giovedì, Maggio 6

Regeni, la famiglia: 'Torturato, l'Italia deve pretendere la verità'

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I genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio, il ricercatore scomparso al Cairo il 25 gennaio e ritrovato senza vita il 3 febbraio, hanno parlato al Senato alla stampa sulla vicenda del figlio. Nonostante l’impegno personale del presidente Al Sisi, i nuovi risvolti sul caso (omicidio ad opera di una banda criminale locale che ha rapito, torturato e ucciso Giulio) non convincono nessuno, a partire dai familiari. «Se il 5 aprile sarà una giornata vuota (arriveranno gli inquirenti egiziani in Italia, ndr), confidiamo in una risposta forte del nostro governo. Attendiamo una risposta su Giulio. Speriamo di non dovere arrivare a mostrare quella immagine», dice la madre, facendo riferimento alle foto del figlio dopo al sua morte. Mentre il presidente della Commissione per i diritti umani Luigi Manconi dice: «Il 16 marzo scorso i genitori di Giulio hanno partecipato a un incontro con la Commissione dei diritti umani del Senato. In quella sede, assieme al loro avvocato, in qualche misura fecero una drammatica previsione: temevano che l’esito di questa vicenda potesse vedere a un certo punto del suo iter il fatto che si trovassero colpevoli qualsiasi. Andarono oltre, dissero: è possibile che magari il martirio venga attribuito a poliziotti o ex poliziotti. Non si poteva immaginare che meno di 10 giorni dopo, tra 24 e 25 marzo, il ministero dell’Interno egiziano emanasse un comunicato in cui quella previsione veniva presentata come la versione definitiva e risolutiva della vicenda. Con quel particolare, appunto, che dà alla ricostruzione quel tratto di grottesco. E ora? Si deve anche operare con una determinazione maggiore di quella sin qui adottata. Credo si debba porre in tempi urgenti la questione del richiamo in Italia del nostro ambasciatore in Egitto ‘per consultazioni’, formula che sintetizza un gesto non solo simbolico per far comprendere come il Nostro Paese segua il caso considerandolo elemento discriminante per le relazioni future tra Italia ed Egitto. Ritengo anche necessario rivedere le relazioni diplomatico-consolari. Sapendo che non spetta a me indicare la data, spetta a me sottolineare, come presidente di questa commissione, la ineludibilità di atti concreti, come quello che porterebbe l’Unità di Crisi della Farnesina a dichiarare l’Egitto Paese non sicuro. Sulla scorta del caso Regeni e di quel rosario di persone sottoposte a torture e violazioni quotidiane. I rapporti non devono essere rotti, ma sottoposti a revisione particolarmente approfondita».

E la madre di Regeni smentisce ancora una volta le illazioni sul figlio: «Non è un caso isolato, come dicono gli egiziani. Questo caso ‘isolato’ lo analizzerei da due prospettive. Se pensiamo a quello che è successo a un cittadino italiano, forse è un caso isolato. Ripenso a un amico e a una professoressa con cui ho discusso: è dal nazifascismo che non viviamo una morte sotto tortura. Ma noi non siamo in guerra, Giulio faceva ricerca, era un ragazzo di oggi. E’ morto sotto tortura. Poi mi riferisco a quanto hanno detto gli egiziani, la parte amica degli egiziani: lo hanno ucciso come un egiziano. Noi abbiamo educato i nostri figli ad aprirsi al mondo. E adesso siamo qui. Ma volevo dirvi delle cose di Giulio. Non era un giornalista, non era una spia, era un ragazzo del futuro, perché se il suo essere non è stato capito, è del futuro e non di oggi». ma non solo, racconta il riconoscimento del figlio: «Voi avete le visto le sue foto. Quel bel viso, sempre sorridente, sguardo aperto, postura aperta. L’ultima foto è del 15 gennaio, compiva 28 anni. In realtà non è l’ultima. Ne conservo un’altra, che gli scattai il giorno della sua partenza per il Cairo. Mi disse: ‘Dai mamma, fammi una foto, dici che non ne facciamo mai’. Ora a quella immagine sovrapponiamo un’altra immagine. Quella del suo volto come ci è stato restituito dall’Egitto. Era diventato piccolo piccolo. Non vi dico cosa hanno fatto a quel viso. Non vi ho visto solo tutto il male del mondo. L’unica cosa che vi ho ritrovato era la punta del suo naso. Lo abbiamo rivisto a Roma, in Egitto ci consigliarono di non vederlo e li assecondammo. A Roma trovammo il coraggio. Nella sala dell’obitorio, l’ho riconosciuto dalla punta del naso. Non era più il nostro Giulio».

Mentre l’avvocato accusa: «E’ l’ennesimo depistaggio. Ad eccezione dei documenti d’identità, gli altri documenti fatti ritrovare non appartengono a Giulio. Abbiamo un dubbio solo sul portafogli. Stiamo nominando degli avvocati al Cairo e chiediamo la consegna degli stessi elementi. Vedremo chi verrà dall’Egitto il 5 aprile. Saranno investigatori che incontreranno i nostri vertici di polizia. Dovrebbero portare gli elementi ancora mancanti: tabulati, eventuali video, verbali. Manca tanto. Abbiamo acquisito il referto dell’autopsia del Cairo ma non sappiamo neanche come fosse vestito. Non sappiamo cosa porteranno e quale sarà il loro atteggiamento, non ci aspettiamo l’ultima parola per il 5 aprile. Per questo chiediamo che l’attenzione resti altissima. Che la mobilitazione del Paese non smetta mai, altrimenti domani ci venderanno un’altra verità. Di certo Giulio non era una spia: lo dice il conto corrente bancario, Giulio indossava i vestiti del padre per risparmiare. Perché non viene detta la verità? Per l’Egitto è una verità in ogni caso scomoda. Sono riusciti a far sparire un italiano e a farlo ritrovare in quelle condizioni, in un luogo tra l’altro molto controllato. Qualunque sia la verità è molto scomoda per quel regime».

Momenti di paura questa mattina per il dirottamento di un aereo dell’Egypt Air con 81 persone a bordo, in viaggio da Alessandria d’Egitto a Cipro. Il velivolo è atterrato poco dopo la partenza a Larnaka dopo che il pilota è stato minacciato da un uomo con una cintura esplosiva. Diversi gli ostaggi che ha voluto con sè sull’aereo (tra cui un italiano), mentre la maggior parte è stata fatta uscire dalle uscite di sicurezza. Dopo lunghe trattative la liberazione e l’arresto dell’uomo che, come emerso poco dopo, non era un terrorista (la cintura esplosiva infatti era finta) ma un folle che ha compiuto questo gesto per ‘amore’ di una cittadina cipriota, che chiedeva assolutamente di vedere. Altri media però parlano di un messaggio dato alle forze dell’ordine non solo di rivedere la donna, con cui ha quattro figli, due maschi e due femmine, ma anche di una richiesta di rilascio di alcune donne, prigioniere politiche in Egitto, ma al momento non ci sono conferme.

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