mercoledì, Giugno 23

Regeni: l'Egitto inizia a infastidirsi e attacca field_506ffbaa4a8d4

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Tante storie da brividi. Un caso simbolico è quello di Ahmed Bassiouny: adesso ha diciotto anni, ma è in prigione ad Alessandria da oltre due anni. E’ di famiglia colta e benestante, e ha sempre pensato solo allo studio. Si è trovato in mezzo a una manifestazione, è scappato da un amico.  Quindici minuti dopo i militari hanno cominciato a bussare. Quel ragazzo doveva essere consegnato. Hanno minacciato di buttare giù la porta se il ‘terrorista’ non fosse uscito. Lo hanno accusato dell’omicidio di un agente di Polizia e di due assistenti, possesso di molotov e disturbo della quiete pubblica. Lo hanno picchiato, sottoposto a scosse elettriche e spruzzato con l’acqua gelida e ha confessato tutto. A settembre dell’anno scorso c’è stato il processo:  è stato giudicato colpevole. Condannato a cinque anni di reclusione e altri cinque in libertà vigilata. Senza prove. Ha detto alle guardie di voler raccontare tutto ai media. A marzo, allora, nuovo processo e nuove accuse: rissa e danneggiamento della proprietà pubblica. Così si preso altri due anni di prigione. Sempre senza prove.

Soltanto negli ultimi due mesi sono state fermate più di 250 persone, per lo più giovanissimi, presi in metropolitana o per strada, spariti.
Sohaib Emad neppure ha diciotto anni. A gennaio hanno fatto irruzione a casa sua, senza mandato. Da allora sta nel carcere di Mansour, dove dovrebbe accusarsi di far parte di un gruppo di rivoltos. La famiglia può incontrarlo due volte alla settimana, cinque minuti a visita. In prigione ha quasi perso l’uso delle gambe, ma lo hanno legato a una carrozzina, sempre con le manette.
La colpa invece di Ahmed Khalef Bayyoumy, 19enne di Alessandria in carcere da tre anni, è quella di essere figlio di una coppia di avvocati che difende le vittime del regime. E’ stato accusato di fabbricare bombe da utilizzare in attività terroristiche. La famiglia lo può vedere solo due minuti a settimana.

E tanti altri orrori. L’appello dell’avvocato Lotfy è che se ne parli. «In Egitto non ne parla nessuno, nemmeno i giornalisti. Questi sono ragazzini ormai senza futuro, condannati alla violenza. Molti di loro già pensano a come vendicarsi. Contro i propri aguzzini e contro lo Stato. Tanti altri sono i migliori candidati all’estremismo e al terrorismo. L’Europa deve sapere chi sta sostenendo e a chi vende le proprie armi».

Poi c’è la storia di Rania Yassin, la giornalista televisiva usata per dire al mondo quel che pensa il regime. Il canale si chiama ‘Al Hadath al Youm‘ (l’evento di oggi).
Prima dà la notizia: un’indagine è stata aperta contro ‘Reuters‘ dalle autorità, con l’accusa di aver diffuso notizie false a proposito del caso di Giulio Regeni (roba da matti). Poi lo sfogo: «Voglio dirvi una cosa: tutto questo interesse per il caso Regeni a livello internazionale, come in Gran Bretagna e Usa. Tutto ciò indica una sola cosa: siamo davanti ad un complotto. Come se Regeni fosse il primo caso di omicidio in tutto il mondo». Sempre più infervorata, spiega che sono tanti i casi di egiziani spariti in tutto il mondo, in particolare in Paesi come Italia e Usa «dove le bande mafiose fanno di tutto». Definisce ‘provocatorie’ le eccessive previsioni e teorie sull’omicidio, al punto che, se «all’inizio francamente sentivo pietà nei suoi riguardi, adesso basta, che andasse al diavolo!». Concludendo con l’ipotesi che Giulio fosse una spia.
Proprio un bel quadro, tanto che il giorno dopo si affretta in minima parte a smentire, altra malsana abitudine egiziana. Ma senza chiedere scusa: «Mi hanno tradotta male. Sono stata fraintesa. Non volevo dire che lui dovrebbe andare all’inferno, ma che il caso dovrebbe andare all’inferno poiché sta causando molti problemi. C’è una cospirazione contro l’Egitto». Rania Yassin lavora per la tv egiziana ‘Al Hadath‘, il cui proprietario  è Mohammed Ismail, parlamentare della maggioranza governativa.
A riascoltare il video, comunque, non sembra sia stata fraintesa: testualmente ha detto:  «inabissati nella catastrofe»,  traducibile appunto con ‘vai all’inferno’.  Adesso spiega: «C’è un grosso problema: abbiamo un embargo economico perché i media europei scrivono che all’Egitto il caso non importa. Sono tutte speculazioni, è un complotto. Non è la prima persona assassinata nel mondo».  Dichiarazioni oscene.
Per capire forse Rania dovrebbe farsi un bel giro nel baratro infernale delle prigioni del suo Paese.

 

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