirittura «puzza di regime» perché il governo «è ormai autoreferenziale». Una fotografia della sconfortante situazione in cui si trova il Pd prova a farla il dissidente Stefano Fassina secondo il quale «una parte molto rilevante del popolo del Pd che aveva creduto alle aspettative e alle promesse di Renzi e ora è profondamente delusa, non condivide i continui attacchi al mondo del lavoro, si allontana da un Pd riposizionato verso gli interessi più forti». La vergognosa debacle del renzismo in Emilia ha offerto l’opportunità a Maurizio Landini (unico vero antagonista ‘da sinistra’ del premier rimasto sul mercato) di affondare il colpo chiedendosi polemicamente «come fa uno a governare una Regione, e più in generale un Paese, quando rappresenta un’assoluta minoranza?». E la leader Cgil Susanna Camusso ha gioco facile nell’affermare che il crollo dell’affluenza è colpa del governo che «divide il Paese». In questo contesto drammatico, fa quasi pena l’esultanza dei vicesegretari Dem, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini, il cui spiccato ‘senso per la Poltrona’ li spinge a parlare di Pd che «si conferma il primo partito del Paese». Vero, ma a che prezzo?

Il fronte berlusconiano, invece, rischia di implodere sotto i colpi inferti dal ‘nuovo Matteo’, il leghista Salvini che non ha peli sulla lingua nel definire un «risultato storico» quello ottenuto dal suo candidato Alan Fabbri. Il primo a rompere gli indugi è stato lo scalpitante Raffaele Fitto. «Mi auguro che nessuno si azzardi a minimizzare o a cercare alibi per il nostro drammatico risultato in Calabria e in Emilia Romagna, regione in cui siamo stati addirittura doppiati dalla Lega. E sarà bene ricordare, passo dopo passo, tempi e modalità delle scelte che sono state compiute, con clamorosi errori, per definire le candidature e le alleanze», ha attaccato il ras pugliese che evidentemente non aspettava altro per lanciare l’opa sul partito. Lo stesso Fitto pretende ora di «azzerare tutte le nomine, per dare il via a una fase di vero rinnovamento». Posizione sempre più inattaccabile. E come dargli torto con il partito azzurro sotto al 10%. Toni ultimativi contro Berlusconi anche quelli utilizzati da molti ex fedelissimi tra cui Maurizio Bianconi che, sempre dalle colonne del ‘Corriere’, chiede addirittura al capo di «andarsene e fondare un altro partito». Roba da manicomio. Nella barca forzista che affonda c’è anche chi, come Renato Brunetta, vede il bicchiere mezzo pieno e ironizza su twitter con Renzi: «Stai sereno, Matteo. Stai sereno. Contento tu…». E ‘Il Mattinale’ forzista non riesce a far di meglio che dare la colpa del crollo «all’atteggiamento responsabile» tenuto da Berlusconi. Senza appello il giudizio della ‘sorella d’Italia’ Giorgia Meloni per la quale «l’esito di queste elezioni regionali è la prova che il centrodestra, così come lo abbiamo conosciuto, è finito».

Matteo Salvini, inebriato dai numeri, questa mattina ad Agorà su Rai3 ha cominciato addirittura a straparlare da ‘statista’. «Queste cosiddette riforme sono tragiche. Il patto del Nazareno visto dal centrodestra è una follia. Renzi è un pericolo pubblico per l’economia italiana», ha detto il leader leghista che studia già da premier, «i dati economici sono da dopo guerra. Non sostengo chi mi sta ammazzando». Un gentile pensiero salviniano viene riservato anche ai barconi dei migranti che lui respingerebbe «in mare». Chi, invece, sembra aver perso del tutto il contatto con la realtà è Angelino Alfano secondo il quale la mazzata presa dai centristi in Calabria (poco più dell’8%) rappresenta un «ottimo risultato Ncd-Udc con Nino D’Ascola. Per noi la Calabria era vera scommessa: una scommessa che consideriamo vinta». Scommessa strapersa, se si tiene conto che quello calabrese fino a ieri era il principale bacino d’utenza delle clientele alfaniane pilotate da un Giuseppe Scopelliti caduto in disgrazia e dai fratelli Gentile, padroni di Cosenza, che già stanno pensando all’ennesima giravolta politica.

Nel pomeriggio si fa finalmente vivo anche Beppe Grillo dal suo blog. Per il guru a 5Stelle con «questo livello di astensionismo ha perso la democrazia» perché «i cittadini non hanno più fiducia nei partiti» corrotti. Sacrosanto, come è vero che i cittadini sfiduciati non vanno più a bussare alla porta del Movimento, nonostante Grillo provi a spacciare il 13% ottenuto dalla candidata grillina in Emilia Romagna come un quasi successo (vero che rispetto alle regionali 2010 il M5S è l’unico ad aver guadagnato voti, ma si parla di un’era geologica fa). Urge severa autocritica.

 

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