venerdì, Aprile 23

Regeni, l'Ambasciatore e gli interessi italiani in Egitto Il richiamo dell'Ambasciatore è misura di scarsa efficacia, gli interessi economici bloccano la diplomazia

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La decisione di venerdì 7 aprile del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni di richiamare in patria l’Ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari, ha sancito ufficialmente l’inizio di una crisi diplomatica con Il Cairo.
Al di là della gravità del provvedimento preso dalla Farnesina è, però, abbastanza improbabile che il caso Regeni subisca svolte risolutive in tempi brevi, soprattutto per l’importanza che l’Egitto riveste negli interessi strategici italiani nell’area mediterranea. Il ritorno di Massari, inoltre, ad un’analisi più attenta, potrebbe essere interpretato più come una scelta dettata da motivazioni ‘interne’ al nostro Paese che un provvedimento tipico di una diplomazia ‘muscolare’.

Il richiamo dell’Ambasciatore dal Cairo segue il fallimento dell’incontro avvenuto a Roma in questi giorni fra gli inquirenti italiani, incaricati di indagare sulla morte del giovane ricercatore, e le autorità giudiziarie egiziane.
Il gruppo investigativo guidato dal magistrato Giuseppe Pignatone confidava nella consegna, fra giovedì e venerdì, della documentazione egiziana sul caso. Gli investigatori italiani si aspettavano due elementi su tutti per continuare un proseguo delle indagini efficaci: i tabulati telefonici di Giulio Regeni e di alcuni suoi conoscenti nei giorni precedenti e il giorno del rapimento, e le riprese video delle telecamere della stazione metropolitana di Dokki; senza contare che gli investigatori italiana attendevano un dossier riguardo la morte del giovane italiano, secondo gli egiziani di circa 2.000 pagine. Nessuna delle due fondamentali richieste è stata soddisfatta.  Per la prima, è stata tirata in ballo la Costituzione: ai sensi dell’articolo 57, per il diritto alla privacy, non possono essere fornite informazioni riguardo le comunicazioni. Per la seconda, è stato risposto che solo una delle 56 telecamere della metropolitana era in funzione quel giorno e che il nastro deve essere schiarito‘.
La documentazione fornita sarebbe estremamente deludente: una trentina di pagine di scarsa utilità. Le richieste del Governo italiano, tramite i suoi investigatori, sono state completamente disattese, così come la disponibilità enunciata dal Generale Abd al-Fattah Al-Sisi di piena collaborazione riguardo le ragioni e i soggetti che hanno portato alla brutale morte del giovane ricercatore italiano.
La ‘scarsa’ collaborazione dell’Egitto ha provocato, così, l’irritazione della Farnesina che, in un comunicato di venerdì, informava che l’Ambasciatore Massari rientrava a Romaper consultazioni’ e per una «valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l’impegno volto ad accertare la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni».

Il richiamo del diplomatico rientra a pieno in quelle misure ‘immediate e proporzionate’ promesse da Gentiloni nei confronti dell’Egitto ma non sanciscono affatto una rottura delle relazioni fra Roma e Il Cairo. Parlare di ‘consultazioniprelude ad un futuro rientro di Massari in Egitto dopo aver ricevuto direttamente dal Ministro nuove istruzioni sulla questione.
Il rientro in patria di un Ambasciatore rappresenta una delle contromisure più utilizzate da un Paese, nel quadro della legalità internazionale, per fare pressioni nei confronti di una controversia diplomatica. L’ultima volta che l’Italia si è valsa di tale espediente è stato nel febbraio del 2014, nei confronti dell’India, quando l’allora Ministro Federica Mogherini richiamò l’Ambasciatore Daniel Mancini a seguito dell’ennesimo rinvio del processo ai due fucilieri di Marina.
Una misura comunemente utilizzata che, però, è caratterizzata da una scarsa efficacia sul piano pratico. È molto improbabile che le autorità egiziane decidano improvvisamente di collaborare o, ancor di più, di risolvere il caso in tempi brevi. E Roma lo sa. L’Egitto è un Paese troppo importante a livello strategico e l’Italia non può permettersi di aggravare ulteriormente una situazione già tesa che potrebbe portare ad una vera rottura fra il nostro Paese e il regime di Abd al-Fattah Al-Sisi per una serie di questioni che vanno dall’economia, alla Libia, al terrorismo.

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