mercoledì, Ottobre 20

Regeni, l'Ambasciatore e gli interessi italiani in Egitto Il richiamo dell'Ambasciatore è misura di scarsa efficacia, gli interessi economici bloccano la diplomazia

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L’Italia può vantare una lunga storia di buone relazioni con l’Egitto, un Paese che ha sempre rappresentato un punto fermo della politica estera italiana. In quanto potenza regionale nordafricana, Il Cairo ha svolto sempre il ruolo di baricentro geopolitico del mondo arabo in perenne contrapposizione con Israele. Ruolo che nel passato poteva essere controbilanciato (nel quadro degli interessi italiani) dalla Libia di Muammar Gheddafi. Attualmente, però, con il vuoto di potere creatosi con il caos libico, l’Egitto appare come l’unico Paese in grado di mantenere una stabilità regionale e per l’Italia un fondamentale interlocutore diplomatico, i cui interessi in Libia sono elevatissimi.
Gli egiziani non possono essere esclusi dal processo di stabilizzazione libico e hanno un ruolo necessario nell’instaurazione di un Governo che possa mantenere la pace nel Paese. La questione si lega a doppio filo con il tema del terrorismo e l’avanzata dell’ISIS nella regione. Il Governo del Cairo è l’unico in grado di mantenere un controllo sull’avanzata dei fondamentalisti in Nordafrica con o senza un intervento diretto delle potenze occidentali. In quest’ultimo caso, inoltre, il supporto logistico, ma soprattutto diplomatico, che l’Egitto potrebbe fornire è imprescindibile.

Altro punto, e forse più importante, è quello economico. Dalla presa del potere di Al-Sisi i rapporti economici fra Italia ed Egitto sono sempre più floridi. Con la Libia distrutta e fatta eccezione per l’Algeria, l’Egitto oggi è il più importante mercato italiano in Africa.
Nel 2014 l’interscambio è stato pari a 5 miliardi di euro, e vale l’8 per cento dell’export egiziano. Quasi tutte le grandi aziende quotate hanno firmato o stanno per firmare importanti accordi di investimento, così come le PMI, basti dire che la meccanica strumentale è la principale voce dell’export verso il mercato egiziano. L’Italia è il terzo Paese fornitore dell’Egitto dopo Cina e Stati Uniti, il primo cliente davanti a India e Arabia Saudita. Per non parlare dell’Eni che è in Egitto da oltre cinquant’anni. Il colosso italiano ha avviato un piano di investimenti da tre miliardi di Euro per la perforazione di nuovi pozzi e ha rilanciato le attività di esplorazione nel deserto occidentale, nel Mediterraneo e nel Sinai. Dal giugno 2012, inoltre, ha avviato la produzione di gas in un giacimento offshore a largo del Delta del Nilo. I dati forniti nel 2015 mostrano un’Italia  al 25° posto come investitore in Egitto su circa 93 Paesi, oltre 13 mila imprese egiziane investono nel nostro Paese per un totale di 1,09 miliardi di euro. L’export italiano verso l’Egitto è stato di circa 210 milioni di euro.

Se il richiamo di Massari ha poco incidenza sul piano dell’azione diplomatica e nei confronti della verità sull’uccisione di Regeni, potrebbe averne molta di più sul piano politico interno. Le dimissioni del Ministro Federica Guidi a seguito dello scandalo petrolifero di ‘Tempa Rossa’ è l’ultimo di una serie che sta mettendo a dura prova il Governo Renzi, alla prova con un evidente calo di consensi a livello popolare. Il ‘caso Regenirappresenta un ottimo banco di prova del Governo che ha tutto l’interesse nel dimostrare di non voler creare un nuovo, infinito caso Marò. Queste dimostrazioni di fermezza e determinazione nei confronti dell’Egitto, per quanto rappresentino oggettivamente un giusto atteggiamento verso la scarsa collaborazione del Cairo, hanno più il merito di raccogliere consensi e convogliare il malcontento verso un ‘nemico esterno’.
Altresì, è evidente la situazione dove uno Stato ‘alleato’ dell’Italia promette ufficialmente e a mezzo stampa piena collaborazione per la risoluzione di un delitto che non si manifesta affatto come incidente ma, anzi, tutti gli indizi e i fatti sembrano indicare una situazione di ben più grave e grande portata, il Governo italiano oltre ad avere un obbligo morale e giudiziario, ha anche undovere politico‘ da espletare che attiene alle relazioni internazionali e i rapporti tra Stati, dove ovviamente non è possibile accettare per un fatto così grave né eclatanti falsità, nè, tantomeno, promesse pubbliche non mantenute perché in questo ambito è in gioco la rilevanza e l’influenza che lo Stato italiano ha in una regione come il Medioriente e con uno dei suoi principali attori, l’Egitto di Al-Sisi. Le relazioni commerciali, poi, è evidente, che avvengono e si sviluppano anche per l’equilibrio politico e le relazioni che vigono tra i due Paesi. Abbassare il capo in una vicenda politica come questa potrebbe essere dannoso anche per gli investimenti che le aziende italiane hanno in Egitto. La risposta politico-diplomatica del Governo era necessaria, dunque, anche per questioni economiche.

Teoricamente, pur di arrivare alla verità, l’Italia potrebbe ricorrere a contromisure ben più efficaci, come il boicotaggio del turismo o interventi sul piano della collaborazione economica, ma alla luce del realismo delle relazioni internazionaliciò che più conta è trovare un capro espiatorio nel nome di interessi che, tristemente, valgono ben più della vita di un ricercatore.

 

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